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venerdì 29 dicembre 2017

Dal Tevere al Tirreno: i primi dati sul viaggio dei rifiuti

Tevere, ammasso di rifiuti sotto il Ponte Garibaldi


Le attività terrestri sono, senza dubbio, l'origine principale dei rifiuti marini, in particolare in un bacino marittimo chiuso altamente popolato quele è il Mar Mediterraneo.
Mentre, oggettivamente, la quantificazione degli input è un compito difficile, la valutazione delle linee di base delle tendenze e l'individuazione delle fonti sono di cruciale importanza al fine di supportare i responsabili politici nel miglioramento delle misure di riduzione dei rifiuti.

I fiumi sono i principali canali di immissione di rifiuti in mare. Per questo motivo, il Centro comune di ricerca - DG-JRC (una direzione generale della Commissione europea, che dispone di sette istituti di ricerca dislocati in cinque paesi membri dell'Unione europea) sta coordinando una rete di 36 unità di ricerca che monitorano, utilizzando il medesimo stesso protocollo, i rifiuti galleggianti aventi dimensioni superiori ai 2,5 cm dai punti di osservazione fissi situati nelle vicinanze delle foci dei fiumi (progetto RIMMEL - Riverine and Marine floating macro litter quantification, ovvero Quantificazione dei macro-rifiuti galleggianti in mare e nei fiumi).
La foce del fiume Tevere vista dal satellite (fonte Google Maps)

In Italia, uno dei fiumi rilevati è il Tevere, il terzo fiume più lungo d'Italia, che dopo aver attraversato la città di Roma si divide in due rami prima di entrare nel Mar Tirreno.

All'interno della rete RIMMEL, fin dal settembre 2016 l'Accademia del Leviatano ha avviato il monitoraggio visivo degli oggetti galleggianti sul fiume del canale di Fiumicino, sul ramo più piccolo del fiume, dal ponte pedonale situato a circa 100 metri dalla foce del fiume. Ed ora, dopo il primo anno di monitoraggio, Roberto Crosti (ISPRA), Antonella Arcangeli (ISPRA), Ilaria Campana (Accademia del Leviatano e Dipartimento di Scienze ecologiche e biologche dell'Università della Tuscia di Viterbo) e Miriam Paraboschi (Accademia del Leviatano), hanno pubblicato i primi risultati parziali, che siamo onorati di poter diffonfere.
Da una pista di osservazione di 15 metri (praticamente metà della larghezza del fiume) e alta meno di 5 metri, gli osservatori addestrati, eseguendo sessioni di monitoraggio regolari quasi ogni 10 giorni, hanno effettuato circa 40 ore di osservazioni durante un anno. 

Le categorie di rifiuti marini erano una selezione di quelle inserite nell'elenco principale predisposto dal MSFD - TGML (Marine Strategy Framework Directive - Technical Group on Marine Litter), secondo quanto previsto nel protocollo del progetto RIMMEL. Sono stati individuati 1.442 rifiuti di dimensioni più grandi di 2,5 cm, più dell'80% dei quali era rappresentato da "materiali polimerici artificiali" mentre l'8% era costituito da "carta/cartone". In totale, è stato stimato che, ogni ora, ben 85.4 (con uno scarto in più o in meno di 9.4) singoli rifiuti galleggianti arrivano in mare dal canale di Fiumicino.
Fiumicino. La storica passerella pedonale che da Torre Clementina porta a Viale Traiano colleganado il centro del comune con la località di Isola Sacra

I polimeri artificiali registrati più frequentamente sono stati: "pezzi di plastica <50 cm", "bottiglie", "coperchio / confezione", "pezzi di polistirolo <50 cm", "schiuma" e "sacchetti".

Altri oggetti comuni identificati fatti di diversi materiali sono stati: imballaggi di carta, articoli di carta, altri metalli, altri pezzi di gomma. Sono stati rilevati anche molti oggetti relativi al settore della pesca come boe, box per il pesce, corde e reti da pesca, che derivano dalla presenza della flotta peschereccia locale nel porto di Fiumicino.

I risultati permetteranno una migliore comprensione delle dinamiche dei rifiuti dagli ambienti di acqua dolce a quelli marini, contribuendo all'identificazione e alla quantificazione delle fonti, supportando così i responsabili politici per il miglioramento delle opzioni di gestione. I dati raccolti saranno utili per confrontare le tendenze della frequenza degli oggetti che entreranno nel mare nel prossimo futuro: l'andamento della frequenza dei rifiuti marini è, infatti, un indicatore pertinente per valutare l'impatto delle misure politiche intraprese nel quadro di entrambe le direttive dell'UE sui rifiuti e sulla strategia marina.

giovedì 28 dicembre 2017

Scopri dove sono i "monumenti" verdi del Lazio

Il Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali ha approvato il primo elenco degli Alberi Monumentali d'Italia. L'elenco, diviso per Regioni, si compone di 2.407 alberi che si contraddistinguono per l'elevato valore biologico ed ecologico (età, dimensioni, morfologia, rarità della specie, habitat per alcune specie animali), per l'importanza storica, culturale e religiosa che rivestono in determinati contesti territoriali. 

Grazie alle informazioni fornite dal Mipaaf, i Gruppi Ricerca Ecologica Lazio hanno geolocalizzato i "monumenti" verdi del Lazio, con indicazione delle caratteristiche di ciascuno dei 62 alberi presenti nell'elenco.



L'elenco degli alberi monumentali, appartenenti a specie autoctone e alloctone, è costituito da individui singoli, filari, gruppi e alberature, radicati in contesti agro-silvo-pastorali o urbani. L'approccio valutativo che ha portato all'attribuzione del carattere di monumentalità e quindi all'iscrizione in elenco è stato attento non solo al contesto ambientale, ma anche a quello storico e paesaggistico in cui l'albero o il sistema omogeneo di alberi insiste.

