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lunedì 28 settembre 2020

Convocazione assemblea regionale

Ai sensi dell’art.6 dello Statuto, è convocata l’Assemblea regionale degli iscritti dell'associazione di volontariato Gruppi Ricerca Ecologica per

  • mercoledì 21 ottobre 2020 alle ore 23,59 in prima convocazione e
  • giovedì 22 ottobre 2020 alle ore 17,00 in seconda convocazione

in modalità “videoconferenza” (ai sensi dell'art.73, comma 4, del Decreto legge 18/2020 “Cura Italia” ) sulla piattaforma Jitsi Meet, che può essere utilizzato scaricando l'app cliccando qui oppure direttamente tramite browser Chrome. 

L’assemblea così convocata è chiamata a deliberare sul seguente Ordine del giorno:

  1. Modifica dello statuto rispetto alle previsioni del Codice del Terzo Settore (D.lgs. 3 luglio 2017, n.117) e successiva iscrizione al RUNTS.
  2. Programma annuale delle Attività dell’Associazione.
  3. Approvazione bilancio consuntivo 2019.
  4. Varie ed eventuali.

Potranno prendere parte alle assemblee tutti gli iscritti, senza limitazione alcuna, purché in regola con il versamento della quota associativa (è possibile regolarizzare la propria posizione entro il giorno precedente quello di convocazione dell'assemblea in prima convocazione). Avranno diritto di voto solo gli iscritti maggiorenni. Per accedere alla riunione in videoconferenza è sufficiente cliccare sul seguente link: https://meet.jit.si/GRE-Lazio 

La documentazione relativa ai punti all'ordine del giorno è disponibile presso la sede associativa e verrà inviata agli aventi diritto tramite mail e/o WhatsApp che ne facciano richiesta.

Per informazioni e comunicazioni in merito: info@grelazio.it


martedì 22 settembre 2020

Crisi idrica, le osservazioni dell'Ing. Roberto Iodice (GRE)

Con riferimento all'intervento al primo punto dell’OdG della riunione dell’Osservatorio Permanente Risorse Idriche in data 21.9.2020: “Piano nazionale degli interventi nel settore idrico – aggiornamento delle attività in corso”, l'ing. Roberto Iodice, consulente dei Gruppi Ricerca Ecologica, ha ritenuto le seguenti considerazioni.

In particolare sono state evidenziate alcune criticità, rispetto ad un più generale approfondimento (che ad avviso dello scrivente andrebbe compiuto in ragione della rilevanza delle risorse finanziarie in gioco), sia sul c.d. “Piano Invasi” gestito dal MIT, sia sul “Piano Nazionale Sviluppo Rurale” (PSRN) 2014-2020 gestito dal Mipaaf, che hanno in comune l’obiettivo di fondo del “risparmio idrico”.


Le principali criticità del primo riguardano la coerenza dello stesso rispetto alle finalità della legge (205/2017) che prevedeva “interventi necessari alla mitigazione dei danni connessi al fenomeno della siccità..”, suddivisi in una sezione “invasi” e una sezione “acquedotti”. 


Al riguardo, con riferimento agli interventi riportati negli elenchi di opere allegati al DPCM n.18440 del 17.5.2019 e al DM n.526 del 6.12.2018, non sembra che l’obiettivo della norma risulti pienamente centrato, in considerazione della modesta presenza di interventi relativi agli invasi, in termini di maggiori volumi di accumulo previsti con gli interventi finanziati. 


Si sottolinea, tra gli altri, la “vasca di espansione sul T. cavaliere in località Fossatella (IS)” che risulta al primo posto nella graduatoria di cui al D.M 526/2018 (Piano Straordinario) per l’importo di 30 Meuro, che è un’opera di laminazione delle piene e non di accumulo e che, più propriamente, andava ricompresa tra gli interventi di difesa del suolo (oltretutto realizzata in lotti pur essendo una diga !).


In generale sarebbe interessante verificare l’incidenza dei (nuovi) volumi di invaso rispetto alle risorse impegnate che, a parere dello scrivente, sembrerebbe poco significativa.


Per quanto riguarda il PSRN 2014 2020, lo scrivente rileva i forti ritardi nell’approvazione dello stesso da parte del competente Ministero sottolineando che a tutt’oggi (quasi alla fine del periodo di programmazione) non risulta un solo SAL (stato avanzamento lavori) prodotto, oltre ad altre criticità sull’effettivo risparmio idrico ed altro ancora che, se ritenuto di interesse, si potrebbe approfondire.


