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mercoledì 28 febbraio 2018

Pietro M. Bianco: "Il mais transgenico fa schifo"




di Pietro Massimiliano Bianco* 


Ultimamente si è tornato a propagandare il mais OGM basandosi su uno studio della Scuola Superiore Sant’Anna e dell’Università di Pisa (Pellegrino et al., 2018) in cui si afferma non comporta rischi per la salute umana, animale e ambientale. Anzi, presenta produzioni superiori, contribuisce a ridurre la presenza di insetti dannosi e contiene percentuali inferiori di sostanze tossiche che contaminano gli alimenti e i mangimi animali. Addirittura i ricercatori autori di questo studio titolano sul sito della loro Università: "Mais transgenico? Nessun rischio per la salute umana, animale e ambientale".


La ricerca si è basata sui risultati di ricerche condotte in pieno campo negli Stati Uniti, in Europa, in Sud America, in Asia, in Africa e in Australia e mette a paragone le varietà OGM con quelle convenzionali rispetto a produzioni, qualità della granella (incluso il contenuto in micotossine), effetto su alcuni insetti target e non-target, contenuto di lignina negli stocchi e nelle foglie, perdite di peso della biomassa, emissione di CO2 dal suolo.


Lo studio, conclude che il mais transgenico è più produttivo (5,6-24,5%), non ha effetto sugli organismi non-target analizzati (tranne la diminuzione di un Braconide parassitoide dell’insetto dannoso Ostrinia nubilalis), e contiene concentrazioni minori di micotossine (-28,8%) e fumonisine (-30,6%) nella granella, ovvero nei chicchi del mais. Ma non considera le farfalle, sensibili alla tossina e anzi insetti target delle varietà transgeniche e nemmeno i conseguenti possibili effetti sui servizi di impollinazione.


Si tratta di dati parziali e già conosciuti, riferiti solo ad alcuni indicatori selezionati e che non dimostra assolutamente nulla relativamente alla salute umana o degli animali. In questa ricerca non si parla di effetti sulla salute umana e sugli ecosistemi naturali. Ma la stampa, ignorando i reali contenuti dell’articolo, ha diffuso fake news confondendo l’opinione pubblica ed enfatizzando “scoperte scientifiche” che in realtà sono analisi di dati già editi, presentati dalla stampa con intenti ingannevoli ai non addetti ai lavori. Confermando ai più esperti la completa sottomissione della maggior parte dei mass-media italiani alle multinazionali criminali che, tramite gli Ogm, stanno distruggendo la sovranità alimentare delle popolazioni, costringendo gli agricoltori ad acquistare le loro sementi, comprare i loro pesticidi e mangiare i loro prodotti pieni di residui di fitosanitari e Dna mutante.


Nella valutazione di Pellegrino et al., sulle migliori performance produttive dei mais OGM relativamente alla salute umana c'è la minor produzione di micotossine cancerogene. In particolari condizioni climatiche sul mais si possono sviluppare funghi come l’Aspergillus flavus, che producono le aflatossine, altamente tossiche e sono ritenute essere tra le sostanze più cancerogene esistenti. Tuttavia attualmente il mais utilizzato per alimentare gli animali e gli umani nell'intera UE deve avere un contenuto di micotossine inferiore ai limiti di legge[1] e, se i controlli sono appropriati, non presenta alcun rischio per la salute umana anche senza coltivare mais OGM.


Nel 2003 la maiscoltura italiana ha affrontato le prime contaminazioni della granella e nel latte, superiori al limite imposto dalla vigente legislazione Europea. La problematica si è ripetuta, seppure a macchia di leopardo, negli anni successivi, per sfociare nel 2012 in un grosso problema di dimensione europea. Tuttavia, sempre senza ricorre ad OGM, un abbattimento fino al 95% lo si può ottenere con il metodo biologico basato sul fungo antagonista AF-X1 selezionato dall'Università Cattolica di Piacenza. La ricerca ha dimostrato che distribuendo in campo un ceppo non tossigeno di Aspergillus flavus incapace di produrre aflatossine, ma competitivo  nei confronti dei ceppi tossigeni presenti nell’ambiente il fenomeno diminuisce fino a scomparire. Il ceppo è stato selezionato e sottoposto a brevetto europeo dall’Università e DuPont Pioneer Italia ne ha acquisito i diritti di commercializzazione. L’ AF-X1, è una soluzione preventiva per la salvaguardia del mais italiano, con la prerogativa che il ceppo selezionato ed isolato nei suoli italiani è un fungo autoctono  adattato ai nostri ambienti. La riduzione effettiva del rischio di malattie fungine e di danni da insetti, da cui derivano le micotossine, la si ottiene, comunque, evitando di coltivare il mais in monocoltura, con irrigazione eccessiva e concimazione chimica. 