L'elenco è frutto di una intensa attività di catalogazione realizzata, in modo coordinato e sinergico, dal Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali, dalle Regioni e Province autonome e dai Comuni, che la legge indica come diretti operatori del censimento. Ai soggetti istituzionali si sono aggiunti, per il supporto scientifico, il Centro di ricerca per l'agrobiologia e la pedologia del CREA, e per le preziose attività di segnalazione Enti parco, istituti scolastici, professionisti agronomi e forestali, associazioni ambientaliste e cittadini.

martedì 19 dicembre 2017

Tevere, partecipazione civica

In questi giorni sono pervenute all'Associazione Un Ponte sul Tevere nonchè al Consorzio Tiberina, cui aderiscono i Gruppi Ricerca Ecologica Lazio, molte segnalazioni di degrado sul Tevere a Roma e richieste su quali siano gli Enti cui inviare le stesse.

Come da più parti molte volte sottolineato, le competenze sono piuttosto frastagliate.

Vi è altresì da dire che alcuni temi non sono prettamente “tiberini”: rifiuti abbandonati e piccole discariche, stato delle infrastrutture, abusivismo edilizio, accampamenti di senza fissa dimora, manutenzione dei beni archeologici e culturali in genere (architettonici, artistici, storici, etc), etc, che riguardano in generale – al di là della verifica delle segnalazioni – parti più o meno popolose o importanti della Città.

Perciò, al di là della cura che le singole Istituzioni devono o vogliono effettuare delle aree di diversa estensione attorno al Tevere (il Demanio Regionale ha determinati limiti, l’Ambito Strategico Tevere del Piano Regolatore Generale di Roma ha altri ben più vasti limiti che coinvolgono anche parti abbastanza distanti dal fiume in ottica di integrazione urbanistica, la pianificazione idraulica riguarda tutto il sub-bacino tributario del corso principale comprendendo sia gli affluenti in ambito urbano sia i canali e i fossi di qualunque genere – che fra l’altro nel territorio di Roma Capitale sono soltanto in piccola parte sotto la competenza del Consorzio di Bonifica Tevere e Agro Romano –, etc etc), non ci si può che riferire:
  • agli Uffici “settoriali” (sui singoli aspetti) delle Amministrazioni competenti,
  • agli Uffici più specificamente preposti ad occuparsi del Tevere a Roma.

 Quanto a questi ultimi, si possono segnalare:
  • l’Ufficio Speciale Tevere di Roma Capitale recentemente costituito (è stato segnalato in un servizio televisivo su RAI 1 che non è noto un numero di telefono, e in effetti dal sito istituzionale non risulta neanche una mail, ma di certo si tratta di questione di breve termine), 
  • stante il ruolo fin qui assunto dall'Assessorato alla Sostenibilità Ambientale di Roma Capitale, nell'ambito della Direzione promozione tutela ambientale e benessere degli animali, il Servizio Aree Fluviali,
  • in ambito della Regione Lazio, sicuramente più d’una fra le Direzioni e Agenzie, ma in particolare quelle ad Ambiente e sistemi naturali (il suddetto Ambito Strategico Tevere del P.R.G. riguarda anche Aree Protette), Risorse idriche e difesa del suolo, Politiche ambientali e ciclo dei rifiuti (all’Area rifiuti e bonifiche di questa Direzione fa capo il Dipendente della Giunta con incarico di Alta Professionalità preposto ai Contratti di Fiume, considerate le priorità dello “strumento”), 
  • l'ATO 2 (in particolare per scarichi e depurazioni),
  • la Capitaneria di Porto di Roma (in base al R.D. 10 agosto 1934 n.1452 l’Amministrazione marittima ha competenze su navigazione e tratti di sponde attinenti, concessioni di specchi d’acqua, occupazione di tratti di sponde ad uso balneare, vigilanza, etc da Castel Giubileo alla Foce), 
  • l’Autorità di Bacino distrettuale dell'Appennino Centrale per gli strumenti generali di pianificazione, 
  • gli Uffici di Polizia per quanto di competenza (Polizia Fluviale, etc), 
  • la Soprintendenza Capitolina e le diverse Soprintendenze Statali, per quanto di competenza (Uffici che si occupano di opere sul Tevere, singoli Responsabili) 
...e molti altri ancora.

Ovviamente l’auspicio è che sempre più siano prese in considerazione organicamente – oltre alle segnalazioni di degrado – le tante proposte nei cassetti da decenni o quelle più recenti (non è di certo esaustiva l’area “Archivio” dell'associazione UN PONTE SUL TEVERE). 

Ed è pure scontato che la “partecipazione civica” va sviluppata per coinvolgere il più possibile circa 3.000.000 di romani, quanto meno per verificarne interesse e opinioni in merito al Tevere.

giovedì 14 dicembre 2017

Nota sull'inquinamento da pesticidi in Italia


Apri e scarica il documento

L’utilizzo di pesticidi, sostenuto dai media in maniera aggressiva, rappresenta una preoccupazione globale: si stima che a causa dell’avvelenamento acuto da pesticidi, almeno 200.000 persone perdano la vita ogni anno. La stragrande maggioranza di questi decessi avviene nei paesi in via di sviluppo, dove le norme sanitarie, di sicurezza e ambientali sono meno incisive e applicate con minor rigore, ma nonostante ciò il tasso di impiego di questi prodotti è in forte aumento.

