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venerdì 28 febbraio 2020

Coronavirus, 5 aspetti su cui vale la pena riflettere


Senza avventurarsi su problematiche di tipo sanitario (rispetto alle quali, tra l’altro, è già abbastanza la confusione), l’epidemia globale da coronavirus e il conseguente tentativo in corso di gestirla dimostrano che è indifferibile un’inversione di tendenza nella direzione della transizione ecologica. Vediamo quali sono le diverse criticità della società di massa (per nulla sconosciute a chi si occupa di ambiente, a dire il vero) che stanno venendo alla luce:

  1. l’attuale sistema economico globale è sostanzialmente fondato sulla produzione di inquinamento: seppure la qualità dell’aria nelle megalopoli cinesi non è migliorata (a causa del ruolo dalle industrie ad alta intensità energetica e dal trasporto merci), la quarantena o lo stop produttivo immediatamente successivi alle feste del capodanno lunare sono stati sufficiente per ottenere la riduzione di oltre 100 milioni di tonnellate metriche di emissioni di anidride carbonica[1] (quantità compresa tra il 15% e il 40%), e conseguentemente per la diminuzione di circa un quarto[2], o più, delle emissioni di CO2[3] del paese in solo 2 settimane. Inoltre un secondo studio (sempre del Crea) ha altresì evidenziato nel medesimo periodo di osservazione un crollo del 36% delle emissioni di diossido di azoto (NO2), un sottoprodotto della combustione di combustibili fossili nei veicoli e nelle centrali elettriche, grazie alla forte riduzione del traffico ed al pressoché azzeramento del consumo quotidiano di carbone, il combustibile fossile più inquinante. 
    Le emissioni inquinanti in Cina - fonte Bloomberg
  2. Le epidemie in Cina non sono una novità, anzi. Ma, rispetto al passato, le megalopoli hanno amplificato l’area del contagio e, come sottolineato anche da Ilaria Capua, virologa di fama internazionale ed ora all’Università della Florida, la globalizzazione l’ha estesa a tutto il pianeta generando l’immenso effetto domino sotto gli occhi di tutti, a livello sociale e soprattutto economico: «Questa epidemia ha messo in luce come in questo mondo siamo tutti interconnessi». Una megalopoli è un aggregato di aree metropolitane più o meno vicine, che insieme costituiscono però un polo regionale integrato, anche se sono separate da «buchi» e aree non urbanizzate o agricole: con le dovute proporzioni rispetto alla Cina, una megalopoli italiana potrebbe essere l’insieme Milano-Torino. Piaccia o meno, è un dato di fatto con cui fare i conti.
    Distribuzione geografica dei casi di COVID-19 (al 28 febbraio 2020) - fonte ECDC
  3. Nell’era della connessione continua, «lo Smart Working non può essere la soluzione per “bloccare” l’epidemia ma, con l’impegno di tutti, può rappresentare una misura per ridurre rischi, attenuare disagi e contenere gli enormi danni economici e sociali che questa emergenza rischia di causare», come ha dichiarato Mariano Corso, responsabile scientifico dell’Osservatorio Smart Working del Politecnico di Milano. Mentre in Cina, cercando di arginare l’arresto della propria economia, è stato avviato il più grande maxiesperimento di smart working[4], anche in Italia, con l’approvazione d’urgenza del decreto attuativo del 23 febbraio 2020 n.6[5], il lavoro agile sarà applicabile da subito anche senza un accordo preventivo con i dipendenti (così come invece richiede il Jobs Act[6]). E lo Smart Working, oltre a convenire all’apparato produttivo perché favorisce la produttività individuale e la continuità operativa dell’utente (e quindi del business), giova ai lavoratori (che hanno una maggiore flessibilità e autonomia nella scelta degli spazi, degli orari di lavoro e degli strumenti da utilizzare per svolgere le proprie attività lavorative) e ancor più all’ambiente[7] (meno mobilità = meno emissioni = meno inquinamento).

