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mercoledì 28 febbraio 2018

Pietro M. Bianco: "Il mais transgenico fa schifo"




di Pietro Massimiliano Bianco* 


Ultimamente si è tornato a propagandare il mais OGM basandosi su uno studio della Scuola Superiore Sant’Anna e dell’Università di Pisa (Pellegrino et al., 2018) in cui si afferma non comporta rischi per la salute umana, animale e ambientale. Anzi, presenta produzioni superiori, contribuisce a ridurre la presenza di insetti dannosi e contiene percentuali inferiori di sostanze tossiche che contaminano gli alimenti e i mangimi animali. Addirittura i ricercatori autori di questo studio titolano sul sito della loro Università: "Mais transgenico? Nessun rischio per la salute umana, animale e ambientale".


La ricerca si è basata sui risultati di ricerche condotte in pieno campo negli Stati Uniti, in Europa, in Sud America, in Asia, in Africa e in Australia e mette a paragone le varietà OGM con quelle convenzionali rispetto a produzioni, qualità della granella (incluso il contenuto in micotossine), effetto su alcuni insetti target e non-target, contenuto di lignina negli stocchi e nelle foglie, perdite di peso della biomassa, emissione di CO2 dal suolo.


Lo studio, conclude che il mais transgenico è più produttivo (5,6-24,5%), non ha effetto sugli organismi non-target analizzati (tranne la diminuzione di un Braconide parassitoide dell’insetto dannoso Ostrinia nubilalis), e contiene concentrazioni minori di micotossine (-28,8%) e fumonisine (-30,6%) nella granella, ovvero nei chicchi del mais. Ma non considera le farfalle, sensibili alla tossina e anzi insetti target delle varietà transgeniche e nemmeno i conseguenti possibili effetti sui servizi di impollinazione.


Si tratta di dati parziali e già conosciuti, riferiti solo ad alcuni indicatori selezionati e che non dimostra assolutamente nulla relativamente alla salute umana o degli animali. In questa ricerca non si parla di effetti sulla salute umana e sugli ecosistemi naturali. Ma la stampa, ignorando i reali contenuti dell’articolo, ha diffuso fake news confondendo l’opinione pubblica ed enfatizzando “scoperte scientifiche” che in realtà sono analisi di dati già editi, presentati dalla stampa con intenti ingannevoli ai non addetti ai lavori. Confermando ai più esperti la completa sottomissione della maggior parte dei mass-media italiani alle multinazionali criminali che, tramite gli Ogm, stanno distruggendo la sovranità alimentare delle popolazioni, costringendo gli agricoltori ad acquistare le loro sementi, comprare i loro pesticidi e mangiare i loro prodotti pieni di residui di fitosanitari e Dna mutante.


Nella valutazione di Pellegrino et al., sulle migliori performance produttive dei mais OGM relativamente alla salute umana c'è la minor produzione di micotossine cancerogene. In particolari condizioni climatiche sul mais si possono sviluppare funghi come l’Aspergillus flavus, che producono le aflatossine, altamente tossiche e sono ritenute essere tra le sostanze più cancerogene esistenti. Tuttavia attualmente il mais utilizzato per alimentare gli animali e gli umani nell'intera UE deve avere un contenuto di micotossine inferiore ai limiti di legge[1] e, se i controlli sono appropriati, non presenta alcun rischio per la salute umana anche senza coltivare mais OGM.


Nel 2003 la maiscoltura italiana ha affrontato le prime contaminazioni della granella e nel latte, superiori al limite imposto dalla vigente legislazione Europea. La problematica si è ripetuta, seppure a macchia di leopardo, negli anni successivi, per sfociare nel 2012 in un grosso problema di dimensione europea. Tuttavia, sempre senza ricorre ad OGM, un abbattimento fino al 95% lo si può ottenere con il metodo biologico basato sul fungo antagonista AF-X1 selezionato dall'Università Cattolica di Piacenza. La ricerca ha dimostrato che distribuendo in campo un ceppo non tossigeno di Aspergillus flavus incapace di produrre aflatossine, ma competitivo  nei confronti dei ceppi tossigeni presenti nell’ambiente il fenomeno diminuisce fino a scomparire. Il ceppo è stato selezionato e sottoposto a brevetto europeo dall’Università e DuPont Pioneer Italia ne ha acquisito i diritti di commercializzazione. L’ AF-X1, è una soluzione preventiva per la salvaguardia del mais italiano, con la prerogativa che il ceppo selezionato ed isolato nei suoli italiani è un fungo autoctono  adattato ai nostri ambienti. La riduzione effettiva del rischio di malattie fungine e di danni da insetti, da cui derivano le micotossine, la si ottiene, comunque, evitando di coltivare il mais in monocoltura, con irrigazione eccessiva e concimazione chimica. 


Va premesso che il problema del Mais transgenico non riguarda solo l’immissione di sostanze geneticamente estranee all’interno della piante coltivate. Riguarda ancor di più errate politiche dei territori agricoli basate sull’uso intensivo di erbicidi, che causano rapidamente il degrado del suolo e la morte degli organismi che lo popolano e ne alimentano la produttività, e sulla parallela produzione intensive di poche varietà brevettate e monopolizzate dalle stesse multinazionali che vendono pesticidi. Distruggendo la diversità agricola storica e la sovranità alimentare in nome di un presunto progresso basato unicamente su motivazioni economiche e non sulla reale efficacia di tali tecniche.  