Lo scrivente ritiene che qualora si fossero adottate quelle misure che proprio codesta Autorità auspicava nell’ultima diapositiva illustrata nella riunione dell’Osservatorio del 30.10.2019:


“PIANO NAZIONALE 2.0

OBIETTIVI

  • visione unitaria: acquedotti/invasi/irriguo

  • visione strategica degli interventi

  • valutazione bontà delle opere

  • applicazione analisi costi-benefici

  • ripensare a nuovi invasi

  • unico soggetto centrale concertante con gli altri

  • salto di qualità nel settore idrico, parcellizzato in una miriade di soggetti (consorzi, ATO)”


probabilmente la situazione che oggi si registra sarebbe risultata differente.


Conclusivamente tali risultati, oggettivamente non esaltanti, imporrebbero una seria riflessione sull'utilizzo delle (consistenti) somme del ricovery fund, per il rispetto delle risorse pubbliche assegnate, delle stesse risorse idriche e più in generale a tutela dell’ambiente.


Qualora codesta Autorità ritenga utile avviare un costruttivo confronto nel senso sopra illustrato, i GRE assicurano il proprio impegno nel superiore interesse pubblico.


Ing. Roberto Iodice


lunedì 21 settembre 2020

Crisi idrica: la situazione dopo l'estate 2020

L'Osservatorio permanente sugli usi idrici, riunitosi lunedì 21 settembre ed a cui hanno partecipato attivamente i Gruppi Ricerca Ecologica, ha fatto il punto sulla crisi idrica in corso nel Distretto dell'Appennino Centrale.

Le precipitazioni degli ultimi tre mesi (giu-lug-ago) lungo la dorsale carbonatica ed in particolare sulle sorgenti principale hanno infatti reso l'estate 2020 più piovosa della media degli ultimi anni, mentre permane un deficit pluviometrico significativo su un orizzonte temporale di riferimento più ampio (9, 12 e 24 mesi) in termini

di recupero della disponibilità idrica (eccezion fatta, forse, per gli invasi più piccoli che hanno maggiore resilienza): dal punto di vista degli andamenti storici, tutte le sorgenti presentano una diminuzione costante delle portata, a dimostrazione che le precipitazioni estive non hanno grosso impatto sulle risorse idriche sotterranee, ed addirittura per le sorgenti con portata inferiore rispetto a quella media i deficit percentuali appaiono dello stesso ordine di grandezza dei deficit stimati negli anni più siccitosi.

La situazione, ad esempio, è particolarmente grave in Abruzzo, dove nel sub-ambito marsicano tutte le sorgenti hanno quasi totalmente esaurito la risorsa idrica disponibile rendendo necessarie turnazioni idriche per gli acquedotti serviti (come il Liri Verrecchie che serve anche 9 Comuni della Regione Lazio nella zona del Salto Cicolano) e chiusure notturne necessarie ad incrementare il livello per il minimo indispensabile dei serbatoi e partitori. Addirittura molte utenze servite sono state approvvigionate con autocisterne mobili in modo giornaliero: l'unico aspetto favorevole è che adesso i centri abitati in questione si sono svuotati della popolazione fluttuante, che questa estate è stata al massimo delle presenze rispetto agli anni passati anche a causa delle scelte fatte per limitare i rischi dell'epidemia da Covid-19.

 

Nel Lazio, dove il servizio idrico integrato è organizzato in 5 ambiti territoriali ottimali, non si riscontrano variazioni rispetto a luglio 2020 relativamente alla disponibilità delle fonti e problematiche gestionali.

Le situazioni di crisi delle disponibilità idriche presenti al momento in alcuni Comuni dell'ATO1-Viterbo sono prevalentemente dovute a problematiche strutturali del sistema di approvigionamenti idrico (captazioni ed adduzione), nonché al perdurare della presenza di arsenico e fluoro in molte fonti destinate ad uso potabile che tende ad aggravarsi in condizioni di monore disponibilità della risorsa e conseguente maggiore stress della stessa per il soddisfacimento dei fabbisogni idrici.