  4. L’epidemia COVID-19 non è una pandemia[8], ma la cattiva informazione (soprattutto su social e tv generaliste) e probabilmente la mancanza di strumenti cognitivi idonei in larghe fette della popolazione hanno fatto scatenare una vera e propria psicosi di massa. Eppure in Italia l’inquinamento dell'aria [9] è ritenuto concausa di 76.200 vittime ogni anno [10] (8 milioni di decessi l’anno nel mondo), il cancro del polmone uccide 40 persone al giorno (tuttavia in Italia rimangono 12 milioni di fumatori), mentre l’influenza stagionale ha mietuto 68.068 vittime tra il 2013 e il 2017[11] (400 mila persone l’anno nel mondo). Gli epidemiologi ritengono che il coronavirus si fermerà solo quando ogni persona infetterà meno di una persona a sua volta (per ora il tasso di riproduzione in Cina è sceso da 3,3 a 2,2) né è ancora certo se sia maggiormente legato al freddo e che con il caldo scomparirà (come avvenne nel caso della Sars, scoppiata alla fine del 2002 ed estintasi nel luglio del 2003): «è possibile che la diffusione del coronavirus sia legata anche a fattori ambientali - ha ammesso Guido Silvestri [12], direttore del dipartimento di Patologia alla Emory University di Atlanta - non ci spieghiamo il fatto che nazioni popolose, con legami intensi con la Cina, siano prive o quasi di contagi. Penso a Indonesia, India, Thailandia, Bangladesh, Africa. Forse la temperatura gioca un ruolo nel limitare l’epidemia». Tuttavia è certo che il caldo frenerà raffreddore e influenza stagionale rendendo non più necessaria una diagnosi differenziale. Il coronavirus non è molto più pericoloso dell’influenza, ma è molto più infettivo: pur in mancanza di dati certi riguardo la potenzialità di persone che esso può infettare, si teme che in 60 giorni potrebbe colpire fino al 60-80% della popolazione se non vengono prese misure per contenerlo[13]. Su queste stime, un’infettività potenziale del 60% potrebbe significare finanche 30 milioni di italiani contagiati, di cui la stragrande maggioranza inconsapevoli (perché asintomatica o con sintomi confondibili a quelli della comune influenza) ma con un 5% di pazienti critici in appena due mesi: il che significa circa 300.000 persone da porre in terapia intensiva, a fronte dei 4.000 posti letto di cui dispone il nostro Sistema Sanitario, che pertanto rischierebbe di collassare. Per questo, nonostante la letalità del coronavirus sia bassissima, la quarantena è fondamentale per graduare la velocità di contagio.
  5. L'influenza spagnola fu una pandemia influenzale insolitamente mortale, che fra il 1918 e il 1920 uccise oltre 100  milioni di persone nel mondo (circa il cinque per cento della popolazione mondiale dell'epoca).
  6. I virus sono patogeni obbligati: non vivono senza le cellule animali e sono naturalmente predisposti a cercare sempre nuovi ospiti [14]. Ma i cambiamenti climatici determinano, proprio come una reazione a catena, una serie di effetti collaterali sui fattori biologici: la migrazione di animali, l’adattamento a climi differenti, il successivo adattamento dei patogeni e, di conseguenza, la loro maggiore diffusione territoriale. «Le variazioni di pioggia e umidità, il riscaldamento, cambiano le interazioni tra le diverse componenti biologiche. Una prova è proprio il coronavirus, che ha fatto un salto di specie, passando dal pipistrello a noi, come per altro hanno fatto anche altre affezioni», spiega il dottor Giuseppe Miserotti di ISDE (Associazione medici per l’ambiente). Ed infatti l’Oms ritiene che una delle più grandi conseguenze del cambiamento climatico sarà proprio l’alterazione dei processi di trasmissione di malattie infettive, anche perché la distruzione della biodiversità sta spazzando via il miglior sistema di controllo reciproco tra le diverse dimensioni biologiche.