Gli Ogm rappresentano un potenziale grave danno ambientale: sono, infatti, organismi viventi in grado di riprodursi e diffondersi, portatori di geni esogeni, tendenzialmente instabili,  la cui propagazione potrebbe provocare danni anche irreversibili alle comunità naturali.


Studi eseguiti su Brassica napus (colza) gm tollerante l’erbicida glufosinato dimostrano flussi di geni con Brassica campestris (rapa), Sinapis arvensis (senape selvatica), Brassica rapa (Wolfenbarger, 2000) e gli ibridi interspecifici della seconda generazione contenevano il transgene per la tolleranza all’erbicida (Mikkelsen et al., 1996).


A causa della diversità degli ecosistemi e degli Ogm l’approccio scientificamente corretto è valutare la pericolosità degli Ogm caso per caso (Wolfenbarger et al., 2000). Alcuni hanno evidenziato una serie di problematiche e rischi imprevisti degni della massima attenzione (Butler et al., 1999).

Tabella 1 – I rischi ambientali delle Piante Geneticamente modificate
Aria

Dispersione del transgene tramite polline

Incorporazione del DNA in specie interfertili, cambiamento della fitness delle piante riceventi (con possibile aumento della invasività e selezione di «supermalerbe»), induzione di resistenza agli stress (biotici), alterazione della biodiversità vegetale
Parte aerea della pianta

Effetti negativi sugli organismi non bersaglio

Perdita di servizi ecologici (impollinazione, controllo
(artropodi, roditori, uccelli, mammiferi, ecc.) naturale dei fitofagi, ecc.), alterazione della biodiversità
animale.
Suolo

Trasferimento genico orizzontale,

Incorporazione di DNA in altri organismi, perdita effetti sulla biocenosi tellurica di biodiversità, perdita di servizi ecologici (ciclo degli elementi nutritivi, inibizione di patogeni, ecc.).

Molti mais transgenici non sono più produttivi: semplicemente sono resistenti agli erbicidi, continuando a favorire la chimica a discapito di una seria politica agricola che deve incentivare innanzitutto la produzione locale di qualità e il biologico, visto, per altro, il grande mercato disponibile.


Grazie a questi mais transgenici e agli erbicidi ad essi associati il suolo diventa sterile e può essere alimentato solo mediante l’uso di concimi chimici quali fosfati, sali d’ammonio, nitrati che a loro volta determinano l’inquinamento dei corsi d’acqua, fenomeni di eutrofia anche nel mare e, infine, il crollo degli stock ittici con danni anche economici oltre che ecologici. Per altro le loro caratteristiche nutraceutiche sono inferiori alla pianta originaria: il glifosate, uno degli erbicidi a cui sono resistenti i mais OGM, è un chelante di numerosi oligoelementi e inevitabilmente determina il loro calo nei derivati alimentari per gli animali o per gli uomini. Inoltre il glifosate e le sue formulazioni commerciali (ad es. il Roundup) sono nocivi per numerose specie a diversi livelli della catena alimentare, comprese le specie acquatiche. Questa sostanza causa la riduzione della fissazione dell'azoto, garantendo rese inferiori dei raccolti o grandi input di concimi con ulteriore aggravio della situazione ambientale. L’uso del glifosate provoca una maggiore proliferazione del fungo Fusarium (Fernandez et al., 2009) e può predisporre le piante ai fitopatogeni presenti nel suolo (Rosenbaun et al., 2014).

Questo tipo di prodotti favorisce il rischio di ingerire dosi massicce di residui di fitofarmaci. Il glifosato (o meglio un composto intermedio della sua degradazione) permane sulla pianta 150-200 giorni, correlato alla presenza nella popolazione umana di un linfoma del tipo non-Hogkins (terza causa di malattia tra gli agricoltori) e spesso è presente in quantità non trascurabili anche nel prodotto finito poiché le piante lo assorbono per via radicale. 


In base a queste ed altre considerazioni, nel 1997 la Monsanto ha dovuto pagare allo stato di New York una multa di 50.000 dollari per pubblicità ingannevole sulla sicurezza dell’erbicida Roundup; nel 2001 gruppi di ambientalisti sono riusciti a bloccare la proposta di costruire nel ravennate una delle più grosse fabbriche per la produzione di glifosate.


Bacillus thuringiensis
Il mais transgenico Bt, ingegnerizzato con sequenze geniche provenienti da Bacillus thuringiensis per esprimere proteine ad effetto insetticida contro gli insetti fitofagi, è ancora peggiore a livello di naturalità. La coltivazione del mais Bt è parte integrante dell’agricoltura statunitense: nel 2009 copriva un areale di 22,2 milioni di ettari, pari al 63% della superficie agricola di quel Paese e grandi quantità di mais al Bacillus sono importate come mangimi per animali. Il Bacillus thuringensis (Bt) è un batterio del suolo che si utilizza con successo in agricoltura biologica per contrastare Lepidotteri e Coleotteri parassiti: esso libera infatti una pre-tossina inattiva che diventa tossica (tossina Bt) solo all'interno dell’apparato digerente a pH alcalino degli insetti che se ne sono cibati. Le piante transgeniche resistenti ai parassiti, invece, producono senza interruzione la tossina Bt direttamente in forma attiva, cioè tossica (Crecchio, 1998). 


A parte le ovvie considerazioni sulla naturalità di un cibo con tossine ad azione insetticida o della carne di animali che se ne sono alimentati, i ricercatori hanno scoperto che molti parassiti sviluppano la resistenza in un tempo medio di poco superiore ai cinque anni: addirittura più velocemente che rispetto ai normali insetticidi. In condizioni di laboratorio, gli insetti della specie Heliothis hanno rapidamente sviluppato resistenza nei confronti del cotone Bt e, dopo 21 generazioni, i livelli di resistenza sono aumentati di 300 volte; un caso analogo si è verificato in Cina, dove Helicoverpa armigera ha sviluppato resistenza al granoturco Bt. 