Un tempo era opinione comune che l'agricoltura industriale intensiva, fortemente dipendente dalla chimica, fosse indispensabile per sfamare la popolazione mondiale in crescita, nonché – oggigiorno - in conseguenza degli impatti negativi del cambiamen to climatico e della scarsità globale dei terreni agricoli. Si riteneva che l’industria dei pesticidi potesse risolvere il problema alimentare accrescendo a dismisura le produzioni agricole: oggi sappiamo che non solo l'aumento della produzione alimentare non è riuscito ad eliminare la fame nel mondo, ma addirittura ciò è avvenuto a scapito della salute umana e dell'ambiente. Affidarsi ai pericolosi pesticidi ha rappresentato, infatti, una soluzione di breve periodo che oggi pregiudica i diritti al cibo e alla salute per le generazioni attuali e per quelle future.

Per altro gran parte della produzione agricola non viene più utilizzata per sfamare la popolazione ma per nutrire miliardi di animali da allevamento. Questo tipo di economia si accompagna inevitabilmente al degrado degli habitat, alla deforestazione, alle emissioni di gas serra, all’inquinamento delle acque e, a causa di fenomeni di bioaccumulazione) all’intossicazione cronica dei consumatori finali, compreso l’uomo.

A marzo 2017, un rapporto delle Nazioni Unite (ONU) ha assestato un duro colpo all’uso dei pesticidi, dichiarando un “falso mito” il mantra ripetuto dalle aziende agro-chimiche che l’uso dei pesticidi sia necessario per garantire la produttività delle colture e dunque perseguire l’obiettivo di sviluppo sostenibile di azzerare il numero di persone denutrite. L’ONU sostiene piuttosto che il problema della denutrizione sia causato da ineguaglianze e dunque sia fondamentalmente un problema di distribuzione, non di quantità.

Gli antiparassitari, di contro, provocano una serie di danni enormi. Le colture trattate inquinano l'ecosistema circostante e lontano, con conseguenze ecologiche imprevedibili. Inoltre, la riduzione generale delle popolazioni di parassiti sconvolge il complesso equilibrio tra predatori e prede nella catena alimentare, destabilizzando l'ecosistema. I pesticidi annientano la biodiversità e contribuiscono
alla fissazione dell'azoto, che può abbattere i rendimenti delle colture.
Mentre la ricerca scientifica ha confermato gli effetti negativi degli antiparassitari, dimostrando definitivamente il collegamento tra l'esposizione e le malattie o i danni all'ecosistema, si assiste alla negazione sistematica, alimentata dall’industria dei pesticidi e dall'agroindustria, delle reali dimensioni del fenomeno.

L'agricoltura italiana si è progressivamente adattata alle caratteristiche geomorfologiche ed ambientali della penisola, ma allo stesso tempo anche alle crescenti pressioni del mercato internazionale in termini di concorrenza sia per il prezzo che per la qualità dei prodotti e delle merci ricercate dalle nazioni importatrici. Sebbene il settore primario continui a produrre enormi vantaggi in termini di efficienza, al contempo criticità come le crisi idriche, le calamità naturali, il crollo dei prezzi ai produttori, il ruolo egemone della distribuzione e l’aumento dei prezzi al dettaglio rappresentano un freno ad un’innovazione che è in primis una riscoperta della tradizione e il rispetto del territorio.

La relazione affronta le tendenze attuali nell'uso e nei metodi di applicazione dei pesticidi e l'impatto dei pesticidi e dei loro residui sulla salute delle comunità e sull'ambiente. Lo scopo dello studio è quello di generare una sintesi per i decisori politici nonché di mettere a disposizione di tutti coloro i quali cercano informazioni sull’attuale tematica dell’impiego dei pesticidi in Italia un dettagliato prospetto dei prodotti utilizzati.

Il lavoro, coordinato dai Gruppi Ricerca Ecologica Lazio, da PAN Italia, dall'ISDE - Medici per l'Ambiente e da European Consumers, è sempre curato da Massimiliano Bianco, Ricercatore dell'ISPRA, e rispetto alle precedenti pubblicazioni è stato arricchito anche con contributi di studiosi dell'Università Politecnica delle Marche e dell'Università degli Studi di Parma. Oltre all'analisi nazionale, inoltre, sono presenti analisi regionali relative al Lazio, all'Emilia-Romagna, alla Toscana ed alla Provincia Autonoma di Trento.

mercoledì 13 dicembre 2017

Roghi tossici, conferenza stampa alla Camera


Stamattina i Gruppi Ricerca Ecologica Lazio, i CdQ e le Associazioni civiche di Roma insieme ad alcune di Napoli, Milano e Torino, si sono recate nella Camera dei Deputati per denunciare l'inerzia delle Istituzioni Politiche e Amministrative nel contrasto ai roghi tossici.

Nel corso della conferenza stampa è stata annunciata la prossima INIZIATIVA DI PROTESTA a cui sono chiamati a partecipare di persona tutti i residenti dei vari Quartieri. 

I GRE, CdQ e le Associazioni ci sono! 

Ora l'appello è rivolto ai Cittadini che da decenni respirano fumi tossici insieme ai propri figli.