G.R.E. LAZIO


[1] come rilevato dall’organizzazione finlandese Centre for Research on Energy and Clean Air (Crea), che tra l’altro ha effettuato lo studio  Toxic Air sull’impatto globale dei combustibili fossili e dei costi umani ed economici che ne conseguono
[3] La CO2, insieme alla temperatura, è un indicatore del degrado antropico causato dall’alterazione dei sistemi sintropici naturali (i sistemi biosferici tampone)
[7] secondo l’Osservatorio Smart Working, nel 2019 in Italia ci sono stati 570mila smart worker (20% in più al 2018): una sola giornata a settimana di remote working può far risparmiare in media 40 ore all’anno di spostamenti e per l’ambiente, invece, determina una riduzione di emissioni pari a 135 kg di CO2 all’anno (ipotizzando una percorrenza di 40 km). Ma, come evidenziato dallo studio della PWC Il livello di digitalizzazione e di innovazione nelle PA e gli investimenti nel settore ICT, la Pubblica Amministrazione italiana è penultima in Europa in quanto a ricorso all’istituto dello Smart Working.
[8] Secondo l’European Centre for Disease Prevention and Control, i casi accertanti nel mondo sono 83.396 con 2.858 decessi, mentre in base al bollettino del Ministero della Salute delle ore 18 del 27 febbraio 2020, sono 650 le persone contagiate dal nuovo coronavirus Sars-CoV-2 in Italia. Di queste, 17 persone sono decedute e 45 persone guarite.
[9] l’Organizzazione mondiale della Sanità ha riconosciuto l’inquinamento dell’aria come il fattore di rischio più alto per la salute dell’umanità
[10] secondo gli ultimi dati dell’Agenzia europea dell’ambiente, l’Italia è il primo paese in Europa per morti premature da biossido di azoto (NO2) con circa 14.600 vittime all’anno, ha il numero più alto di decessi per ozono (3.000) e il secondo per il particolato fine PM2,5 (58.600)
[13] Coronavirus ‘could infect 60% of global population if unchecked’, Prof. Gabriel Leung - preside della facoltà di medicina dell’Università di Hong Kong
[14] Il “salto tra specie” dei virus (o “spill over”) è da sempre uno dei fenomeni più temuti in Medicina perché l’adattamento ad un nuovo agente virale patogeno (e la generazione di anticorpi specie IgA che lo rendano meno pericoloso) richiede del tempo

venerdì 14 febbraio 2020

Il Monte d'Argento sarà Monumento Naturale

Il Monte d'Argento, ricadente nel territorio del Comune di Minturno in provincia di Latina, diventerà area protetta: lo ha comunicato il Direttore della Direzione Regionale Capitale Naturale, Parchi e Aree Protette del Lazio, rendendo noto che è stato avviato il procedimento per l'istituzione del Momunento Naturale.

A partire dallo scorso 12 febbraio gli interessati possono prendere visione della proposta di Decreto di istituzione con allegata cartografia di perimetrazione e avranno diritto di presentare, entro il termine di trenta giorni consecutivi dalla data di pubblicazione, memorie scritte e/o documenti utili alla predisposizione del provvedimento finale.

La proposta di istituzione del Monumento Naturale "Monte d'Argento" è stata avanzata dal Presidente della Regione Zingaretti il 15 gennaio scorso, e giunge al termine di un iter avviato dal Comune di Minturno durato quasi un anno.

L'area che verrà tutelata ha un'estensione di circa 5 ettari e mezzo, ma nonostante la limitata estensione vi si rinvegno le valenze vegetazionali riconducibili a quelle tipiche della macchia mediterranea (tra le cui specie arboree / arbustive si evidenziano: Quercus ilex, Quercus pubescens, Pistacia terebinthus, Myrtus communis, Rrhamnus alaternus, Rubus ulmifolius, Spartium junceum, Phillyrea agustifolia) nonchè una comunità ornitiva ricca di numerose specie dell'avifauna ed in particolare passeriformi, ma anche piccoli e medi rapaci diurni (tra cui Sylvia atricapilla, Sylvia melanocephala, Cyanistese caeruleus, Turdus merul, Sylvia undata, Serinus serinus, Chloris chloris, Prunella modularis, Cisticola juncidis, Troglodutes troglodutes, Falco tinnunculus, Falco peregrinus, Buteo buteo).

Inoltre, all'interno dell'area che diventerà Munumento Naturale è presente un geosito di rilevanza regionale (denominato "Testimonianze di oscillazioni eustatiche sul Monte d'Argento") nonchè i resti medioevali dell'antico Castrum Argenti ed una torre di avvistamento costiera, detta Torre d'Arienzo, nell'ambito del programma di fortificazione e difesa della costa voluto dai vicerè di Napoli.