Anche i virus possono scambiare materiale genetico con geni virali presenti in alcune di essi: la ricombinazione tra le sequenze virali presenti nei costrutti transegnenici e i virus quiescienti nei genomi di piante e di animali dà origine a nuovi virus con una maggiore virulenza, in grado di infettare un maggior numero di ospiti o di diffondersi più rapidamente come il caulovirus del mosaico del cavolfiore che, inserito nel tabacco transgenico, ha interagito con il virus selvatico dando origine ad un virus ricombinante più virulento.

Le piante-Bt GM possono rivelarsi nocive per organismi non-target sia nel caso in cui gli insetti consumino la tossina direttamente dal polline o dalle piante, sia indirettamente cibandosi di insetti nocivi che hanno ingerito la tossina. In particolare risultano tossiche per lepidotteri (le farfalle) determinando sicuramente una diminuzione dei servizi di impollinazione sia in ambito agricolo che nelle zone naturali circostanti.

Esemplare di farfalla monarca (Danaus plexippus)

L'impatto del polline del mais Bt sulle larve della farfalla monarca (Danaus plexippus) in nord America rappresenta l'esempio più conosciuto di tale fenomeno (Losey et al., 1999; Hanson-Jesse & Obrycki, 2000; Stanley-Horn et al., 2001; Dively et al., 2004, Sears et al., 2001). E' stato anche scoperto che questo mais è tossico per le larve della farfalla vanessa io (Inachis io) (Felcke & Langenbruch, 2003) e che un tipo di tossina Bt (Cry1Aa) è tossica per il baco da seta Bombyx mori (Fan et al., 2003). Negli stati uniti si è riscontrato l'impatto del mais Bt sulla popolazione di Coleomegilla maculata, un insetto predatore utile comunemente reperibile nei campi di masi (Wold et al., 2001). Anche la crisoperla (Chrysoperla carnea), un insetto utile che riveste un importante ruolo nel controllo degli insetti nocivi, viene danneggiata dalle colture Bt13 (Hilbeck et al., 1999; Dutton et al., 2002).

Infine la diffusione del mais Bt determina un aumento della resistenza al Bt danneggiando le colture biologiche che fanno un largo uso di sposre batteriche.

Oltre alle considerazioni ecologiche il modello su cui è basato il mais transgenico, basato su sementi brevettate e certificate che devono essere periodicamente acquistati dal produttore, è del tutto all’opposto della politica per la difesa del germoplasma locale, per la libera diffusione di sementi storiche e di qualità, adattate dai contadini locali alle diverse condizioni pedoclimatiche e ai diversi patogeni. E quindi in sostanza alle politiche favorite da convenzioni internazionali quali il “Trattato internazionale sulle risorse fitogenetiche per l'Alimentazione e l'Agricoltura[2], il “Protocollo sull’Accesso alle Risorse Genetiche e l’Equa Condivisione dei Benefici[3] e, a livello nazionale,  la “Strategia Nazionale per la Biodiversità[4] e il “Piano strategico per l'Innovazione e la ricerca nel settore agricolo, alimentare e forestale[5].


Una seria valutazione del rischio dovrebbe considerare la diversità degli ambienti nei quali l’Ogm verrà impiegato o potrebbe diffondersi, le forme di vita con le quali può entrare in contatto, le diverse condizioni ambientali (suolo, temperatura, irrigazione…), e l’interazione di tutti questi fattori. Occorre potenziare la ricerca per la valutazione del rischio ambientale, purtroppo ritenuta di scarso prestigio, ben poco redditizia e naturalmente mal vista dalle multinazionali che finanziano gli ormai asfittici, grazie ai tagli statali, istituti pubblici di ricerca che hanno perso qualsiasi ruolo di terzietà su questa spinosa questione.


Al contrario si tratta di bandire, in nome della qualità e del valore economico-ecologico, le pratiche agricole insostenibili, espressione di un'agricoltura di tipo industriale fatta di monocolture su vasta scala che dipendono da input costosi e inquinanti come i pesticidi. Soluzioni sostenibili non arriveranno dagli OGM e certamente non dagli OGM resistenti agli erbicidi o con tossine incorporate.


Ricordiamo a tutti i consumatori che in Italia è vietata la coltivazione di piante geneticamente modificate, come consente di fare la normativa europea che, però, non permette di vietare l’importazione di alimenti e mangimi per animali ottenuti con queste materie prime autorizzate a livello comunitario, la cui presenza deve però essere indicata in modo chiaro sulle etichette. Questi modelli, già messi in discussione nel mondo agricolo, devono essere definitivamente superati promuovendo una green economy agroalimentare basata su produzioni sostenibili di qualità, inevitabili motori di sviluppo delle economie e delle culture locali, valorizzando i loro positivi effetti ambientali, sulle economie locali e sulla salute.