Elenco promotori:

  • GRUPPI RICERCA ECOLOGICA LAZIO
  • COMITATO POPOLARE ROMA EST
  • LA TERRA DEI FUOCHI - MAI PIU'
  • C.A.R.E. - COORDINAMENTO ASSOCIAZIONI ROMA EST
  • C.A.O.P.
  • SEI UNICO
  • CDQ MORENA
  • CDQ TOR SAPIENZA CDQ STATUARIO CAPANNELLE
  • COMITATO CITTADINI TORINO IN MOVIMENTO 
  • ASSOCIAZIONE IV MUNICIPIO - CASE ROSSE
  • ASSOCIAZIONE POLITICA E PARTECIPAZIONE 
  • CDQ LA RUSTICA 
  • CDQ OSTERIA DEL CURATO 
  • ASSOCIAZIONE QUELLO CHE DAVVERO CONTA 
  • CDQ DI CIAMPINO 
  • CDQ CASALOTTI/CAMPO ROMANO 
  • CDQ VERMICINO 
  • GREGNA SANT’ ANDREA 
  • CDQ MAGLIANA ARVALIA
  • CDQ SANTA MARIA DELLE MOLE – ROMANINA 
  • CDQ CENTRONI -VILLA SENNI-VALLE MARCIANA
  • CDQ SAN DIONIGI MILANO 

martedì 28 novembre 2017

Bayer-Monsanto vs. popoli europei 5 - 0



Clamoroso: in barba ad ogni principio di precauzione alla base delle norme europee sulla sicurezza alimentare, del buon senso e della tutela della salute e dell’ambiente, l'Ue rinnova l'autorizzazione del terribile glifosato per altri cinque anni. 

Il Comitato d’appello dei Paesi Ue si è espresso positivamente: a pesare, soprattutto il pesante voto favorevole della Germania, che tradizionalmente si è sempre astenuta sul tema ed invece questa volta ha fatto l’ago della bilancia a favore dell’erbicida cancerogeno. L’Italia e la Francia, insieme a Belgio, Grecia, Ungheria, Lussemburgo, Lettonia, Cipro e Malta si sono opposte. Ma oltre al Portogallo, che si è astenuto, tutti gli altri paesi hanno votato a favore del glifosato.

In Italia resta comunque il divieto di utilizzo «nelle aree frequentate dalla popolazione o da gruppi vulnerabili come parchi, giardini, campi sportivi, aree gioco per bambini, cortili e aree verdi interne a complessi scolastici o strutture sanitarie», come ha ricordato la Coldiretti che ha anche chiesto uno stop all’import di prodotti agricoli, mentre Cia e Confagricoltura si sono invece dichiarate soddisfatte del rinnovo.

La salute dei cittadini europei e la tutela dell’ambiente sono state svendute in nome degli interessi delle multinazionali

lunedì 27 novembre 2017

La Festa dell'Albero a Magliano Romano (Rm)


mercoledì 22 novembre 2017

Cosa ha determinato la fondazione delle città

Vi siete mai chiesti perché le città sono sorte proprio in un determinato punto, anziché un altro? A tal proposito, vogliamo segnalarvi l'ultimo lavoro di Giuseppe Gisotti, presidente della società italiana di geologia ambientale SIGEA.

Il libro analizza le preferenze insediative che hanno determinato la fondazione delle città più importanti dall'antichità a oggi, nonché il loro sviluppo urbanistico. 

Rilievi e pianori, porti naturali ben riparati, territori ricchi di risorse naturali e geologiche orientarono le scelte dei fondatori di Uruk, Roma, New York, mentre alluvioni, sedimentazione di foci fluviali, frane, terremoti furono tra le cause del declino e dell’abbandono di Leptis Magna, Sibari, Paestum, Selinunte.

Nella prima parte l'autore, che è stato dirigente dell’ufficio rilevamento geologico ed analisi di laboratorio del servizio geologico nazionale e membro della commissione per la valutazione dell’impatto ambientale del Ministero dell’Ambiente, descrive le principali motivazioni delle scelte insediative: abbondanza di risorse necessarie per la sopravvivenza, quali acqua, suoli fertili, idonei materiali da costruzione, ma anche stabilità dei terreni di fondazione, assenza di rischi naturali e, in particolare, geologici, oltre a  caratteristiche favorevoli, quali foce dei fiumi per un facile attracco e riparo o ubicazioni naturali fortificate. 
Il prof. Giuseppe Gisotti, Presidente della
Società Italiana di Geologia Ambientale

Fino ad arrivare ad una proposta di classificazione distinguendo tra centri abitati sommitali, città fluviali, città costiere portuali, città termali / minerarie / su detrito di frana, e città rupestri. Operando un confronto tra le città con un particolare riguardo al confronto tra polenzialità e vincoli naturali rispetto alle risorse umane.

La seconda parte comprende una ricca selezione di casi di studio, relativi a diversi  contesti geografici ed epoche, che dimostrano come non solo coloni in cerca di terre da coltivare, rifugiati costretti ad abbandonare la loro patria per guerre o carestie, ma anche  generali per i loro accampamenti militari (dove poi sarebbero sorte delle città) considerassero scrupolosamente le caratteristiche naturali del sito prima di ritenerlo idoneo per i loro insediamenti: Agrigento, Alba Fucens, Alessandria d’Egitto, Atene, Babilonia, Bath (Aquae Sulis), Besançon (Vesontium), Boston, Brindisi, Camarina, Capua, Catanzaro, Cerreto Sannita, Cerveteri, Cesarea Marittima, Chester (Deva Victrix), Città del Messico-Tenochtitlán, Civita di Bagnoregio, Cortemaggiore, Cortina d’Ampezzo, Craco, Egnazia, Ferrara, Firenze, Fréjus, Gela, Histria, Kutna Hora, Lalibela, Leptis Magna, Londra, Lubecca, Luni, Machu Picchu, Marsiglia, Matera e i Sassi, Messina, Metaponto, Mileto, Modena, Morgantina, Mozia, Nersae, New York, Orvieto, Paestum, Parigi, Petra, Pisa, Populonia, Pozzuoli, Priene, Roma, San Francisco, Sant’Angelo Le Fratte, Selinunte, Sibari, Siena, Sinuessa, Siracusa, Sovana, Sutri, Sydney, Taormina, Thapsos, Tharros, Tindari, Tiro, Treviri, Troia, Uruk, Velia (Elea), Vibo Valentia (Hipponion), Viterbo, York (Eboracum).