La gestione del Monumento Naturale "Monte d'Argento" verrà affidata all'Ente Regionale Riviera di Ulisse, che dovrà altresì promuovere e realizzare interventi educativi e di valorizzazione del sito al fine di favorire la percezione dei valori del paesaggio naturale e culturale conservato e della geodiversità attraverso la fruizione del sistema costituito dagli eleementi del paesaggio rurale, naturale, storico e geologico da parte della cittadinanza, assicurando che gli interventi di valorizzazione vengano progettati ed eseguiti tenendo conto delle risorse ambientali presenti.

giovedì 13 febbraio 2020

Incendio Gemafar Colleferro: i primi dati ARPA sull'inquinamento

In relazione all’incendio che si è verificato sabato 1 febbraio 2020 e che ha coinvolto l’azienda Gemafar di Colleferro, l’ARPA Lazio ha installato a breve distanza dall’area interessata un campionatore ad alto volume, strumento necessario per verificare l’eventuale presenza in aria di sostanze inquinanti come idrocarburi policiclici aromatici (IPA) e diossine.

Nella tabella seguente sono riportati i risultati delle analisi:


Per quanto riguarda le diossine, non esiste un riferimento normativo in aria ambiente. Concentrazioni di tossicità equivalente (TEQ) in ambiente urbano di diossine e furani sono stimati (dati World Health Organization WHO nel documento Guidelines for Europe 2000) pari a circa 0,1 pg/m3, anche se è elevata la variabilità da zona a zona, mentre concentrazioni in aria di 0,3 pg/m3 o superiore sono indicazioni per fonti di emissione localizzate.

A causo di un guasto allo strumento, il valore delle diossine relativamente al campione non è ancora disponibile.

Tra gli Idrocarburi Policiclici Aromatici (IPA) normalmente rilevabili, il benzo(a)pirene è l’unico composto per il quale il d.lgs. n.155/2010 prevede un valore limite, pari a 1 ng/m3 come concentrazione media annua. Il valore del campione è superiore al valore limite annuale previsto dalla normativa.

Per quanto riguarda i PCB, a titolo informativo e di confronto, si segnalano i valori dei PCB misurati in prossimità dell’incendio Eco X (Via Pontina Vecchia, Pomezia) nei giorni 05-06 maggio 2017 pari a 394 pg/m3 e quelli rilevati presso l’impianto durante l’incendio del TMB (via Salaria, Roma) nei giorni 11-13 dicembre 2018 (1019, 250, 524, 434, 562 pg/m3).

mercoledì 12 febbraio 2020

Erosione costiera, la Regione non è sulla strada giusta


La XII Commissione consiliare permanente della Regione Lazio si è riunita in pubblica audizione, il 10 febbraio scorso, sul tema dell'erosione costiare.

In quella sede i nostri rappresentanti hanno avuto modo di evidenziare le criticità, non tanto del fenomeno che sono purtroppo ormai cronache da decenni, ma dell'approccio.

L’erosione costiera, infatti, deriva dall’alterazione dei sedimenti per cause naturali o antropiche. Tali cause possono essenzialmente essere le seguenti:
  • un ridotto apporto dei sedimenti al mare da parte dei fiumi (sbarramenti fluviali, regimazioni idrauliche, estrazioni di materiali alluvionali)
  • l'irrigidimento dei litorali (urbanizzazione della costa, opere portuali e di difesa)
  • la scomparsa delle difese naturali costiere (sistemi dunali costieri: ambienti di grande interesse naturalistico ed ecologico specialmente in presenza della macchia mediterranea)
  • fenomenio di subsidenza naturale o indotta da estrazioni di fluidi dal sottosuolo (come ad esempio succede in Emilia Romagna).
Soprattutto in occasione di mareggiate, emerge la maggiore vulnerabilità degli arenili dovuta, nel Lazio, principalmente alle prime tre cause.

Si pensi, ad esempio, che la l'apporto di sedime da parte del Fiume Tevere è circa 1/10 di quanto avveniva un secolo fa, e ciò in conseguenza della realizzazione dei muraglioni (eseguiti in seguito alla piena alta 17 metri che inondò Roma il 28 dicembre 1870) nonchè della diga di Castel Giubileo realizzata nel 1951: tra l'altro l'apporto odierno non è tanto costituito tanto da sabbia quanto da limo, che poco contribuisce al contenimento dell'erosione piuttosto creando problemi di batimetria alla foci.