*Pietro Massimiliano Bianco è Ecologo, consulente dei Gruppi di Ricerca Ecologica, Tecnologo-Ricercatore ISPRA




Bibliografia


  • Crecchio C., Stotzky G., 1998. Insecticidal activity and biodegradation of the toxin from Bacillus thuringiensis subsp. kurstaki bound to humic acids from soil. Soil Biology & Biochemistry, 30: 463-470.
  • Dively G.P., Rose R., Sears M.K., Hellmich R.L., Stanley-Horn D.E., Calvin D.D., Russo J.M.,  Anderson P.L., 2004. Effects on monarch butterfly larvae (Lepidoptera: Danaidae) after continuous exposure to Cry1Ab expressing corn during anthesis. Environmental Entomology, 33: 1116-1125.
  • Dutton A., H. Klein, J. Romeis and F. Bigler. 2002. Uptake of Bt toxin by herbivores feeding on transgenic maize and consequences for the predator Chrysoperla carnea. Ecological Entomology, 27: 441-447.
  • Felke M., Langenbruch G.A., 2003. Wirkung von BtMais-Pollen auf Raupen des Tagpfauenauges im Laborversuch (Effect of Bt-maize-pollen on caterpillars of Inachis io in a laboratory assay). Gesunde Pflanze, 55: 1-7.
  • Fernandez M.R., Zentner R.P., Basnyat P., Gehl D., Selles F. Huber D., 2009. Glyphosate associations with cereal diseases caused by Fusarium spp. in the Canadian Prairies. European Journal of Agronomy, 31(3): 133-143.
  • Hanson-Jesse L.C., Obrycki J.J., 2000. Field deposition of Bt transgenic corn pollen: lethal effects on the monarch butterfly. Oecologia, 125: 241-248.
  • Hilbeck A., Moar W.J., Pusztai-Carey M., Filippini A., Bigler F., 1999. Prey-mediated effects of Cry1Ab toxin and protoxin and Cry2A protoxin on the predator Chrysoperla carnea. Entomologia Experimentalis et Applicata, 91: 305-316.
  • Losey J.E., Raynor L.S., Carter M.E., 1999. Transgenic pollen harms monarch larvae. Nature, 399: 214.
  • Mikkelsen T.R., Andersen R., Jorgensen B., 1996. The risk of crop transgene spread. Nature, 380, 31.
  • Pellegrino E., Bedini S., Nuti M., Ercoli L., 2018. Impact of genetically engineered maize on agronomic, environmental and toxicological traits: a meta-analysis of 21 years of field data Scientific Reports, 8: 3113. doi:10.1038/s41598-018-21284-2.
  • Rosenbaum K.K., Miller G.L., Kremer R.J., Bradley K.W., 2014. Interactions between Glyphosate, Fusarium Infection of Common Waterhemp (Amaranthus rudis), and Soil Microbial Abundance and Diversity in Soil Collections from Missouri. Weed Science, 62(1): 71–82.
  • Sears M.K., Hellmich R.L., Stanley-Horn D.E., Oberhauser K.S., Pleasants J.M., Mattila H.R., Siegfried B.D., Dively G.P., 2001. Impact of Bt corn pollen on monarch butterfly populations: A risk assessment. Proceedings of the National Academy of Sciences, 98: 11937-11942.
  • Stanley-Horn D.E., Dively G.P., Hellmich R.L., Mattila H.R., Sears M.K., Rose R., Jesse L.C.H., Losey J.E., Obrycki J.J., Lewis L., 2001. Assessing the impact of Cry1Abexpressing corn pollen on monarch butterfly larvae in field studies. Proceedings of the National Academy of Sciences, 98: 11931-11936.
  • Wold S.J., Burkness E.C., Hutchison W.D., Venette R.C., 2001. In-field monitoring of beneficial insect populations in transgenic corn expressing a Bacillus thuringiensis toxin. Journal of Entomological Science, 36: 177-187.
  • Wolfenbarger L.L, Phifer P.R., 2000. The ecological risks and benefits of genetically engineered plants. Science, 290, 2088-2093.





[1] Regolamento (UE) n. 165/2010 della Commissione, del 26 febbraio 2010 , recante modifica, per quanto riguarda le aflatossine, del regolamento (CE) n. 1881/2006 che definisce i tenori massimi di alcuni contaminanti nei prodotti alimentari (Testo rilevante ai fini del SEE)




giovedì 22 febbraio 2018

10 proposte per una Regione Ecocompatibile


Il palazzo della Regione Lazio
Salvare la biodiversità per Salvaguardare il Lazio

Lo sviluppo sostenibile e la valorizzazione del capitale naturale della nostra Regione è un elemento centrale del programma: vanno tutelati la Rete Natura 2000, i parchi nazionali e regionali e, più in generale l’intero territorio con particolare riferimento alla qualità delle acque, delle foreste e delle filiere alimentari. 

La conservazione delle emergenze naturali e della biodiversità, non può essere perseguita tutelando solo parti circoscritte di territorio (parchi, riserve naturali, siti di importanza comunitaria o Zone di Protezione Speciale).  È necessario che tutto il territorio sia gestito in modo olistico, assumendo il sistema ambientale come “principio ordinatore” anche degli ambiti insediativi e infrastrutturali, partendo dalla conoscenza dell’eterogeneità ambientale della regione e dal riconoscimento dei suoi ambiti territoriali omogenei in termini ecologici e vegetazionali e definendo su questa base le indicazioni e gli indirizzi di tutela, recupero e valorizzazione.

È necessario e possibile, anche riferendosi agli attuali strumenti normativi e alle convenzioni internazionali, contrastare lo sfruttamento irrazionale e violento del territorio laziale, causa di degrado ambientale, economico e sociale. All’epoca della devastazione, deve seguire il recupero e l’armonia tra uomo e territorio. La Regione deve favorire l’applicazione di un’efficiente normativa per la manutenzione del territorio e la riqualificazione delle aree urbane dotata di risorse economiche adeguate.

