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venerdì 27 novembre 2020

L'aviaria minaccia di nuovo la biodiversità in Europa

Da diversi mesi l'EFSA sollecitava i Paesi dell'UE a intensificare la sorveglianza e le misure di biosicurezza per prevenire possibili nuove epidemie di influenza aviaria quest’anno, a seguito di focolai di influenza ad alta patogenicità (HPAI) verificatisi tra gli uccelli selvatici e il pollame nella Russia occidentale e nel Kazakistan questa estate, esattamente lungo una rotta di migrazione autunnale degli uccelli acquatici diretti in Europa. 

Adesso il rischio che l'influenza aviaria si sposti a Paesi europei precedentemente non interessati da focolai è alto ed il virus si stia diffondendo rapidamente in tutto il continente: ad ottobre sono stati segnalati oltre 300 casi in Belgio, Danimarca, Francia, Germania, Irlanda, Paesi Bassi, Svezia e Regno Unito. La maggior parte dei casi sono stati rinvenuti in uccelli selvatici, anche se ci sono stati alcuni focolai occasionali nel pollame che si teme possano con alta la probabilità diffondersi.

Distribuzione geografica dei rilevamenti di virus dell'influenza
aviaria ad alta patogenicità nell'UE  e nel Regno Unito
per categoria di uccelli colpiti, 19 novembre 2020 (n = 302)


Per fortuna finora non è stato segnalato alcun nuovo focolaio nell’uomo e il rischio di trasmissione al pubblico in genere resta molto basso. Tuttavia l'evoluzione di questi virus dev’essere monitorata attentamente per valutare il rischio concreto che emergano virus trasmissibili all'uomo.

I competenti enti nazionali sono stati pertanto esortati a continuare a esercitare opportuna sorveglianza sugli uccelli selvatici e sul pollame, e a mettere in atto misure di controllo per prevenire il contatto dell’uomo con uccelli infetti o morti. E' stato inoltre consigliato agli Stati membri di applicare nelle zone ad alto rischio le misure di attenuazione del rischio e di incremento della biosicurezza prescritte dalla Decisione di esecuzione (UE) 2018/1136 della Commissione.

Diffusione spaziale ipotetica del ceppo HPAI A (H5)
sulla base dei dati genetici attualmente disponibili



Le mani su Veio

Pubblichiamo la nota dei GRE LAZIO inviata all’Assessore Agricoltura, Promozione della Filiera e della Cultura del Cibo, Ambiente e Risorse Naturali della Regione Lazio il 26 novembre 2020.

OGGETTO: NOTE IN MERITO ALLA DESIGNAZIONE DELLA COMUNITA’ DEL PARCO DI VEIO. RICHIESTA CHIARIMENTI

Egregio Assessore,

esprimiamo viva preoccupazione per le incomprensibili pressioni che risulterebbero operate dagli uffici regionali sulla Comunità del Parco di Veio affinché vengano ritirate le legalissime designazioni effettuate in data 12 dicembre 2019, con presa d'atto del 24 febbraio 2020, per procedere a nuove designazioni sulla base di una normativa entrata in vigore solo il successivo 27 febbraio 2020 e che evidentemente non può avere effetti retroattivi come noto secondo le previsioni dell’ordinamento giuridico.

Vorremmo sapere se tale invito sia stato rivolto a tutti i sistemi di aree protette o ci sia una particolare attenzione nei confronti del Parco di Veio. Ed eventualmente per quali motivi.

Ci stupisce - secondo quanto si ipotizza - che la Regione possa distrarsi dal compito di monitorare se l'attività degli Enti gestori persegua adeguatamente le finalità di protezione e la normativa più generale, per intervenire senza vigenti presupposti di legge in merito alla nomina dei rappresentanti di garanzia del territorio, minando l'autonomia della Comunità del Parco ed esercitando pressioni in tal senso e violando il principio di leale collaborazione tra enti.

Sembrerebbe quasi che gli uffici regionali, anziché lavorare per colmare il gap di protezione da anni presente nella Regione Lazio ed evidenziato erga omnes dalle informazioni territoriali e ambientali rese disponibili dal Ministero dell'Ambiente e della tutela del territorio e del mare, prestino il fianco a possibili strategie di controllo politico degli organi di governance delle aree naturali protette, operando interventi potenzialmente condizionanti in tal senso.

Non vorremmo che dietro tutto ciò si nascondessero altri propositi che solo con l'unanimismo possono essere realizzati: è per questo che le chiediamo di intervenire per verificare la correttezza amministrativa dell'operato della Direzione, per garantire l'autonomia delle Comunità, per far sì che al centro dell'azione degli uffici della Regione Lazio ci sia esclusivamente la tutela del territorio e dell'ambiente. 