 

Anche nell'ATO2 – Lazio centrale Roma si conferma una condizione di significativo deficit relativamente alle cumulate pluviometriche del corrente anno idrologico (gennaio – agosto 2020), in particolare nella zona della dorsale appenninica e la bassa valle del Tevere, e conseguentemente delle relative portate minime dalle fonti di approvvigionamento con particolare riguardo all'area a sud di Roma alimentata dagli acquedotti Simbrivio e Doganella aggravata dalla ridotta possibilità di utilizzare fonti locali (circa 150 pozzi) a causa di problematiche di tipo qualitativo, con il rischio di scarsità idrica per il prossimo autunno e per l'anno idrologico 2021. Per far fronte a tale situazione, il 24 luglio scorso la Regione ha dichiarato lo stato di calamità naturale autorizzando un maggior prelievo dalle sorgenti del Pertuso (ulteriori 190 l/s in più ai 360 l/s autorizzati nel 2010); inoltre il gestore ha avviato l'abbassamento delle pressioni nelle ore notturne a garanzia di 22 Comuni nonché l'installazione di limitatori di portata nelle zone rurali in 13 Comuni.

Nell'ATO3 – Rieti non si sono registrate significative alterazioni delle fonti di approvvigionamento di maggiore rilevanza. Quelle a carattere superficiale non perenne, invece, hanno registrato significativi decrementi creando criticità in piccole frazioni mitigate con autobotti sostitutive e distribuzione oraria programmata. Analoghe misure sono state adottate nei comuni del Salto Cicolano (tra cui Borgorose, Collalto, Collegiove, Fiamignano, Nespolo, Pescorocchiano e Petrella Salto) serviti dal sistema acquedottistico Liri – Verrecchie di cui dicevamo prima.

I dati pluviometrici registrato nell'ATO4 – Lazio meridionale Latina, invece, sono in linea con quelli dell'anno precedente e al momento le sorgenti garantiscono il fabbisogno idrico. In caso di deficit della disponibilità si interverrà con risorse già disponibili, ed in particolare:

  • nella zona del Sud Pontino, mediante l'utilizzo del “Campo pozzi 25 Ponti in Comune di Formia” e della “Sorgente Fonte del Duca” per una portata complessiva di circa 125 l/s, oltre al “Collegamento rete di Minturno con rete Acquacampania Cellole”, in fase di ultimazione, con una portata di 160 l/s;

  • nella zona dei Monti Lepini, mediante l'utilizzo dei pozzi Volaga e dei pozzi in Comune di Amaseno per una portata complessiva di circa 95 l/s.

Disponibilità idrica decrescente anche nell'ATO5 – Lazio meridionale Frosinone, seppur non si sono registrati particolari disservizi e le turnazioni rispecchiano quelle attuato nel medesimo periodo del 2019 (dovute prevalentemente a problematiche strutturali). Anche a causa degli effetti dell'epidemia da Covid-19, allo stato si riscontrano fenomeni di bassa pressione nelle reti di distribuzione, soprattutto per le utenze poste più in alto. Misure migliorative per la gestione delle risorse idriche riguarderanno interventi sia strutturali (distrettualizzazione delle reti acquedottistiche, potenziamento impiantistico dei siti strategici, installazione di organi di manovra motorizzata ed in telecontrollo) che non (bilanciamento idraulico, verifica dei volumi d'acqua erogati, sostituzione massiva dei contatori).



domenica 20 settembre 2020

Trekking alla scoperta delle cascate di Rioscuro (Cineto Romano)

Era da tempo che volevamo tornare e farvi conoscere le cascate naturali di Rioscuro, a Cineto Romano: diversi salti in una verdeggiante gola scavata dall'omonimo torrente (dal 2018 area protetta tra i Monumenti Naturali del Lazio) caratterizzato da diversa portata a seconda delle stagioni (ed infatti diciamo che non lo abbiamo trovato proprio in piena) e posti ad un'altitudine di circa 570 metri s.l.m. .

Il sentiero, da poco riaperto ed inserito nella rete del Sentiero Coleman e del Cammino Naturale dei Parchi, parte dalla piazza principale del bel centro storico di Cineto Romano (consigliamo il parcheggio gratuito in Via delle Robinie alle spalle della Chiesa Parrocchiale di San Giovanni Battista): dopo un primo tratto pavimentato si arriva in un fontanile dove è possibile prendere dell'acqua. Si sale un pochino e si arriva alla piccola chiesa di Santa Maria delle Grazie, che pare sia stata edificata da San Francesco. Da qui si continua su un pezzo di strada bianca, fino ad arrivare alle indicazioni per le cascate dalle quali ci si addentra attraverso boschi e pozze d'acqua cristallina in uno scenario di rilevante interesse naturalistico e paesaggistico.