Normative e azioni efficaci contro il consumo di suolo devono essere considerate prioritarie e fondamentali per bloccare la devastazione del territorio laziale, la frequente esposizione della popolazione “abusiva” al rischio idrogeologico, l'impermeabilizzazione dei suoli e l’impossibilità di gestire adeguatamente le acque piovane. La cementificazione, dal punto di vista ecologico, è innanzitutto una forma di desertificazione e, nel nuovo e necessario paradigma biofilo, va quindi bloccata.

Le normative per il contenimento del consumo del suolo e la pianificazione paesaggistica devono essere immediatamente attuate e potenziate rispettando il parere vincolante delle Soprintendenze e degli Enti preposti alla tutela ambientale. In quest’ottica biofila anche le città laziali vanno riqualificate dal punto di vista ambientale trasformandole in parchi e giardini in opposizione al frequente status di deserto urbano inquinato. Collaborare con la natura, creare neo-ecosistemi urbani in grado di perpetuarsi indefinitivamente senza spese antropiche se non relativi a pulizia e sorveglianza, favorire l’orticoltura urbana e il verde verticale rappresentano grandi opportunità per risanare le città in modo economico ed ecologico.

Va favorita la burocrazia regionale e favorite azioni per sviluppare l'uso delle rinnovabili e rendere più efficiente il sistema produttivo e il patrimonio edilizio laziale.


Le sorgenti del Peschiera, in provincia di Rieti
Garantire il minimo deflusso vitale e l'equilibrio del bilancio idrico[1]


La salvaguardia delle caratteristiche fisiche (morfologiche, idrologiche, idrauliche), delle caratteristiche chimico-fisiche (qualità delle acque) e delle biocenosi tipiche delle comunità naturali a fronte delle derivazioni, presuppone la verifica di tutti i livelli di zero idrometrico e ne va garantito il non superamento monitorando in maniera trasparente l’entità delle captazioni di ogni tipo ed il corretto funzionamento dei sifoni di sicurezza (ove presenti).
Monitorare le risorse idriche ricercando prioritariamente le perdite di rete sugli adduttori di grosso diametro, così da conseguire (in minor tempo e spesa) centinaia di l/s di economie, e contestualmente ricorrere alle nuove tecnologie per contrastare il fenomeno delle perdite occulte. 
Per quanto riguarda l’acqua, fonte primaria di vita, le politiche devono tendere alla riqualificazione ecologica dei corsi d’acqua (anche rispettando le aree golenali ed eliminando ogni refluo non depurato), alla protezione integrale delle falde superficiali e profonde, al mantenimento della proprietà pubblica. 
Un monitoraggio continuo ed integrato sia delle risorse idriche che dello stato di conservazione della flora e della fauna presenti, permetterebbe altresì di tutelare l’integrità degli habitat e delle relative specie. 
È necessario anche assicurare la quantità di risorse finanziarie adeguate ad accompagnare un serio e articolato programma di investimenti nell'intero territorio regionale che consenta, in via prioritaria, di risolvere il problema della potabilizzazione delle acque contenenti livelli di arsenico e altri inquinanti superiori ai limiti imposti dalla normativa e che fognature e depurazione coprano il 100 % della popolazione del Lazio.


Difendere la Qualità tutelando il germoplasma e le produzioni locali

È necessario favorire tutte le iniziative possibili per favorire i consumi a chilometro zero. In particolare in campo agricolo favorire per quanto possibile iniziative atte a proteggere il germoplasma locale delle piante eduli in quanto selezionato nel corso dei secoli in risposta alle variazioni di clima e patogeni. 
Deve essere quindi opportunamente sostenuta l’attività dell’ARSIAL per la piena attuazione della Legge regionale di tutela delle risorse genetiche autoctone di interesse agrario[2]. La diffusione delle cultivar locali resistenti ai patogeni permette di evitare l’utilizzo di pesticidi e fertilizzanti favorendo l’ecocompatibilità delle attività agricole, con particolare riferimento ai Siti di Interesse Comunitario e alle altre aree protette che, in quest’ottica, potrebbero essere individuati come laboratori sperimentali viventi. 
E’ necessario incrementare ad ogni livello i controlli relativi al rischio derivante dall’esposizione a alimenti e cibi contaminati, sia con particolare attenzione alla presenza di aree contaminate, sia per quanto riguarda l’importazione da paesi a rischio e senza adeguata legislazione.



Roma - Movimentazione di rifiuti abusivi in zona Collatina
Individuare e difendere gli ecosistemi agricoli ad alto valore naturalistico

Nell’ambito degli ecosistemi agricoli, vanno identificate le aree ad alto valore naturalistico[3] (che nel Lazio sono prevalentemente zone di raccordo tra la pianura e la collina e quelle prettamente collinari), rispetto alle quali si registra l’arretratezza del quadro normativo laziale, attivando successivamente una gestione a favore del paesaggio e della biodiversità. Tali aree vanno localizzate in primis rispetto alle aree protette (riserve, parchi), Sic, Zps, Iba, zone umide d'importanza internazionale stilato ai sensi della Convenzione di Ramsar, rafforzando le connessioni e potenziando il ruolo di queste aree allo scopo di aumentare la biodiversità. 
La Regione Lazio, tra l’altro, non ha ancora dati cartografici completi ed omogenei sulla vegetazione e sulla flora; anche i dati sui sistemi agricoli, sugli ordinamenti colturali, sull’uso dei fitofarmaci e dei fertilizzanti sono insufficienti. Parimenti, la Regione Lazio non si è mai dotata di alcuno strumento utile a pianificare e valorizzare il patrimonio escursionistico, al fine di garantirne una migliore fruizione e di integrare e qualificare l’offerta turistica dell'intero territorio laziale: va pertanto istituita la Rete Escursionistica del Lazio, riportante i percorsi escursionistici ufficiali ed i relativi punti di interesse escursionistici (rifugi, punti di ristoro, sorgenti, trasporti, emergenze culturali, ambientali, ....).