Va premesso che il problema del Mais transgenico non riguarda solo l’immissione di sostanze geneticamente estranee all’interno della piante coltivate. Riguarda ancor di più errate politiche dei territori agricoli basate sull’uso intensivo di erbicidi, che causano rapidamente il degrado del suolo e la morte degli organismi che lo popolano e ne alimentano la produttività, e sulla parallela produzione intensive di poche varietà brevettate e monopolizzate dalle stesse multinazionali che vendono pesticidi. Distruggendo la diversità agricola storica e la sovranità alimentare in nome di un presunto progresso basato unicamente su motivazioni economiche e non sulla reale efficacia di tali tecniche.  


Gli Ogm rappresentano un potenziale grave danno ambientale: sono, infatti, organismi viventi in grado di riprodursi e diffondersi, portatori di geni esogeni, tendenzialmente instabili,  la cui propagazione potrebbe provocare danni anche irreversibili alle comunità naturali.


Studi eseguiti su Brassica napus (colza) gm tollerante l’erbicida glufosinato dimostrano flussi di geni con Brassica campestris (rapa), Sinapis arvensis (senape selvatica), Brassica rapa (Wolfenbarger, 2000) e gli ibridi interspecifici della seconda generazione contenevano il transgene per la tolleranza all’erbicida (Mikkelsen et al., 1996).


A causa della diversità degli ecosistemi e degli Ogm l’approccio scientificamente corretto è valutare la pericolosità degli Ogm caso per caso (Wolfenbarger et al., 2000). Alcuni hanno evidenziato una serie di problematiche e rischi imprevisti degni della massima attenzione (Butler et al., 1999).

Tabella 1 – I rischi ambientali delle Piante Geneticamente modificate
Aria

Dispersione del transgene tramite polline

Incorporazione del DNA in specie interfertili, cambiamento della fitness delle piante riceventi (con possibile aumento della invasività e selezione di «supermalerbe»), induzione di resistenza agli stress (biotici), alterazione della biodiversità vegetale
Parte aerea della pianta

Effetti negativi sugli organismi non bersaglio

Perdita di servizi ecologici (impollinazione, controllo
(artropodi, roditori, uccelli, mammiferi, ecc.) naturale dei fitofagi, ecc.), alterazione della biodiversità
animale.
Suolo

Trasferimento genico orizzontale,

Incorporazione di DNA in altri organismi, perdita effetti sulla biocenosi tellurica di biodiversità, perdita di servizi ecologici (ciclo degli elementi nutritivi, inibizione di patogeni, ecc.).

Molti mais transgenici non sono più produttivi: semplicemente sono resistenti agli erbicidi, continuando a favorire la chimica a discapito di una seria politica agricola che deve incentivare innanzitutto la produzione locale di qualità e il biologico, visto, per altro, il grande mercato disponibile.


Grazie a questi mais transgenici e agli erbicidi ad essi associati il suolo diventa sterile e può essere alimentato solo mediante l’uso di concimi chimici quali fosfati, sali d’ammonio, nitrati che a loro volta determinano l’inquinamento dei corsi d’acqua, fenomeni di eutrofia anche nel mare e, infine, il crollo degli stock ittici con danni anche economici oltre che ecologici. Per altro le loro caratteristiche nutraceutiche sono inferiori alla pianta originaria: il glifosate, uno degli erbicidi a cui sono resistenti i mais OGM, è un chelante di numerosi oligoelementi e inevitabilmente determina il loro calo nei derivati alimentari per gli animali o per gli uomini. Inoltre il glifosate e le sue formulazioni commerciali (ad es. il Roundup) sono nocivi per numerose specie a diversi livelli della catena alimentare, comprese le specie acquatiche. Questa sostanza causa la riduzione della fissazione dell'azoto, garantendo rese inferiori dei raccolti o grandi input di concimi con ulteriore aggravio della situazione ambientale. L’uso del glifosate provoca una maggiore proliferazione del fungo Fusarium (Fernandez et al., 2009) e può predisporre le piante ai fitopatogeni presenti nel suolo (Rosenbaun et al., 2014).

Questo tipo di prodotti favorisce il rischio di ingerire dosi massicce di residui di fitofarmaci. Il glifosato (o meglio un composto intermedio della sua degradazione) permane sulla pianta 150-200 giorni, correlato alla presenza nella popolazione umana di un linfoma del tipo non-Hogkins (terza causa di malattia tra gli agricoltori) e spesso è presente in quantità non trascurabili anche nel prodotto finito poiché le piante lo assorbono per via radicale. 