Ai fini della trasparenza amministrativa si richiede inoltre di ricevere puntuali informazioni sulle modalità di tenuta e iscrizione dell’elenco delle associazioni ambientaliste presente presso la Direzione Capitale naturale, parchi e aree protette che possono completare, di volta in volta, le Comunità delle Aree Naturali Protette per finalizzare l’iscrizione ai sensi dell’articolo 16 della legge regionale del Lazio n. 29 del 1997.

Art. 16 (50) (Comunità)

1. I presidenti delle province, i sindaci dei comuni e i presidenti delle comunità montane o loro delegati nei cui territori sono ricomprese le aree naturali protette, costituiscono la comunità dell'area naturale protetta o del sistema delle aree naturali protette gestite unitariamente, ciascuno con responsabilità pari alla quota di partecipazione territoriale calcolata, nel rispetto di quanto previsto dal presente comma,  sulla base dei criteri stabiliti dalla Giunta regionale con propria deliberazione. La quota di partecipazione è definita con riferimento alla percentuale della superficie comunale compresa nell'area protetta nonché alla percentuale della quota di partecipazione del comune alla superficie complessiva dell'area protetta e non può comunque eccedere, per ciascun comune, il 49 per cento dell’intero organo collegiale. Alle province è riservata una quota complessiva pari ad un decimo; alle comunità montane una quota pari ad un decimo di quanto spetta complessivamente ai comuni che ne fanno parte. Fanno parte della comunità, altresì, quattro rappresentanti nominati dal Presidente della Regione, di cui due designati dalle organizzazioni professionali agricole maggiormente rappresentative a livello regionale e altri due designati dalle associazioni ambientaliste a livello regionale, riconosciute ai sensi dell’articolo 13 della l. 349/1986 e successive modifiche, o iscritte nell’albo regionale del volontariato. Ai rappresentanti delle associazioni è riservata una quota di partecipazione fissa, non calcolata su criteri territoriali, pari a due centesimi ciascuno. (51)

lunedì 16 novembre 2020

Dieci anni di dieta mediterranea

Marocco, la presentazione della candidatura della dieta mediterranea
quale patrimonio immateriale dell'umanità dall'UNESCO.
Da sinistra in primo piano Francesco Ambrosio, Capo di gabinetto MiPAAF,
poi il rappresentante istituzionale del Marocco, il Sindaco di Chefchaouen,
Amilcare Troiano, presidente del Parco del Cilento
e Angelo Vassallo, il sindaco di Pollica, ucciso in un attentato.


16 novembre 2010 - 16 novembre 2020

Dieci anni fa il comitato intergovernativo dell’UNESCO, riunitosi a Nairobi, iscrisse la dieta mediterranea nella prestigiosa lista del patrimonio immateriale e culturale dell’umanità.

Questo ambito e sofferto riconoscimento fu il frutto di un intenso e concertato lavoro svolto da quattro nazioni: Italia, Spagna, Grecia e Marocco che furono rappresentate dalle loro comunità emblematiche: Pollica - Cilento, Soria, Coroni e Chefchaouen.

Il momento determinante per proporre la candidatura dall’UNESCO avvenne il 13 marzo 2010 quando , in Marocco, i rappresentanti istituzionali delle quattro nazioni e delle comunità emblematiche sottoscrissero la dichiarazione di Chefchaouen, l'atto finale per ottenere il riconoscimento UNESCO.

Per l' Italia sottoscrissero il documento il dott. Francesco Ambrosio, capo gabinetto del Ministro delle politiche agricole alimentari e forestali, il compianto Angelo Vassallo, sindaco di Pollica, ed Amilcare Troiano, presidente del Parco nazionale del Cilento.

La dieta mediterranea, individuata dal prof. Ancel Keys, noto fisiologo e nutrizionista americano, che trascorse più di trenta anni a pioppi per studiare le abitudini alimentari, lo stile di vita ed i benefici che tale alimentazione apportava alle longeve popolazioni cilentane, nelle quali si riscontrava una bassa incidenza di malattie cardiovascolari, rappresenta un patrimonio culturale condiviso che si tramanda di generazione in generazione e che va salvaguardato e praticato.

Quindi non è solo un modello nutrizionale rimasto costante ed inalterato nel tempo e nei luoghi del mare nostrum, ma è soprattutto uno stile di vita che promuove le interazioni sociali, conserva e sviluppa le attività tradizionali ed i mestieri legati alla pesca ed alla agricoltura che si svolgono nel pieno rispetto dell'ambiente e della biodiversità come avviene in tante piccole comunità del mediterraneo dove le donne svolgono un ruolo particolarmente importante nella trasmissione dei rituali e delle conoscenze che identificano le comunità interessate e che variano dal paesaggio alla tavola.