Estate 2017, incendi nella campagna romana
Tutelare il patrimonio boschivo tramite un nuovo approccio di Governance

La gestione del patrimonio naturale deve essere inquadrata all’interno delle normative sopranazionali che regolamentano e legiferano in materia di conservazione della natura[4]. Tutte le aree ZSC (Zone Speciali di Conservazione), i SIC (Siti di Interesse Comunitario) e le ZPS (Zone di Protezione Speciali) del territorio del Lazio devono essere dotate di piani di gestione corredati dalla redazione di misure di conservazione. Nella pianificazione e programmazione territoriale va tenuto conto della valenza naturalistico – ambientale dei SIC e delle ZSC[5], così come particolare attenzione andrà posta alle valutazioni di incidenza a cui sono sottoposti i piani territoriali, urbanistici e di settore, ivi compresi i piani agricoli e faunistico – venatori e loro varianti. 
La specificità di ciascuna Misura di Conservazione o dei vari Piani di Gestione dovrà trovare sintesi in un soggetto che gestisca unitariamente il patrimonio boschivo regionale ed a cui dovranno fare riferimento tutti gli enti gestori delle singole aree Natura 2000[6] e che dovrà definire gli assetti fitogeografici dei contingenti forestali dei vari distretti regionali, mettendo in luce i fenomeni legati alla rarefazione e alla coesistenza delle specie, sottoponendo gli interventi di gestione al non interferimento con l’equilibrio creatosi, e definendo forme di gestione dedicate e specificamente elaborate per le singole classi di vegetazione. 
Al pari di altre regioni, il Lazio deve inoltre dotarsi al più presto di un Inventario Forestale Regionale[7], presupposto per un Piano Forestale Regionale (PFR) svincolato dal PSR, così da estenderne il campo di applicazione anche ai boschi pubblici. Nella Regione Lazio, inoltre, va costituito l’albo regionale delle ditte boschive e quello degli operatori boschivi, un aspetto deficitario per la gestione dell’intero patrimonio boschivo che non consente di qualificare gli operatori ed ostacola i diversi organi di controllo e di gestione dei soprassuoli boschivi. Rispetto agli alberi monumentali[8], oltre a gestire l’elenco nazionale, la Regione dovrà operare un censimento di II livello, esercitare il potere sostitutivo e il monitoraggio normativo su tutti gli strumenti di pianificazione.



Riconoscere le Guardie ambientali volontarie e le Guide ambientali

Al pari di quasi tutte le altre regioni italiane a statuto ordinario, approvare il regolamento per la disciplina del servizio di vigilanza ambientale mediante l’impiego delle Guardie Ambientali Volontarie[9] nonché adeguare la normativa[10] in materia di esercizio delle professioni turistiche di accompagnamento includendovi le modalità di espletamento dell’attività professionale di Guida Ambientale Escursionistica.


Il fiume Tevere nei pressi dell'Isola Tiberina
Promuovere i Contratti di fiume e di lago[11]

Uno strumento di governance necessario per la gestione integrata a livello di bacino o di sottobacino, per dare una risposta al dissesto idrogeologico, per avere strumento per la riqualificazione fluviale o lacustre valorizzandoli con attività di educazione ambientale, sportive e culturali, ma soprattutto indispensabile per la tutela degli ecosistemi. 
È necessario mantenere un giusto equilibrio tra salvaguardia dell’ambiente e capacità di continuare a fornire servizi economici, sociali e culturali alle comunità, secondo le politiche di gestione raccomandate dalla strategia globale per la conservazione di flora e fauna e dalla direttiva quadro sulle acque. 
Il miglioramento della qualità delle acque interne, congiuntamente all’individuazione ed eliminazione di tutti gli scarichi non depurati, all’attuazione dei protocolli previsti per il riutilizzo delle acque reflue, e all’assorbimento dell’azoto proveniente dai suoli agricoli circostanti che deve essere anch’esso attentamente monitorato contribuirà anche alla salvaguardia degli ecosistemi litorali.


Diffondere la cultura della sostenibilità tramite la Certificazione Ambientale

Far aderire la Regione e promuovere tra enti locali e soggetti controllati l’adesione allo strumento volontario Eco-Management and Audit Scheme (EMAS) per valutare e migliorare le proprie prestazioni ambientali e fornire al pubblico e ad altri soggetti interessati informazioni sulla propria gestione ambientale, con lo scopo prioritario di contribuire alla realizzazione di uno sviluppo economico sostenibile. Maturando la consapevolezza che l’amministrazione regionale debba avviare un processo di modernizzazione inquadrato nelle politiche per la sostenibilità, sarà possibile conseguire:

  • aumento dell’efficacia e dell’efficienza nella gestione delle problematiche ambientali;
  • individuazione di soluzioni strategiche per la riduzione degli impatti sull’ambiente;
  • recupero di competitività (ad es. nel settore turistico, dei trasporti pubblici ecc.);
  • miglioramento delle condizioni ecologiche e dell’immagine del territorio;
  • miglioramento della qualità della vita dei cittadini.