Quello che più ci interessava, come Gruppi Ricerca Ecologica, era la scoperta dell'ambiente umido, caratterizzato da formazioni di travertino e dalla presenza del gambero di fiume (Austropotamibius pallipes), indicatore della integrità dell'ecosistema e della Salamandrina dagli occhiali (Salamandrina perspicillata). 

Al termine del percorso ci ha "atteso" la cascata grande, che muove con l’incessante forza dell’acqua una fresca brezza. 


Lunghezza: 4,70 km
Dislivello: 249 m
Profilo itinerario: anello
Difficoltà: medio-facile (diversi tratti in ripida discesa/salita, sentieri esposti, qualche guado)

Attrezzatura obbligatoria: abbigliamento adatto alla stagione (pantaloni lunghi), scarponi da trekking, zaino (no borse a tracolla!), pranzo a sacco, acqua minimo 2 litri (dopo il fontanile non ci sono approvvigionamenti dell'acqua lungo il percorso).
Equipaggiamento consigliato: bastoncini da trekking, cappellino con visiera, snack, calzini di ricambio, scarpe da scoglio (no infradito), asciugamano, occhiali da sole, crema solare, macchina fotografica.


Note: le cascate non sono balneabili. Durante la stagione estiva, famiglie con bimbi piccoli possono percorrerla ma non è possibile portare passeggini. L'escursione non è adatta alle persone che soffrono di vertigini o a mobilità ridotta!




venerdì 18 settembre 2020

Tivoli e le capitozzature: siamo tornati sul luogo del delitto

Lo scorso 5 maggio scorso denunciammo l'ennesimo scempio di platani capitozzati, questa volta effettuato a Tivoli sulla S.P. 51/ab Maremmana Inferiore II che termina a Ponte Lucano: decine e decine di platani furono potati con un taglio del tutto irrazionale, indefinibile, eseguito tra l'altro in uno momento totalmente sbagliato giacché si era in piena ripresa vegetativa e nonostante tali alberi abbiano a disposizione lo spazio sufficiente per svilupparsi. 
Ovviamente, come spesso accade in questa triste Italia, nessuno se ne è fregato: non la Città Metropolitana di Roma Capitale (a cui, avendo appaltato i lavori, avevamo chiesto spiegazioni urgenti), non il Comune di Tivoli (sul cui territorio comunque insistono le piante), non le Autorità competenti (nemmeno quelle preposte a prevenire i reati ambientali).

Ma noi siamo tornati sul luogo del delitto, dove abbiamo riscontrato che si è verificato esattamente quanto avevamo previsto (non siamo indovini, sono semplici basi di dendrologia, la scienza che si occupa dello studio delle piante che producono legno): dopo il taglio drastico delle branche principali, che come in questo caso avevano visto totalmente eliminata la chioma, gli alberi, avendo troppo poca energia rispetto a quella di cui necessitavano, hanno reagito emettendo rapidamente nuovi rami che, sviluppandosi molto in fretta, hanno sopperito la carenza di energia provando a ricreare la chioma persa. 

Ma quelle che sono state prodotte sono particolari tipi di gemme, chiamate avventizie (che si sviluppano solo in situazioni di stress) e da cui si sono originati velocemente moltissimi rami attaccati al tronco dei platani in modo precario e formati da legno debole: l'obiettivo della piante sottoposte a stress è infatti il nutrirsi il prima possibile e non creare una struttura solida, e per questi motivi i rami saranno soggetti a facili rotture in occasione di forti piogge o vento che risulteranno particolarmente pericolose dal momento che le chiome di questi platani si estendono su due carreggiate con intenso traffico veicolare.

Per il momento ribadiamo che l'intervento operato a Tivoli ha deturpato e compromesso questi giganti della flora arborea caratterizzati da un notevole sviluppo in altezza e da una chioma folta ed estesa. Ma non finisce qua, perchè al primo violento temporale invernale andremo a verificare quanto solidi sono i rami prodotti dai platani capitozzati: e là, sempre sperando che nessuno si faccia male, emergeranno tutte le responsabilità di chi ha fatto e di chi non ha controllato.