In base a queste ed altre considerazioni, nel 1997 la Monsanto ha dovuto pagare allo stato di New York una multa di 50.000 dollari per pubblicità ingannevole sulla sicurezza dell’erbicida Roundup; nel 2001 gruppi di ambientalisti sono riusciti a bloccare la proposta di costruire nel ravennate una delle più grosse fabbriche per la produzione di glifosate.


Bacillus thuringiensis
Il mais transgenico Bt, ingegnerizzato con sequenze geniche provenienti da Bacillus thuringiensis per esprimere proteine ad effetto insetticida contro gli insetti fitofagi, è ancora peggiore a livello di naturalità. La coltivazione del mais Bt è parte integrante dell’agricoltura statunitense: nel 2009 copriva un areale di 22,2 milioni di ettari, pari al 63% della superficie agricola di quel Paese e grandi quantità di mais al Bacillus sono importate come mangimi per animali. Il Bacillus thuringensis (Bt) è un batterio del suolo che si utilizza con successo in agricoltura biologica per contrastare Lepidotteri e Coleotteri parassiti: esso libera infatti una pre-tossina inattiva che diventa tossica (tossina Bt) solo all'interno dell’apparato digerente a pH alcalino degli insetti che se ne sono cibati. Le piante transgeniche resistenti ai parassiti, invece, producono senza interruzione la tossina Bt direttamente in forma attiva, cioè tossica (Crecchio, 1998). 


A parte le ovvie considerazioni sulla naturalità di un cibo con tossine ad azione insetticida o della carne di animali che se ne sono alimentati, i ricercatori hanno scoperto che molti parassiti sviluppano la resistenza in un tempo medio di poco superiore ai cinque anni: addirittura più velocemente che rispetto ai normali insetticidi. In condizioni di laboratorio, gli insetti della specie Heliothis hanno rapidamente sviluppato resistenza nei confronti del cotone Bt e, dopo 21 generazioni, i livelli di resistenza sono aumentati di 300 volte; un caso analogo si è verificato in Cina, dove Helicoverpa armigera ha sviluppato resistenza al granoturco Bt. 

Anche i virus possono scambiare materiale genetico con geni virali presenti in alcune di essi: la ricombinazione tra le sequenze virali presenti nei costrutti transegnenici e i virus quiescienti nei genomi di piante e di animali dà origine a nuovi virus con una maggiore virulenza, in grado di infettare un maggior numero di ospiti o di diffondersi più rapidamente come il caulovirus del mosaico del cavolfiore che, inserito nel tabacco transgenico, ha interagito con il virus selvatico dando origine ad un virus ricombinante più virulento.

Le piante-Bt GM possono rivelarsi nocive per organismi non-target sia nel caso in cui gli insetti consumino la tossina direttamente dal polline o dalle piante, sia indirettamente cibandosi di insetti nocivi che hanno ingerito la tossina. In particolare risultano tossiche per lepidotteri (le farfalle) determinando sicuramente una diminuzione dei servizi di impollinazione sia in ambito agricolo che nelle zone naturali circostanti.

Esemplare di farfalla monarca (Danaus plexippus)

L'impatto del polline del mais Bt sulle larve della farfalla monarca (Danaus plexippus) in nord America rappresenta l'esempio più conosciuto di tale fenomeno (Losey et al., 1999; Hanson-Jesse & Obrycki, 2000; Stanley-Horn et al., 2001; Dively et al., 2004, Sears et al., 2001). E' stato anche scoperto che questo mais è tossico per le larve della farfalla vanessa io (Inachis io) (Felcke & Langenbruch, 2003) e che un tipo di tossina Bt (Cry1Aa) è tossica per il baco da seta Bombyx mori (Fan et al., 2003). Negli stati uniti si è riscontrato l'impatto del mais Bt sulla popolazione di Coleomegilla maculata, un insetto predatore utile comunemente reperibile nei campi di masi (Wold et al., 2001). Anche la crisoperla (Chrysoperla carnea), un insetto utile che riveste un importante ruolo nel controllo degli insetti nocivi, viene danneggiata dalle colture Bt13 (Hilbeck et al., 1999; Dutton et al., 2002).

Infine la diffusione del mais Bt determina un aumento della resistenza al Bt danneggiando le colture biologiche che fanno un largo uso di sposre batteriche.