Pomezia, lo stabilimento della Eco X andato a fuoco
Siti inquinati, cave e rischio idrogeologico

È necessaria un’adeguata strategia per le bonifiche dei 1095 siti inquinati laziali. 
Le attività di cava, essendo distruttive dal punto di vista ecologico e paesaggistico, devono essere fortemente ridotte a favore del riciclo dei materiali edili. Le cave già esistenti, spesso abbandonate, possono diventare siti per la produzione di compost e la raccolta di inerti con lo scopo di risagomare il paesaggio distrutto, o spazi per il tempo libero. 
Gli attuali progetti definiti per contrastare il rischio idrogeologico sono di dubbia efficacia: vanno pertanto verificati attingendo al tesoretto delle contabilità speciali dei Commissari regionali e una verifica della trasparenza, dell’esatta consistenza e della disponibilità di miliardi aggiuntivi dai fondi di sviluppo e coesione, dal cofinanziamento della Regione o dai fondi europei a disposizione della Regione. 


Impedire l'utilizzo di sostanze tossiche e nocive sia in agricoltura che in area urbana
Definizione ed approvazione delle linee guida regionali al Piano di azione nazionale per l’uso sostenibile dei prodotti fitosanitari[12] nonché dei relativi protocolli tecnici approvati dal Servizio fitosanitario regionale, fornendo indicazioni alle Autorità competenti (Comuni, provincie, soggetti gestori dei parchi, ecc.) in materia di impiego dei prodotti fitosanitari tossici e/o nocivi nelle aree frequentate dalla popolazione nonché fornendo indicazioni agli utilizzatori professionali per l’uso dei prodotti fitosanitari nelle aree agricole e soprattutto quelle adiacenti o prossime a quelle frequentate dalla popolazione, privilegiando misure di controllo biologico e trattamenti con prodotti ammessi in agricoltura biologica ed escludendo i prodotti fitosanitari con specifiche frasi di rischio, regolamentando i trattamenti nelle aree frequentate dalla popolazione e dai gruppi vulnerabili. Per quanto riguarda le acque di falda è necessario ricercare le sostanze effettivamente utilizzate nei territori agricoli ad agricoltura tradizionale, stimolando comunque, a tutti i livelli e proprio per l’impatto che hanno sul comparto idrico, la sostituzione di sostanze tossiche e nocive per gli esseri umani e per l’ambiente. Attualmente vengono, infatti, ricercate da ARPA Lazio le sole sostanze prioritarie sottostimando il peso delle attività agricole.


QUALE DI QUESTI CANDIDATI SOTTOSCRIVERA' QUESTE PROPOSTE? 


Da sinistra: Stefano Parisi (appoggiato da FI, Lega, FdI, Energie per l'Italia, Noi con l'Italia); Roberta Lombardi (appoggiata dal M5S); Nicola Zingaretti (appoggiato da Pd, Insieme, +Europa, LeU, Lista Civica Nicola Zingaretti e Centro Solidale per Zingaretti); Mauro Antoninizioni regionali Lazio 2018, ecco i candidati alla presidenza (appoggiato da Casapound); Giovanni Paolo Azzaro (appoggiato dalla Democrazia Cristiana); Sergio Pirozzi  (appoggiato dalla Lista Pirozzi e dalla Lista Nathan); Elisabetta Canitano (appoggiata da Potere al Popolo); Jean-Leonard Touadì (appoggiato dalla Civica Popolare); Stefano Rosati (appoggiato da Riconquistare l'Italia)