Restate con noi!

sabato 12 settembre 2020

Importante sentenza in materia di V.I.A.

Ancora in materia di impatto ambientale, importante pronuncia del Consiglio di Stato, il quale ha ribadito che la V.I.A. è configurata come procedura amministrativa di supporto per l’autorità competente finalizzata ad individuare, descrivere e valutare gli impatti ambientali di un’opera, il cui progetto è sottoposto ad approvazione o autorizzazione. In altri termini, trattasi di un procedimento di valutazione ex ante degli effetti prodotti sull'ambiente da determinati interventi progettuali, il cui obiettivo è proteggere la salute umana, migliorare la qualità della vita, provvedere al mantenimento delle specie, conservare la capacità di riproduzione dell’ecosistema, promuovere uno sviluppo economico sostenibile (cfr. art. 3, direttiva n. 85/337/CEE e successive modifiche apportate dalla direttiva n. 97/11/CE). Essa mira a stabilire, e conseguentemente governare in termini di soluzioni più idonee al perseguimento di ridetti obiettivi di salvaguardia, gli effetti sull'ambiente di determinate progettualità. Tali effetti, comunemente sussumibili nel concetto di “impatto ambientale”, si identificano nella alterazione “qualitativa e/o quantitativa, diretta ed indiretta, a breve e a lungo termine, permanente e temporanea, singola e cumulativa, positiva e negativa” che viene a prodursi sull'ambiente, laddove quest’ultimo a sua volta è identificato in un ampio contenitore, costituito dal “sistema di relazioni fra i fattori antropici, naturalistici, chimico-fisici, climatici, paesaggistici, architettonici, culturali, agricoli ed economici, in conseguenza dell’attuazione sul territorio di piani o programmi o di progetti nelle diverse fasi della loro realizzazione, gestione e dismissione, nonché di eventuali malfunzionamenti” (art. 5, comma 1, lett. b) e c), del d.lgs. n. 152/2006).

L’oggetto dello screening è, sostanzialmente, l’“impatto”, ovvero “alterazione” dell’ambiente lato sensu inteso, così come per la VIA: esso svolge però una funzione preliminare per così dire di “carotaggio”, nel senso che “sonda” la progettualità e solo ove ravvisi effettivamente una significatività della stessa in termini di incidenza negativa sull'ambiente, impone il passaggio alla fase successiva della relativa procedura; diversamente, consente di pretermetterla, con conseguente intuibile risparmio, sia in termini di costi effettivi, che di tempi di attuazione. Lo screening, dunque, data la sua complessità e l’autonomia riconosciutagli dallo stesso Codice ambientale che all’art. 20 (e, più di recente, all’art. art. 9, d.lgs. del 16 giugno 2017, n. 104) ne disciplina lo svolgimento, è esso stesso una procedura di valutazione di impatto ambientale, meno complessa della V.I.A., la cui previsione risponde a motivazioni comprensibilmente diverse. Per questo motivo è spesso definito in maniera impropria come un subprocedimento della V.I.A., pur non essendo necessariamente tale. Esso è qualificato altresì come preliminare alla V.I.A., dizione questa da intendere solo in senso cronologico, stante che è realizzato preventivamente, ma solo con riguardo a determinate tipologie di progetto rispetto alle quali alla valutazione vera e propria si arriva in via eventuale, in base cioè proprio all’esito in tal senso della verifica di assoggettabilità. Le categorie di progetti, quindi, che possono essere sottoposte alla verifica di assoggettabilità coincidono con quelle rispetto alle quali la V.I.A. è solo eventuale, ovvero, in estrema sintesi: 

  1. progetti elencati nell’Allegato II al Codice che servono esclusivamente o essenzialmente per lo sviluppo ed il collaudo di nuovi metodi o prodotti e non sono utilizzati per più di due anni (screening di competenza statale); 
  2. modifiche dei progetti elencati nell’Allegato II suscettibili di produrre effetti negativi e significativi per l’ambiente (screening di competenza statale); 
  3. progetti elencati nell’Allegato IV (screening di competenza regionale). 

La verifica di assoggettabilità, dunque, non può essere considerata una fase costitutiva ed imprescindibile della V.I.A., perché essa non deve essere esperita sempre, ma solo rispetto ai progetti appena elencati. Ne costituisce pertanto un elemento aggiuntivo eccezionale rispetto al normale iter, che per gli altri progetti prende avvio con la presentazione della relativa istanza.