Il corposo volume (ben 559 pagine) è edito dalla Carocci Editore di Roma e costa 30€.

Decima Malafede, questo weekend mostra fotografica

Sabato 25 e domenica 26 novembre il Comitato Amici della Riserva di Decima Malafede ha organizzato una mostra fotografica su biodiversità ed ambienti nella Riserva Naturale di Decima Malafede
L'evento si terrà presso la Cooperativa Agricoltura Nuova, nata nel 1977 per iniziativa di un gruppo di giovani disoccupati, braccianti e contadini con l'obiettivo principale di creare occupazione in agricoltura ed impedire la edificazione di un vasto comprensorio di elevato pregio ambientale.
La Riserva Naturale Decima Malafede è la più grande Area Protetta del sistema dei parchi gestito da RomaNatura, con un'estensione di ben 6.145 ettari: le più grandi aree boschive dell'Agro Romano sono comprese in questa zona e costituiscono una delle maggiori foreste planiziali del bacino del Mediterraneo.  

Quest'area, compresa tra il GRA, la via Pontina, la via Laurentina e il Comune di Pomezia, può anche vantare insediamenti umani che risalgono alla prima preistoria a circa 250.000 anni fa. In epoca imperiale fu costellata di ville poi trasformatesi, in periodo altomedievale, in grandi casali, in edifici fortificati e torri in grado di assicurare il controllo del territorio e delle strade. 

Il primo vincolo paesistico risale al 1985 ma è soltanto nel 1996 che si arriva alla perimetrazione dell’area e alla successiva istituzione (1997) della riserva naturale. Uno studio del WWF vi ha censito oltre 800 specie vegetali. 
La zona può dunque essere presa a modello dell'evoluzione complessiva dell'Agro Romano.

Per contatti ed informazioni

La Festa dell'Albero a Formello (Rm)


sabato 18 novembre 2017

Festa dell'Albero, doppio appuntamento con i GRE

Quest'anno la celebriamo a Formello, in collaborazione con Fare Verde e con il patrocinio del Parco di Veio,  dell'Ordine dei Dottori agronomi e forestali della provincia di Roma e del Comune di Formello.

Ed il 24 si replica a Magliano Romano, in collaborazione con l'Associazione di Promozione Sociale Territorio.

Ma cos'è la Festa dell'Albero?

Ecco come la descriveva il disciolto Corpo Forestale dello Stato:

La "Festa dell' albero" è una delle più antiche cerimonie nate in ambito forestale e rappresenta la celebrazione che meglio dimostra come il culto ed il rispetto dell'albero affermino il progresso civile, sociale, ecologico ed economico di un popolo. 

Fin dai tempi più antichi all'Albero ed ai boschi veniva attribuita una grande importanza, e già nella primissima epoca romana gli alberi erano classificati in olimpici, monumentali, divinizzanti, eroici, ferali, felici, infausti; i boschi erano suddivisi in sacri, divinizzanti e profani. 

Si può dire che i Romani, con le loro usanze ed i loro culti precorsero l'odierna festa degli alberi; questi erano tutelati e conservati anche per motivi legati alla religione ed era consuetudine consacrare i boschi al culto delle divinità dell'epoca. Con l'esempio di pubbliche piantagioni si volle poi insinuare nel popolo l'importanza della coltivazione degli alberi, imitando peraltro in quest'aspetto le usanze ancora più antiche dei greci e dei popoli orientali presso i quali erano già diffuse la pratica dell'albericoltura e dell'impianto di boschi. 

Numerosi sono i documenti del passato che testimoniano quanto diffuso fosse l'impianto di nuove piantine in occasione di feste, ricorrenze ed avvenimenti. La più grande festa silvana in epoca romana era la "Festa Lucaria" che cadeva il 19 luglio, nel corso della quale, oltre ai riti propiziatori si festeggiavano le particelle di bosco impiantate nei mesi precedenti.

Numerosi erano inoltre i numi e i geni tutelari dei boschi e delle selve come Silvano che veniva rappresentato in procinto di collocare a dimora una piantina di cipresso.

In epoca moderna la necessità di educare la popolazione al rispetto ed all'amore degli alberi anche attraverso una celebrazione si concretizzò per la prima volta in alcuni stati del Nord America intorno alla seconda metà dell'Ottocento quando, in conseguenza di spaventose inondazioni, larga parte del territorio fu colpita da disastrosi disboscamenti. Per questo motivo, nel 1872, il Governatore dello Stato del Nebraska, Sterling Morton, pensò di dedicare un giorno all'anno alla piantagione di alberi per creare una coscienza ecologica nella popolazione e per accrescere, così, anche il patrimonio forestale del proprio paese. 

Quel giorno fu chiamato Arbor day e la sua risonanza giunse anche in Europa dove trovò molti estimatori che diffusero l'iniziativa.

In Italia la prima "Festa dell'albero" fu celebrata nel 1898 per iniziativa dallo statista Guido Baccelli, quando ricopriva la carica di Ministro della Pubblica Istruzione. Nella legge forestale del 1923, essa fu istituzionalizzata nell'art. 104 che recita: "E' istituita la Festa degli alberi. Essa sarà celebrata ogni anno nelle forme che saranno stabilite di accordo fra i Ministri dell'Economia Nazionale e dell'Istruzione Pubblica" con lo scopo di infondere nei giovani il rispetto e l'amore per la natura e per la difesa degli alberi.

Nel 1951 una circolare del Ministero dell'Agricoltura e delle Foreste stabiliva che la "Festa degli alberi" si dovesse svolgere il 21 Novembre di ogni anno, con possibilità di differire tale data al 21 marzo nei comuni di alta montagna.