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[1]  La determinazione del deflusso minimo necessario per soddisfare le necessità dell'ambiente, che prende il nome di deflusso minimo vitale (DMV), in Italia è affidata congiuntamente alle autorità di bacino e alle regioni. L'art. 3, comma 1, lettera i), della legge 183/89 (Norme per il riassetto organizzativo e funzionale della difesa del suolo) include la tutela del deflusso minimo vitale negli alvei tra le attività di pianificazione e programmazione dell'autorità di bacino. L'azione di tutela deve garantire che l'insieme delle derivazioni non pregiudichi il deflusso minimo vitale. L'art. 5 del decreto legislativo 275/1993 (Criteri nel rilascio di concessioni di derivazioni d'acqua) e l'art. 3, comma 3, della legge 36/94 (Disposizioni in materia di risorse idriche, nota anche come legge Galli) ribadiscono il concetto, affermando che le derivazioni devono essere regolate in modo da garantire il deflusso necessario alla vita negli alvei e non danneggiare gli equilibri degli ecosistemi interessati. Anche il decreto legislativo 152/99 con le successive modificazioni (contenente disposizioni sulla tutela delle acque e sul recepimento di direttive CEE), il decreto ministeriale 28 luglio 2004 (Linee guida per la predisposizione del bilancio idrico di bacino, comprensive dei criteri per il censimento delle utilizzazioni in atto e per la definizione del minimo deflusso vitale, di cui all'articolo 22, comma 4, del decreto legislativo 11 maggio 1999, n. 152) e il decreto legislativo 152/2006 (Norme in materia ambientale, che recepisce la direttiva europea sulle acque 2000/60), ribadiscono la necessità di intervenire sulle derivazioni d'acqua per garantire il deflusso minimo vitale negli alvei, che costituisce uno degli elementi che i piani di tutela devono considerare nell'elaborazione delle misure volte ad assicurare l'equilibrio del bilancio idrico. Il decreto ministeriale dà anche criteri e metodologie per la definizione del deflusso minimo vitale.
[2] Legge regionale 1 marzo 2000, n 15. Tutela delle risorse genetiche autoctone di interesse agrario
[3] Allo stato attuale le aree agricole ad alto valore naturalistico (HNVF) sono distinte nelle seguenti tipologie:
· Tipo 1: Aree agricole con una proporzione elevata di vegetazione semi-naturale;
· Tipo 2: Aree agricole dominate da agricoltura estensiva o da un mosaico di aree seminaturali e coltivate, intervallate da tipici elementi strutturali di piccola scala, quali siepi, muretti a secco, ruscelli, boschetti.
· Tipo 3: Aree agricole che ospitano specie rare o una elevata percentuale di popolazioni o specie europee o mondiali.
[4] In particolare la Direttiva 92/43 (c.d. direttiva “Habitat”) che mira alla conservazione della biodiversità
[5] DPR 120/2003, art.6, comma 1
[6] Va superata la L.R. 39/2002, che non fornisce la caratterizzazione di dettaglio necessaria alla redazione di linee guida per l’attuazione dei Piani di Assestamento Forestale in aree ad elevato valore documentario afferenti alla Rete Natura 2000. Gli interventi selvicolturali devono tutelare i valori biologici intrinseci e lo stato di salute della vegetazione di tipo forestale nelle aree protette.
[7] Gli Inventari Forestali Regionali sono validissimi strumenti di monitoraggio di aspetti informativi e gestionali, in modo da poter avere una giusta identificazione e demarcazione degli ecosistemi forestali, da tutte le altre tipologie di ambiente. Essi permettono, inoltre, una integrazione di informazioni qualitative e quantitative dei seguenti aspetti:
-           definizione di un programma degli interventi selviculturali, con quantificazione delle masse legnose prelevabili;
-           stabilire e verificare le possibili destinazioni dei boschi in funzione della loro caratteristica, accessibilità e polifunzionalità; individuare gli interventi selviculturali più opportuni e idonei per il miglioramento delle potenzialità dei diversi boschi;
-           valutazione delle possibili evoluzioni dei singoli popolamenti in funzione delle caratteristiche fisiche stazionali e degli interventi proposti.
[8] Decreto del Capo Dipartimento delle politiche europee e internazionali e dello sviluppo rurale prot. n. 5450 del 19.12.2017 e redatto ai sensi dell'art.7 della legge 14 gennaio 2013, n. 10 e del relativo decreto attuativo 23 ottobre 2014
[9] Istituite da leggi regionali, queste figure di volontari ricoprono la qualifica di guardie particolari giurate. Inoltre, sono pubblici ufficiali ed agenti di polizia amministrativa e, quando espressamente previsto dalla normativa, rivestono il ruolo particolare di agenti di polizia giudiziaria.
[10] La legge regionale del Lazio, n. 50/85 disciplina l’attività della professione di guida, accompagnatore e interprete turistico in recepimento della normativa statale, legge 17 maggio 1983, n. 217 (Legge quadro per il turismo e interventi per il potenziamento e la qualificazione dell'offerta turistica), che stabiliva le funzioni ed i compiti amministrativi concernenti le professioni turistiche. Tali funzioni sono state svolte dalla Regione Lazio fino all’entrata in vigore della L. R. 6 agosto 1999, n. 14, art. 76, lett. d), che ha delegato l’esercizio delle stesse funzioni alle Province. La sopramenzionata normativa è stata di fatto superata dalla successiva Direttiva 2005/36/CE del Parlamento europeo relativa al riconoscimento delle qualifiche professionali, pubblicata su Gazzetta ufficiale dell’Unione europea del 30.9.2005 e dal recepimento da parte dello Stato attraverso il D.Lgs. 9.11.07, n. 206. Il 3 settembre 2013 è entrata in vigore la legge n. 97/2013 (Disposizioni per l’adempimento degli obblighi derivanti dall’appartenenza dell’Italia all’Unione europea) che prevede all’art. 3, comma 1, che l’abilitazione alla professione di guida turistica sia valida su tutto il territorio nazionale.
[11]  Il collegato alla Legge di stabilità del 2015 ha disciplinato i Contratti di Fiume per legge, inserendoli nel Codice dell’Ambiente: «Art. 68-bis. – (Contratti di fiume). – 1. I contratti di fiume concorrono alla definizione e all’attuazione degli strumenti di pianificazione di distretto a livello di bacino e sottobacino idrografico, quali strumenti volontari di programmazione strategica e negoziata che perseguono la tutela, la corretta gestione delle risorse idriche e la valorizzazione dei territori fluviali, unitamente alla salvaguardia dal rischio idraulico, contribuendo allo sviluppo locale di tali aree». La Regione Lazio, con deliberazione del 18/11/14, numero: 787, ha aderito alla Carta nazionale dei Contratti di fiume. La proposte di legge regionale sulla Disciplina dei Contratti di Fiume n. 254/2015 è stata recepita con modifiche nella Legge di Stabilità regionale 2017, approvata il 31 dicembre 2016, n. 17 e pubblicata sul BUR del 31/12/2016 n.105 (articoli 95, 96 e 97) con una dotazione di risorse assolutamente insufficiente: 100.000,00 euro per l’anno 2017, a 100.000,00 euro per l’anno 2018 e a 200.000,00 euro per l’anno 2019, iscritte a legislazione vigente, a valere sul bilancio regionale 2017-2019, nell’ambito del programma 01 “Difesa del suolo” della missione 09 “Sviluppo sostenibile e tutela del territorio e dell’ambiente”.
[12] D.Lgs. del 14/08/2015, n.150 di recepimento della Direttiva 229/128/CE (pubblicato in G.U. del 12/02/2014, n.35)