Parimenti, il litorale laziale è ormai fortemente urbanizzato e cementificato. Attualmente i GRE LAZIO stanno operando una mappatura delle opere rigide di difesa costiera realizzate, ma se si guarda ad esempio al numero di porti, ecco schematizzata la situazione:


Porti medio – grandi
Porti medio - piccoli
Totale
2012[1]
1
22
23
2018[2]
1
37
38

Ogni porto significa moli in cemento che modificano le correnti e pertanto impattano anche sui sedimenti. Anche le dune costiere sono ormai ridotte a pochi tratti da proteggere (ad esempio, Palidoro, Passoscuro, Sabaudia, Capocotta, Montalto di Castro), nè è possibile pensare di poter effettuare inutili ripascimenti utilizzando le spiagge in accrescimento site all'interno delle aree protette (come invece qualcuno aveva ipotizzato di fare dopo la realizzazione del molo alla foce del Tevere). 

Eppure per anni si è provato a contenere gli effetti dell'erosione ricorrendo ai tradizionali interventi di ingegneria marittima, distinguibili in funzione del loro impatto sull’ambiente in:
1)    interventi di forte impatto ambientale (che possono apportare una stabilizzazione del litorale protetto ma provocano lo spostamento dell’azione erosiva sui litorali adiacenti, oltre al forte impatto visivo sul territorio, al favorire l’eutrofizzazione e alla maggiore pericolosità della balneazione):
  • barriere e pennelli frangiflutti a protezione della costa;
  • costruzione di moli di diffrazione del moto ondoso;
2)   interventi di medio impatto ambientale (effetti localizzati e di breve durata):
  • ripascimento dei tratti costieri in erosione attraverso distribuzione di sedimenti prelevati altrove;
  • scarico di inerti granulometricamente compatibili lungo le aste fluviali di alimentazione a mare;
3)         interventi di debole impatto ambientale:
  • costruzione di moli frangiflutti sommersi;
  • ripristino di vegetazione tipica lungo la linea di battigia agente come “trappola” per i sedimenti.

A causa della limitata conoscenza dei processi di trasporto sedimentario costiero, tuttavia, gli interventi tradizionali attuati per combattere l’erosione hanno avuto effetti inutili se non addirittura controproducenti[3]. Ad un certo punto, nel Lazio, abbandonati gli interventi a forte impatto ambientale, si è ritenuto preferibile far ricorso a ripascimenti: nonostante il significativo volume di ripascimento effettuato a intervalli temporali dal 2011, stimato in 6,8 milioni di metri cubi, il problema dell’erosione costiera continua ad interessare ancora il 24,3% dei 308,8 km di coste. Ed inoltre i tratti a potenziale rischio di erosione sono il 12,7% della costa laziale, con una media nazionale del 9,9%.

Variazione della linea di costa del Lazio

Superfici (kmq)
Tratti costieri (km e %)
Bilancio delle superfici (kmq)

arretramento
avanzamento
arretramento
avanzamento
Da 1960 al 1994
2,5
4,2
73,6 (23,8%)
109,3 (35,4%)
1,7
Dal 1994 al 2012
0,9
1,7
74,9 (24,3%)
101,4 (32,8%)
0,8
Dal 1960 al 2012
2,4
4,9
77,3
131,4
2,5


In alcuni tratti la situazione è drammatica: nella zona di Punta Borghese a Nettuno, ad esempio, ci sono tratti dove la spiaggia è totalmente scomparsa e la stessa retrostante falesia è interessata a fenomeni franosi dovuti all'erosione generata dal moto ondoso che stanno compromettendo la via Ardeatina, mentre nel poligono militare è a rischio la stessa polveriera a mara. Come anche, lungo tutto il tratto di costa tra Capo d'Anzio e Tor Caldara. O a Fiumicinno ed Ostia, dove però gli operatori balneari e gli amministratori locali continuano a intravedere la soluzione nella realizzazione delle soffolte, strutture modulari in cemento armato posate e accostate sul fondale marino parallelamente al litorale e a distanza di almeno cento metri da esso allo scopo di dissipare l’energia del moto ondoso, favorire lo scorrimento della sabbia verso la riva e contrastarne il ritorno, in modo da limitare l'erosione delle coste: una soluzione costosa ed effimera, tuttavia, dal momento che l'effetto dissipativo è pressochè nullo quando ci sono le grandi mareggiate che le scavalcano senza alcuna difficoltà, con l'aggravante che l'interruzione del naturale scambio tra il mare e la costa può provocare un grave fenomeno di ristagno dell’acqua e relativo rischio di diffusione di alghe tossiche.