La celebrazione si è svolta con regolarità e con rilevanza nazionale fino al 1979; successivamente è stata delegata alle Regioni che hanno provveduto e provvedono localmente ad organizzare gli eventi celebrativi. 

La "Festa degli Alberi", oggi, mantiene inalterato il valore delle sue finalità istitutive che sono ancor più attuali di un secolo fa e rappresenta un importante strumento per creare una sana coscienza ecologica nelle generazioni future che si troveranno ad affrontare problemi ed emergenze ambientali sempre nuovi e su scala globale. 

mercoledì 15 novembre 2017

Domenica 19/11 ecopasseggiata nelle Valli del Sorbo

Dopo il rinvio per le intense precipitazioni piovose che hanno interessato il Lazio il 5 novembre, domenica prossima si svolgerà l'ECOPASSEGGIATA nelle Valli del Sorbo, in territorio del Comune di Formello (Roma): uno dei maggiori patrimoni naturalistici della nostra regione. Ricordiamo che il percorso è classificato come TURISTICO, pertanto è accessibile a tutti, anche ai più piccoli. Tuttavia, poiché la durata della passeggiata è di circa 5 ore, come sempre consigliamo la dotazione minima da portare con sè, e cioè: scarpe idonee (ideali quelle da trekking), sciarpa, cappello, occhiali da sole, una giacca che ripari dal vento e dalla pioggia, acqua, e tutto quanto individualmente necessario.


Per i dettagli, rinviamo a quanto indicato in occasione del precedente appuntamento:
http://grelazio.blogspot.it/2017/10/5-novembre-ecopasseggiata-gre-nelle.html 

sabato 11 novembre 2017

Bassano Romano (VT), i GRE aderiscono all'appello per salvare la faggeta dai tagli

La faggeta di Bassano Romano (Viterbo)
in un'immagine tratta dal sito del Comune
Una fiaba: questo è l'immensa faggeta di Bassano Romano, in provincia di Viterbo. Un bosco unico, folto e lussureggiante anche se sorge a soli 500 metri sul livello del mare mentre il faggio solitamente ha bisogno di terreni diversi e altitudini maggiori per vivere bene (da 800 a 1800 metri). Qui però, anche grazie all'umidità che deriva dal poco lontano lago di Bracciano, il bosco e la sua flora riescono a prosperare e godere di una buona salute: una zona ristretta, con un clima  particolare, racchiusa in un anello di piante di cerro che delimita il bosco, proteggendone lo scambio con il lago di Bracciano.

La faggeta, di proprietà dell'Università Agraria di Bassano Romano, è molto ricca in biodiversità ed ospita esemplari rari e protetti di rapaci, come il falco pecchiaiolo e il nibbio bruno: ma mentre la vicina faggeta di Oriolo Romano (sempre in provincia di Viterbo) ha ottenuto il riconoscimento come sito UNESCO, quella di Bassano ha visto compromettere la propria candidatura a causa dei tagli industriali che da alcuni anni la stanno sfregiando.

Eppure entrambe queste faggete godrebbero, in teoria, delle massime forme di salvaguardia naturalistica: ricadono nel Parco Naturale Regionale di Bracciano-Martignano, sono riconosciute come habitat di interesse comunitario prioritario della Direttiva “Habitat” (“Faggete degli Appennini con Taxus e/o Ilex” - cod. 9210*) e per la loro tutela è stata individuata la Zona Speciale di Conservazione ZSC “Faggeta di Monte Raschio e Oriolo” IT6010034, ai sensi della citata Direttiva.

Nel Piano del Parco (adottato e pubblicato) viene esaltata l’importanza di questa faggeta, descritta come “foresta vetusta”, ossia un bosco che per età degli alberi e struttura è prossimo alle condizioni di piena naturalità, imponendone la tutela assoluta. Inoltre, ad aprile 2016, la Regione Lazio ha approvato le Misure di Conservazione della ZSC (DGR 162/2016), prevedendo tra l’altro il “divieto di taglio di tutte le piante aventi un diametro a petto d’uomo superiore o uguale a cm 50”. Infine, ad agosto 2017, la Regione ha approvato un ulteriore e definitivo atto di tutela, con la modifica della Legge Forestale (LR 39/2002) e l’inserimento dell’art. 34 bis, che prevede al comma 3: “Per le foreste vetuste ricadenti nel perimetro delle aree naturali protette regionali o nazionali è fatto assoluto divieto di effettuare qualsiasi forma di utilizzazione. Sono fatti salvi i tagli divenuti urgenti e indifferibili per motivi di pubblica incolumità. Per le faggete depresse di cui al comma 2 sono vietate le utilizzazioni per finalità produttive fatto salvo i tagli necessari per la conservazione della faggeta o per motivi di pubblica incolumità.”

Ma i tagli proseguono, danneggiando irrimediabilmente un habitat così raro e delicato ed infrangendo la normativa regionale, nazionale ed europea vigente: è per questo che i Gruppi Ricerca Ecologica si sono uniti ai cittadini, alle associazioni e gruppi politici locali che si sono ripetutamente opposti al taglio segnalando gravi irregolarità confermate dal rinvio a giudizio di alcuni soggetti coinvolti e con l’emissione di pesanti sanzioni amministrative, chiedendo agli Enti competenti una nuova campagna di verifica del rispetto della normativa e di essere informati sugli esiti di quanto già segnalato, ma soprattutto chiedendo di disporre l’immediata e definitiva interruzione dei tagli boschivi nella faggeta di Bassano Romano e il rigoroso rispetto delle Misure di Conservazione nella ZSC “Faggeta di Monte Raschio e Oriolo” IT6010034.