Oltre alle considerazioni ecologiche il modello su cui è basato il mais transgenico, basato su sementi brevettate e certificate che devono essere periodicamente acquistati dal produttore, è del tutto all’opposto della politica per la difesa del germoplasma locale, per la libera diffusione di sementi storiche e di qualità, adattate dai contadini locali alle diverse condizioni pedoclimatiche e ai diversi patogeni. E quindi in sostanza alle politiche favorite da convenzioni internazionali quali il “Trattato internazionale sulle risorse fitogenetiche per l'Alimentazione e l'Agricoltura[2], il “Protocollo sull’Accesso alle Risorse Genetiche e l’Equa Condivisione dei Benefici[3] e, a livello nazionale,  la “Strategia Nazionale per la Biodiversità[4] e il “Piano strategico per l'Innovazione e la ricerca nel settore agricolo, alimentare e forestale[5].


Una seria valutazione del rischio dovrebbe considerare la diversità degli ambienti nei quali l’Ogm verrà impiegato o potrebbe diffondersi, le forme di vita con le quali può entrare in contatto, le diverse condizioni ambientali (suolo, temperatura, irrigazione…), e l’interazione di tutti questi fattori. Occorre potenziare la ricerca per la valutazione del rischio ambientale, purtroppo ritenuta di scarso prestigio, ben poco redditizia e naturalmente mal vista dalle multinazionali che finanziano gli ormai asfittici, grazie ai tagli statali, istituti pubblici di ricerca che hanno perso qualsiasi ruolo di terzietà su questa spinosa questione.


Al contrario si tratta di bandire, in nome della qualità e del valore economico-ecologico, le pratiche agricole insostenibili, espressione di un'agricoltura di tipo industriale fatta di monocolture su vasta scala che dipendono da input costosi e inquinanti come i pesticidi. Soluzioni sostenibili non arriveranno dagli OGM e certamente non dagli OGM resistenti agli erbicidi o con tossine incorporate.


Ricordiamo a tutti i consumatori che in Italia è vietata la coltivazione di piante geneticamente modificate, come consente di fare la normativa europea che, però, non permette di vietare l’importazione di alimenti e mangimi per animali ottenuti con queste materie prime autorizzate a livello comunitario, la cui presenza deve però essere indicata in modo chiaro sulle etichette. Questi modelli, già messi in discussione nel mondo agricolo, devono essere definitivamente superati promuovendo una green economy agroalimentare basata su produzioni sostenibili di qualità, inevitabili motori di sviluppo delle economie e delle culture locali, valorizzando i loro positivi effetti ambientali, sulle economie locali e sulla salute.

*Pietro Massimiliano Bianco è Ecologo, consulente dei Gruppi di Ricerca Ecologica, Tecnologo-Ricercatore ISPRA




Bibliografia


  • Crecchio C., Stotzky G., 1998. Insecticidal activity and biodegradation of the toxin from Bacillus thuringiensis subsp. kurstaki bound to humic acids from soil. Soil Biology & Biochemistry, 30: 463-470.
  • Dively G.P., Rose R., Sears M.K., Hellmich R.L., Stanley-Horn D.E., Calvin D.D., Russo J.M.,  Anderson P.L., 2004. Effects on monarch butterfly larvae (Lepidoptera: Danaidae) after continuous exposure to Cry1Ab expressing corn during anthesis. Environmental Entomology, 33: 1116-1125.
  • Dutton A., H. Klein, J. Romeis and F. Bigler. 2002. Uptake of Bt toxin by herbivores feeding on transgenic maize and consequences for the predator Chrysoperla carnea. Ecological Entomology, 27: 441-447.
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  • Stanley-Horn D.E., Dively G.P., Hellmich R.L., Mattila H.R., Sears M.K., Rose R., Jesse L.C.H., Losey J.E., Obrycki J.J., Lewis L., 2001. Assessing the impact of Cry1Abexpressing corn pollen on monarch butterfly larvae in field studies. Proceedings of the National Academy of Sciences, 98: 11931-11936.
  • Wold S.J., Burkness E.C., Hutchison W.D., Venette R.C., 2001. In-field monitoring of beneficial insect populations in transgenic corn expressing a Bacillus thuringiensis toxin. Journal of Entomological Science, 36: 177-187.
  • Wolfenbarger L.L, Phifer P.R., 2000. The ecological risks and benefits of genetically engineered plants. Science, 290, 2088-2093.





[1] Regolamento (UE) n. 165/2010 della Commissione, del 26 febbraio 2010 , recante modifica, per quanto riguarda le aflatossine, del regolamento (CE) n. 1881/2006 che definisce i tenori massimi di alcuni contaminanti nei prodotti alimentari (Testo rilevante ai fini del SEE)