A dieci anni di distanza possiamo affermare che la dieta mediterranea, patrimonio dell'umanità, rappresenta il valore aggiunto delle eccelse produzioni tipiche, del turismo naturalistico ed enogastronomico del nostro paese, nella consapevolezza che lo sviluppo sociale, culturale ed economico del territorio non può prescindere dalla valorizzazione delle sue identità e specificità che, mai come adesso, sono rappresentate anche dalla dieta mediterranea.

Amilcare Troiano

Responsabile nazionale AREE PROTETTE dei Gruppi Ricerca Ecologica

già presidente dei Parchi nazionali del Vesuvio e del Cilento.

domenica 1 novembre 2020

Tor Paterno, il tesoro marino di Roma

In pochi conoscono la straordinaria vita sottomarina delle Secche di Tor Paterno. Oggi vogliamo questa area marina protetta di 14 chilometri quadrati sita proprio davanti la spiaggia della splendida tenuta presidenziale di Castelporziano (ad una distanza di appena 4 miglia nautiche) attraverso le splendide foto che ci ha inviato in esclusiva Ilaria Panzironi del Blue Marlin Diving Center, il più grande centro di attrazione per l’attività subacquea e punto di riferimento per il litorale romano.

Le Secche di Tor Paterno sono l'unica Area Marina Protetta italiana completamente sommersa e non includente alcun tratto emerso di costa (e di cui i Gruppi Ricerca Ecologica hanno chiesto alla Regione Lazio l'ampliamento proprio a tutela e salvaguardia dell'ecosistema). Costituita da un'ampia formazione rocciosa, coperta da una sorprendente quantità di vita animale e vegetale, l'area rappresenta una vera e propria isola sul fondo del mar Tirreno, la cui sommità giunge a 18 metri sotto il livello del mare, mentre la profondità massima tocca i meno 60 metri, costituendo così una vera e propria "oasi" in grado di attirare moltissime specie ittiche. 

Ma, oltre a cavallucci marini, murene, polpi, cosa si cela in questo scrigno di biodiversità a due passi da Roma? Iniziamo con la fauna:

  • Corallo nero (Antipathes): un esacorallo, parente delle attinie, ma che non ha nessun valore commerciale. Le sue colonie, di un tenue colore giallo, si fissano spesso sugli scheletri di altre gorgonie, sia morte che vive, e possono raggiungere i due metri di altezza. E' una delle specie più rare presenti sulle Secche di Tor Paterno, ed è protetta dalle Convenzioni di Berna e di Barcellona.
  • Aquila di mare (Myliobatis aquila): parente di squali, mante e razze, sembra volare al di sopra dei fondali marini. Può giungere ad oltre un metro di larghezza ed è dotato di un aculeo velenoso, posto all’attaccatura della coda, pericoloso anche per l’uomo. Si nutre di molluschi ed è inoffensivo. Per le sue abitudini è vittima di cacciatori subacquei e della pesca a strascico.
  • Gorgonie (Alcyonacea): sono animali coloniali, parenti stretti del più famoso corallo rosso, ma a differenza di questo presentano uno scheletro corneo e quindi flessibile. Possono raggiungere dimensioni anche relativamente grandi e hanno colorazione e portamento diversi a seconda della specie. Nell'Area delle Secche si trovano frequentemente a partire dai 25 metri di profondità e raggiungono oltre mezzo metro d'altezza, principalmente le coloratissime specie Paramuricee e Eunicelle.
  • Margherita di mare (Parazoantus zoanthus axinellae): è un antozoo caratterizzato da un colore giallo intenso o aranciato, che cresce sia sul substrato roccioso sia su altri organismi, quali spugne, gorgonie e ascidie. Preferisce l’entrata di grotte o pareti poco illuminate, sempre in presenza di correnti. In condizioni favorevoli può ricoprire molti decimetri quadrati.
  • Tartaruga caretta (Caretta caretta): fortemente minacciata di estinzione, è l'unica specie a nidificare in Italia. Ha un carapace lungo 70-140 cm, con 5 placche dorsali centrali e 5 placche dorsal centrali e 5 placche su ogni lato; il colore è rosso-marrone e la testa è grande con un rostro ("becco") molto pronunciato. La sua dieta, onnivora, varia con l'età: plancton, poi meduse e prede del fondo (peci, molluschi, crostacei, ricci di mare).
  • Tartaruga verde (Chelonia mydas): ha un carapace lungo fino a 140 cm, più tondeggiante di Caretta, con 5 placche dorsali centrali e 4 placche costali per ogni lato. E' di colore marrone-verde oliva, spesso con chiarezze e strie più scure, e il rostro è poco pronunciato. Ha una dieta in genere erbivora in acqua basse e calde. E' comune lungo le coste nord-africane, dove nidifica.
  • Tartaruga Liuto (Dermochelys coriacea): lunga oltre 2 metri e con il peso di 500-800 kg, è l'indiscusso gigante tra i Cheloni. Inconfondibile è anche il carapace, in cui le piccole placche ossee sono impiantate nella pelle durissima, simile al cuoio e ornata da lunche carene, che ricordano un liuto. Si ciba di pesci e meduse, tra cui la velenosissima caravella portoghese, spesso in acque profonde (il record attuale è di circa 1280 m) e nidifica anch'essa sulle coste africane.
  • Tursiope (Tursiops truncatus): è il più conosciuto tra i delfini, che può giungere fino a tre metri e mezzo di lunghezza. Di colore generalmente grigio, più o meno uniforme, questo mammifero marino si incontra di tanto in tanto nelle acque dell'Area Marina Protetta in branchi composti da circa una decina di animali. La specie è protetta dalle Convenzioni di Berna, di Barcellona, dalla Direttiva Habitat e dalla legge italiana n. 157/92.