lunedì 6 novembre 2017

Una ricerca italiana: nessun collegamento tra Zika e microcefalia

In Brasile, tra luglio 2015 e luglio 2016, migliaia di casi di microcefalia congenita apparvero "simultaneamente" alla diffusione di un'epidemia di infezioni da virus di Zika: come conseguenza, l'1 febbraio 2016 l'Organizzazione Mondiale della Sanità lanciò un allarme internazionale partendo dall'ipotesi che il virus Zika fosse la causa dell'epidemia di microcefalia. Questa dichiarazione dell'OMS fu completamente (e in grande misura passivamente) accettata dalla comunità scientifica, e questo fatto generò una convinzione generale che un disastro sanitario a livello mondiale (il virus Zika è presente in un'area geografica dove vivono due miliardi di persone) non solo era possibile ma fosse già in atto. La dichiarazione dell'OMS ebbe anche un enorme impatto ambientale e conseguenze economiche per la comunità umana.

Pietro Massimiliano Bianco,
ricercatore ISPRA e consulente dei GRE
Dopo più di due anni, uno studio italiano pubblicato sull'autorevole rivista scientifica SciMedCentral dimostra che, da un punto di vista epidemiologico, il "nesso causale" tra i due eventi appare essere in gran parte non dimostrabile.

I ricercatori (Maria Paola Ronchetti del Dipartimento di terapia intensiva neonatale dell’ospedale Bambin Gesù, Francesco Ronchetti del Dipartimenti di otorinolaringoiatria dell’ospedale Sant’Andrea, il “nostro” Massimiliano Bianco dell’ISPRA e Roberto Ronchetti del Dipartimento di Pediatria della Sapienza nonché Presidente della sezione laziale dell’ISDE, l’Associazione Internazionale Medici per l’Ambiente) sostengono che se un'infezione causata da questo virus fosse realmente la causa delle molte malformazioni congenite osservate, ci si dovrebbe aspettare di trovare un intervallo temporale di 7-9 mesi tra l’infezione contratta dalla madre e la nascita di un bambino malformato. In realtà, il picco di incidenza della malformazione si è avuto 3-4 mesi prima della massima diffusione del virus e la grande maggioranza dei bambini con microcefalia è nata esclusivamente negli stati nord-orientali del Brasile, mentre il virus Zika si è diffuso rapidamente anche in tutto il resto del paese.
Roberto Ronchetti, Professore Emerito
di Pediatria all'Università La Sapienza
e Presidente della sezione laziale dei
Medici per l'Ambiente – ISDE

In base ai dati ufficiali, inoltre, il virus Zika era già presente in Brasile prima che fosse isolato per la prima volte (aprile 2015) soprattutto negli stati a nord-est del paese: da lì, nel corso dell'anno 2015, il virus ha invaso l'intero Brasile e dall'inizio del 2016 l'epidemia infettiva del virus era attiva principalmente nella parte opposta del paese.

La dimensione dell'epidemia di microcefalia congenita è stata enorme: secondo il Ministero brasiliano della sanità, studi clinici, radiologici, e/o metodi di laboratorio hanno confermato ben 2.775 casi. L'epidemia di microcefalia ebbe inizio prima di settembre 2015 (58 casi di microcefalia erano già presenti negli ospedali dello stato del Pernambuco tra settembre e ottobre), e raggiunse il suo picco tra novembre 2015 e gennaio 2016, concludendosi nel marzo 2016. Il fatto che nei 18 mesi successivi siano stati rilevati solo casi sporadici, sembra escludere l'ipotesi di un'epidemia caratterizzata da una tendenza stagionale, che ricorre in certi periodi dell'anno in base a fattori climatici o legati alla biologia dell’Aedes Aegypti, l'insetto responsabile della diffusione del virus.

Anche la localizzazione geografica dell'epidemia di microcefalia è molto importante: quasi tutte le malformazioni (più del 90% dei casi) sono state registrato negli stati nord-orientali del Brasile (un quarto del paese), e viceversa solo un numero limitato di casi sono stati segnalati negli Stati occidentali o meridionali del paese dove nel 2016 l'infezione da virus Zika ha avuto la sua incidenza più alta. Inoltre, si deve dire che in nessuno dei paesi della cintura tropicale del pianeta in cui il virus Zika causa continuamente epidemie infettive un aumento nell'incidenza di di microcefalia congenita, comparabile con quanto registrato in Brasile, è mai stato rilevato.

Mappa dei casi di microcefalia in Brasile, nel 2015
(Foto: Ministério da Saúde)
Va poi detto che nella maggior parte dei casi di neonati con microcefalia congenita nel cui cervello è stato isolato il virus Zika, la madre ha segnalato un episodio di infezione virale severamente sintomatica nella fase iniziale della gravidanza. Tuttavia è risaputo che l'infezione da Zika è completamente asintomatica in circa l'80% dei casi e con sintomi clinici molto lievi in circa il 20% delle persone infette: quindi le donne in gravidanza con infezioni chiaramente sintomatiche appartengono a meno dell'1% delle persone infette.

Probabilmente, l'epidemia brasiliana dell’infezione da virus Zika è iniziata nel 2014, si è sviluppata lentamente nel corso di 2015, raggiungendo un picco di diffusione intorno a marzo 2016. Per credere che un'infezione causata da questo virus sia la causa delle molte malformazioni congenite osservate, ci si aspetterebbe un intervallo temporale di 7-9 mesi tra l’infezione della madre e la nascita di un bambino malformato. Dal momento che, ovviamente, maggiore è il numero di persone infette maggiore è la probabilità che una madre sia contaminata, in termini pratici ci si aspetterebbe di trovare il picco dell’incidenza della microcefalia diversi mesi dopo la diffusione massima del virus.