La direttiva n. 2011/92/UE che ha armonizzato a livello comunitario la disciplina della V.I.A., specifica che lo screening può essere realizzato o mediante un’analisi caso per caso, oppure lasciando agli Stati membri la possibilità di fissare delle soglie dimensionali rispetto alle quali procedere o meno alla verifica di assoggettabilità. Suddetta direttiva è molto chiara nello specificare che, anche qualora si decidesse di fare riferimento ad un indicatore dimensionale, data la rilevanza che riveste lo screening (perché in base al suo esito si decide se procedere o meno ad effettuare la V.I.A.), occorrerebbe fare riferimento comunque anche a specifici criteri di selezione. Pertanto non è possibile escludere un progetto solo facendo riferimento alle sue dimensioni: occorre avere una visione d’insieme. Indicazione questa di innegabile rilevanza ai fini dello scrutinio della legittimità della decisione in termini di assoggettamento. I criteri in questione sono stati recepiti a livello nazionale nell’Allegato V, Parte II, del Codice ambientale. Essi sono molteplici, e spaziano dalle intrinseche caratteristiche del progetto (dimensioni, cumulo con altri progetti, produzione di rifiuti, utilizzazione delle risorse naturali, produzione di inquinamento e disturbi acustici, rischio di incidenti concernenti le tecnologie o sostanze utilizzate); alla sua localizzazione (capacità di assorbimento ambientale delle aree geografiche in cui verrà situato l’impianto, effetti su riserve e parchi naturali, zone costiere e montuose, zone a forte densità demografica); alle caratteristiche dell’impatto potenziale (portata dell’impatto, probabilità di accadimento dell’impatto, durata, frequenza e reversibilità dell’impatto). La ratio è evidentemente quella di garantire per quanto possibile il più elevato livello di tutela ambientale, senza tuttavia onerare inutilmente il cittadino richiedente.

I presupposti per la V.I.A. sono oggettivi, e riposano nel ricadere o meno di un certo progetto fra le tipologie per le quali la normativa contenuta nel d.lgs. n. 152 del 2006, o nelle leggi regionali, contempla la verifica ambientale, obbligatoriamente, ovvero facoltativamente, imponendo il legislatore la preliminare verifica di assoggettabilità (sul punto cfr. Cons. Stato, sez. IV, 12 maggio 2014, n. 2403).

Ma leggiamo per intero la sentenza:

venerdì 11 settembre 2020

La peste è arrivata

E' da mesi che tutte le autorità europee monitorano la situazione, ed anche noi Gruppi Ricerca Ecologica abbiamo esaminato il fenomeno e denunciato il pericolo che la peste potrebbe comportare a livello globale. Per fortuna non parliamo (ancora) della peste bubbonica, focolai della quale sono stati registrati poche settimane fa in Mongolia [1] e in Cina [2]  e per i quali i sospetti questa volta sono stati fatti ricadere sulle marmotte (ci risiamo, dopo i pipistrelli o i pangolini). Parliamo della peste suina africana (PSA o ASF, dall'inglese african swine fever), una malattia incurabile che colpisce le specie animali appartenenti alla famiglia dei suidi (suini domestico e specie selvatiche, come i cinghiali): il tasso di letalità è del 100% e pertanto può causare gravi ripercussioni socio-economiche nei Paesi interessati. 

In Italia la sua presenza è endemica in Sardegna sin dal 1978, con andamenti epidemiologici oscillanti ma tendenzialmente in netto calo [3], e da anni è attivo un Piano di Sorveglianza Nazionale e di Eradicazione. Negli ultimi anni si è diffusa dall'Asia anche in Europa, causando, tra il 2016 e il giugno 2020, la perdita di 1,3 milioni di suini [4] [5] e pochi giorni fa ne è stata segnalato l'arrivo in Germania, (precisamente in un cinghiale nel Brandeburgo  [6], avvalorando la fantasiosa tesi che il maggiore rischio di diffusione è legato proprio al movimento della fauna selvatica, tesi scientificamente dimostrata come infondata [7], mentre l'attuale epidemiologia riconosce proprio nell'uomo il principale responsabile sia della trasmissione a lunga distanza che dell'introduzione del virus negli allevamenti di suini domestici [8] ) scatenando il panico tra gli allevatori [9].