Secche di Tor Paterno
foto di Ilaria Panzironi - Blue Marlin Diving
Secche di Tor Paterno
foto di Ilaria Panzironi - Blue Marlin Diving
Secche di Tor Paterno
foto di Ilaria Panzironi - Blue Marlin Diving
Secche di Tor Paterno
foto di Ilaria Panzironi - Blue Marlin Diving
Secche di Tor Paterno
foto di Ilaria Panzironi - Blue Marlin Diving
Secche di Tor Paterno
foto di Ilaria Panzironi - Blue Marlin Diving
Secche di Tor Paterno
foto di Ilaria Panzironi - Blue Marlin Diving
Secche di Tor Paterno
foto di Ilaria Panzironi - Blue Marlin Diving
Secche di Tor Paterno
foto di Ilaria Panzironi - Blue Marlin Diving
Secche di Tor Paterno
foto di Ilaria Panzironi - Blue Marlin Diving
Secche di Tor Paterno
foto di Ilaria Panzironi - Blue Marlin Diving
Secche di Tor Paterno
foto di Ilaria Panzironi - Blue Marlin Diving
Secche di Tor Paterno
foto di Ilaria Panzironi - Blue Marlin Diving
Secche di Tor Paterno
foto di Ilaria Panzironi - Blue Marlin Diving
Secche di Tor Paterno
foto di Ilaria Panzironi - Blue Marlin Diving
Secche di Tor Paterno
foto di Ilaria Panzironi - Blue Marlin Diving
Secche di Tor Paterno
foto di Ilaria Panzironi - Blue Marlin Diving
Secche di Tor Paterno
foto di Ilaria Panzironi - Blue Marlin Diving

La flora marina è invece costituita da Posidonia oceanica (L.) Delile, protetta ai sensi della Direttiva Habitat 92/43 CEE (habitat prioritario 1120): è caratterizzata da foglie di forma nastriforme che possono arrivare anche ad un metro di lunghezza, larghe un centimetro circa e che si originano dal un rizoma formando fasci di circa 5-8 foglie. Il rizoma, che rappresenta il fusto della pianta, si fissa al fondo per mezzo delle radici e può essere immerso nel sedimento marino o ancorarsi sulla roccia, formando vere e proprie praterie dalla superficie fino ai 40 m di profondità in acque limpide: le praterie di Posidonia oceanica vengono considerate tra i più rappresentativi e importanti ecosistemi costieri del Mediterraneo per la notevole importanza ecologica, in quanto costituiscono un complesso ecosistema dove trovano cibo e riparo numerosi organismi. Nel corso del XX secolo tuttavia questo habitat è andato incontro ad un notevole deterioramento, soprattutto in prossimità dei più importanti centri industriali e portuali. I fattori che ne hanno determinano la regressione sono numerosi e soprattutto di origine antropica, come la diminuzione della trasparenza dell’acqua, l’alterazione del regime sedimentario causato talvolta dal ripascimento delle spiagge, l’ancoraggio delle imbarcazioni, le attività di pesca a strascico, l’inquinamento e la competizione di specie algali invasive non indigene.

Per tali motivi, nell'Area marina protetta delle Secche di Tor Paterno sono vietate la pesca con sistemi ad alto impatto ambientale, la caccia subacquea, la navigazione non autorizzata, mentre l'Ente gestore Roma Natura ha regolamentato le attività subacquee e la pesca sportiva.

Ed ora ti va di giocare con noi? Componi il puzzle e scopri il simpatico amico... un aiutino: inizia con i pezzi laterali (quelli con un bordo liscio) e poi con i cuori:

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