La diffusione del virus Zika in Brasile
(Foto: Ministério da Saúde)
Al contrario, come indicato in precedenza, il picco dell'incidenza della malformazione si è avuto tre-quattro mesi prima della massima diffusione del virus: se l'ipotesi del nesso causale tra Zika e microcefalia è vera, perché il virus è risultato massimamente pericoloso per le donne in gravidanza all'inizio dell’epidemia, quando la sua circolazione era bassa, e quasi innocuo al momento della sua massima diffusione? Una domanda che non ha una spiegazione semplice.

Più difficile è rispondere alla domanda successiva: se la causa della microcefalia è il virus Zika, un agente infettivo che si è rapidamente diffuso da Bahia-Pernambuco al resto del paese, perché la stragrande maggioranza dei quasi tremila bambini microcefali è nata esclusivamente negli stati del nord-est del Brasile?

In sintesi l'analisi dei dati disponibili dimostra che le due epidemie, le infezioni da virus Zika e la microcefalia congenita, non sono "simultanee" e non coincidono nella loro posizione geografica: quindi, da un punto di vista epidemiologico, il "nesso causale" tra i due eventi sembra essere in gran parte non dimostrato.

Le autorità sanitarie brasiliane e internazionali e la comunità medica scientifica dovrebbero quindi provare a rispondere alle domande sopra riportate o suggerire spiegazioni alternative per l'eziologia dell'epidemia di microcefalia in Brasile.

giovedì 2 novembre 2017

Roghi tossici, le Istituzioni hanno abbandonato i romani?

Lettera aperta a Sindaco di Roma, Prefetto di Roma e Provincia 
e Ministro dell'Interno. 


Egregi Tutti,

le Associazioni civiche di Roma, nel rivendicare l'enorme impegno civico delle Associazioni civiche dei Quartieri dell'intera Capitale, sulla tematica dei Roghi Tossici accesi all'interno e affianco ai Campi di Accentramento Nomadi, che ha prodotto:
  • l'interpellanza parlamentare da parte dell'Onorevole Rampelli al Ministro dell'Interno;
  • l'intervento e i sopralluoghi in alcuni Campi Nomadi da parte della Commissione Parlamentare d'inchiesta per la sicurezza e il degrado delle Periferie;
  • l'audizione, da parte della Commissione Parlamentare, del Ministro Minniti e della Prefetto Basilone; 
  • la convocazione del Comitato per la Sicurezza Metropolitana; 
denunciano di non aver, ad oggi, ricevuto notizie su quali siano le iniziative ritenute da Voi utili per un efficace contrasto alle attività criminose di cui in oggetto, che in quelle orribili realtà ancora sono giornalmente attuate.

Giova infatti sappiate che in questi giorni, oggi compreso, in quasi tutte quelle realtà si registrano roghi e in particolare nel Campo della Barbuta, continua la faida interna che si concretizza con gli incendi dolosi dei moduli abitativi, quanto sopra nel mentre Sindaco e Prefetto sono impegnate a valutare, forse in attesa ci scappi l'ennesima morte.

In conclusione gli oltre 400/500 mila Residenti di Roma si chiedono e Vi chiedono quanto tempo ancora dovranno respirare fumi tossici in attesa delle vostre valutazioni, visto che almeno per la Barbuta allo scrivente risulta che la Presidente del VII Municipio e il Sindaco di Ciampino abbiano in maniera congiunta chiesto l'intervento dell'esercito.

È chiaro che il provvedimento deve essere amministrativo più che politico in quanto il Ministro Minniti, ha pubblicamente affermato di essere pronto alla piu ampia disponibilità ad accogliere le richieste del Comitato per la Sicurezza Metropolitana, compreso l'utilizzo dell'esercito.

I Cittadini romani, stanchi dei continui rimpalli, valutazioni, osservazioni che di fatto determinano l'attuale inerzia Istituzionale, chiedono al Ministro Minniti, di avocare a Se la decisione sugli interventi utili a Stroncare definitivamente le attività criminose che sodalizi criminali in quei luoghi attuano.

Egregio Ministro lo scrivente si pregia comunicarLe che le attività criminose che hanno come ultimo anello della catena criminale i roghi tossici, dal giorno successivo all'interpellanza parlamentare ad ora, anziché diminuire sono di molto aumentate e questo fa chiedere se è solo il Sindaco che è inesistente o tutto lo Stato.

È ovvio che tale pluriennale inerzia ha prodotto una sostanziale sfiducia nelle Istituzioni, provocato morti, generato sentimenti razzisti che sempre più stanno spingendo, qui la Vostra principale colpa, ad iniziative violente.

In attesa di riscontro,  mentre respiriamo fumi tossici, subiamo furti e rapine e vediamo violentata la fanciullezza di bambini residenti all'interno dei Campi di Accentramento Nomadi,  cordialità. 

Il Presidente del CdQ Morena
in nome e per conto di tutte 
le Associazioni civiche a Voi già note 
Enzo Richetti

venerdì 27 ottobre 2017

Il nuovo prontuario per difendersi dai piretroidi in città

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Dopo otto mesi da "Pesticidi da eliminare nelle aree urbane", ecco "Il problema dei piretroidi nelle aree urbane", il più completo prontuario di sostanze tossiche e nocive che le Amministrazioni comunali dovrebbero vietare nella lotta agli animali molesti sul loro territorio.

Il lavoro è realizzato sempre da Pietro Massimiliano Bianco, Valter Bellucci e Carlo Jacomini, tutti ricercatori dell'ISPRA del Ministero dell'Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare: a loro va il più sentito ringraziamento da parte di tutti i volontari dei Gruppi Ricerca Ecologica.