 

Attualmente, contro la PSA non esiste alcuna cura efficace o vaccino [10] e quindi la prevenzione si basa interamente sulla biosicurezza ovvero la prevenzione del contatto tra il virus e l'ospite suscettibile [11]. Il virus (unico rappresentante della famiglia Asfarviridae) è in grado di diffondersi attraverso il contatto diretto tra animali infetti (ma anche i portatori clinicamente sani possono essere una fonte di nuove infezioni acute [12], la trasmissione indiretta può avvenire a seguito di ingestione di carne e prodotti derivati provenienti da animali infetti, rifiuti alimentari, scarti di cucina, frattaglie di cinghiali infetti o tramite il contatto con oggetti contaminati dal virus come attrezzature, veicoli e abbigliamento [13]. Tuttavia si sta indagando anche su potenziali vettori del virus quali ad esempio mosche [14] o zecche [15], e sulla sua persistenza nell'ambiente [16], elementi fondamentali per prevenire l'ulteriore diffusione della malattia e per comprendere la nuova epidemiologia.

I principali sintomi della peste suina africana sono i seguenti [17]:

  • febbre (40,5 - 42 ° C);
  • leucopenia e trombocitopenia a esordio precoce (48-72 ore);
  • arrossamento della pelle (nei suini bianchi) intorno a orecchie, coda, arti distali, addome e torace;
  • anoressia, cianosi e incoordinazione (si manifesta entro 24-48 ore prima della morte);
  • aumento della frequenza cardiaca e della frequenza respiratoria;
  • vomito e diarrea (a volte contenente sangue);
  • la morte di solito si verifica entro 6-13 giorni dall'infezione, tuttavia, può verificarsi anche dopo 20 giorni;
  • può provocare aborti alle scrofe;
  • il tasso di mortalità dei suini domestici è del 100%.

Ad ogni modo il riconoscimento e la diagnosi della peste suina africana possono essere difficili. Clinicamente, infatti, la malattia sembra identica alla peste suina classica e sembra molto simile a erisipela, salmonellosi, pasturellosi setticemica e altre malattie setticemiche.

Non essendo stato mai segnalato alcun contagio umano, l'opinione scientifica diffusa è che la PSA non sia una patologia zoonosica [5], ovvero una malattia infettiva che possa essere trasmessa dagli animali (escluso l'uomo) all'uomo (o viceversa), direttamente (contatto con la pelle, peli, uova, sangue o secrezioni) o indirettamente (tramite altri organismi vettori o ingestione di alimenti infetti). Pertanto il consumo di carne di animali infetti è vietato non a causa della minaccia di infezione per l'uomo, ma a causa della minaccia che il pericoloso virus possa diffondersi oltre l'area dell'infezione attraverso carne, sangue o organi interni [18]. Tuttavia, significative lacune conoscitive evidenziano l'urgente necessità di ricerca per indagare le dinamiche della trasmissione indiretta attraverso l'ambiente, le dosi infettive minime per l'ingestione di mangimi contaminati, la probabilità di contatti efficaci tra cinghiali infetti e suini domestici, il potenziale per gli animali guariti di diventare portatori e serbatoio per la trasmissione, la potenziale persistenza del virus all'interno delle popolazioni di cinghiali e l'influenza del comportamento umano per la diffusione della peste suina africana [19]

E' bene precisare che sono state scoperte nuove sequenze virali nel siero umano e nelle acque reflue che sono chiaramente correlate alla famiglia degli asfarvirus sebbene altamente divergenti dal virus della peste suina africana: il rilevamento di queste sequenze suggerisce comunque che potrebbe esistere una maggiore diversità genetica tra gli asfarvirus di quanto si pensasse in precedenza e aumenta la possibilità che si verifichi un'infezione umana da parte degli asfarvirus [20].