La soluzione innovativa che si sta sperimentando, al momento con risultati soddisfacenti, è il drenaggio delle spiagge con il sistema brevettato danese BMS (beach dewatering system)[4]. In Italia il primo BMS è stato realizzato nel 2000, su commissione della Regione Lazio, ad Ostia, litorale interessato da fenomeni di forte erosione (ca. 5m/anno) dovuta a passati interventi antropici (opere di difesa costiere ovvero pennelli ortogonali, e sistemazione dell’alveo del fiume Tevere con conseguente deficit di trasporto solido). Prima di eseguire i lavori sono state fatte indagini per approfondire le caratteristiche fisiche del luogo. La sperimentazione è stato un vero successo, confermato dall’avanzamento medio della spiaggia emersa di circa 10 m in meno di un anno.

In alcune virtuose realtà locali, invece, si sta implementando un approccio integrato che contempli sia le esigenze degli operatori che la tutela dell'ambiente: oltre a Sabaudia e Terracina, a Ladispoli, ad esempio, per annullare il rischio di infiltrazione di acqua marina nella palude di Torre Flavia si sta intervenedo ricorrendo alla realizzazione di un sabbiodotto indispensabile per il ripascimento morbido che, seppur comporta costi di intervento annuali e non straordinari, consentirebbe un intervento programmato e sostenibile effuato con le tradizionali sabbie ferrose provenienti dai bacini del Sanguinara e del Vaccina e non condivisibili per il ripascimento di altre spiagge.

La Regione, tuttavia, sembrerebbe voler ripartire dal Piano Coste, la cui progettazione dovrebbe essere affidata al prof. Leopoldo Franco della facoltà di Ingegneria per le Tecnologie del Mare dell'Università Roma Tre: da quanto dichiarato dal consulente dell'assessorato, l'arch. Sergio Celestino, il piano dovrebbe procedere all'attualizzazione della linea di costa e la sua scomposizione in unità fisiografiche, necessarie per comprendere i nessi di causa ed effetto degli interventi. Tuttavia non si può non registrare un approccio inspiegabilmente orientato verso l'adozione di soluzioni tradizionali e superate, presumibilmente non adeguatamente attento anche alle istante ambientali per la tutela delle quali sarebbe auspicabile un coinvolgemento dell'ISPRA.
Per questi motivi, pertanto, i Gruppi Ricerca Ecologica hanno fornito alla XII Commissione ed all'Assessorato competente le seguenti indicazioni:
  • piena applicazione delle Linee Guida Nazionali per la difesa della costa dai fenomeni di erosione e dagli effetti dei cambiamenti climatici elaborate nel 2016 dal MATTM con Regioni e Ispra, in particolare studiando e monitorando le forzanti che contribuiscono al fenomeno dell’erosione costiera nel Lazio e migliorando la resilienza costiera per promuovere la sostenibilità
  • sperimentazione in siti a forte erosione del BMS e di altri sistemi innovativi (attenuatori d’onda, barriere in geosacchi), anche coinvolgendo – ove presenti – gli operatori balneari;
  • salvaguardia dei litorali liberi da strutture e opere di difesa e conservazione ambienti dunali costieri del Lazio riducendo ulteriormente la pressione antropica;
  • estensione ZPS marine per ridurre la pressione sull'habitat marino (i GRE hanno proposto osservazioni in tal senso in occasione della revisione delle perimetrazioni di 16 Z.S.C. marine di cui all’avviso della Direzione Ambiente della Regione Lazio pubblicato il 29/10/2019);
  • laddove interventi a forte impatto ambientale non hanno sortito risultati (barriere, pennelli), bisogna valutarne la bonifica ripristinando il flusso di sedimenti che alimenterebbe le spiagge e riducendo al minimo il loro impatto ambientale.



[1] L’EROSIONE COSTIERA IN ITALIA: LE VARIAZIONI DELLA LINEA DI COSTA DAL 1960 AL 2012, Direzione generale per la salvaguardia del territorio e delle acque del MATTM. Agg. marzo 2017
[2] https://www.pagineazzurre.com/elenco-porti-del-lazio-2/