Al momento, comunque, il virus della PSA è "solo" un agente virale con un impatto significativo a causa dei suoi effetti devastanti sulle popolazioni di suini domestici durante le epidemie, ma che potrebbe andare ben oltre le perdite economiche e la destabilizzazione dell'industria della carne suina, compresi gli effetti a valle sulla salute umana: una minaccia notevole, infatti, è la potenziale carenza di eparina, un farmaco anticoagulante utilizzato per prevenire la formazione di coaguli di sangue, e pertanto rappresentante il principale intervento farmaceutico per la prevenzione degli attacchi di cuore durante gli interventi chirurgici e per l'uso nei pazienti in dialisi. Ma recentemente è stata avviata la sperimentazione dell'eparina  [21] nella versione non frazionata (altresì detta a basso peso molecolare) anche nel trattamento del Covid-19 (toh!) proprio per gli effetti che l'anticoagulante avrebbe avere sui trombi e per impedire il legame con le proteine spike ossia quelle proteine che il virus usa per legarsi ai recettori ACE2 delle cellule che prende di mira e quindi per infettare il corpo [22]: l'Agenzia italiana del farmaco (AIFA) ha finanche pubblicato anche una scheda tecnica sull'utilizzo dell'eparina a basso peso molecolare nel trattamento dei pazienti con Covid-19 [23].

Il principio attivo contenuto nell'eparina viene estratto dall'intestino di maiale: in qualità di più grande produttore mondiale di carne suina, la Cina fornisce quasi l'80% dell'offerta globale degli ingredienti farmaceutici attivi necessari per produrre eparina. Ma l'epidemia di PSA ha portato a perdite significative di popolazioni di suini in Cina (si stima tra 150 e 200 milioni di suini) a causa della PSA in Cina [24] e pertanto si sono creati tutti i presupposti per una carenza globale di eparina che sta già allarmando diverse organizzazioni (come il produttore Fresenius Kabi in Germania e la Food and Drug Administration - FDA statunitense [25]). Esistono potenziali alternative ai suini, ma i prodotti a base di bovini sono stati interrotti già da tempo negli Stati Uniti per timori sulla malattia da prioni (degli "agenti infettivi non convenzionali" di natura proteica) e i prodotti a base di pecora e capra non sono mai stati testati sugli esseri umani. Se i focolai di PSA portassero a una carenza prolungata di eparina, gli ospedali e i sistemi sanitari potrebbero essere costretti a modificare le loro pratiche di routine.

Ad ogni modo anche la PSA ci insegna che insieme alla crescente globalizzazione, l'introduzione di malattie umane e animali rappresenterà una minaccia continua per la salute pubblica e del bestiame, il commercio di animali e dei loro prodotti e la sicurezza alimentare [26].

GRE LAZIO 

giovedì 10 settembre 2020

Salone, le immagini del rogo

Ennesimo rogo divampato nei pressi del Campo Nomadi di Via Salone. Nell’incendio, scoppiato l'8 settembre scorso intorno alle ore 22:00, sono andati a fuoco enormi cumuli di materiale abbandonato, rifiuti di varia natura e copertoni di auto. L'area di tutto il quadrante Est di Roma è stata resa pestilenziale da una densa colonna di fumo, creando non pochi disagi agli abitanti. 

Una situazione assolutamente prevedibile da parte delle Istituzioni che hanno tollerato per mesi l'inammissibile formarsi di una discarica totalmente abusiva. Fortunatamente il rogo non ha coinvolto nè case nè persone, però ancora una volta come Gruppi Ricerca Ecologica riteniamo non più rinviabile la risoluzione di una degrante problematica che è giunta fino in Parlamento.

Guarda le foto 

sabato 5 settembre 2020

L'ultima camminata [Cammino dei Briganti] - Ep. 5

Ultimo giorno sul Cammino dei Briganti e dopo aver passato una notte fredda sul colle di San Donato, Luca si è alzato all'alba, ha preparato velocemente lo zaino e si è rimesso in cammino raggiungendo Sante Marie in un paio d'ore, concludendo così questa fantastica esperienza.

Su questo Cammino Luca De Felice ha documentato la sua esperienza come missionario dell'Associazione Ambientalista Gruppi Ricerca Ecologica , monitorando gli ecosistemi delle nostre terre e osservando come la natura esiste e resiste, interagendo con l'ambiente circostante.

E noi vogliamo ringraziarlo con questo particolare "alla prossima":

“La Via prosegue senza fine lungi dall'uscio dal quale parte. Ora la Via è fuggita avanti, devo inseguirla a ogni costo rincorrendola con piedi stanchi sin all'incrocio con una più larga dove si uniscono piste e sentieri. E poi dove andrò? Nessuno lo sa.”

J.R.R. TOLKIEN


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