Horizontal Popup Menù with Images
consigli e idee dalla rete news dalle Istituzioni aree protette energie in circolo

martedì 27 novembre 2018

I GRE Lazio "sposano" le Vie Francigene

Il sistema dei Cammini del Lazio

Prestigioso riconoscimento internazionale per la nostra organizzazione: l’assemblea dei soci dell’Associazione Europea delle Vie Francigene (AEVF) ha ammesso i Gruppi Ricerca Ecologica Lazio nella particolare categoria riservata alle associazioni pubbliche e private, senza fini di lucro e non a scopo commerciale, che pur non versando contributi economici svolgono attività in sostegno del progetto complessivo di valorizzazione delle Vie Francigene e che hanno sottoscritto con l'associazione un protocollo di intesa. La Via Francigena promuove infatti un patrimonio legato alle identità culturali europee partendo da un itinerario storico che si esprime attraverso un fascio di strade, sulle quali si è formata la storia dell’Europa nei secoli scorsi: un percorso di 1800 km che attraversa l’Inghilterra, la Francia, la Svizzera e l’Italia sugli antichi passi dei pellegrini medievali che camminavano verso i luoghi santi della Cristianità. Il Consiglio d’Europa ha abilitato ufficialmente l’AEVF a dialogare con istituzioni europee, regioni, collettività locali per promuovere i valori dei cammini e dei pellegrinaggi, partendo dallo sviluppo sostenibile dei territori attraverso un approccio culturale, identitario, turistico.

Tra la fine del primo millennio e l’inizio del secondo, la pratica del pellegrinaggio assunse un’importanza crescente. I luoghi santi della Cristianità erano Gerusalemme, Santiago de Compostella e Roma, e la Via Francigena rappresentò lo snodo centrale delle grandi vie della fede. Il pellegrinaggio divenne presto un fenomeno di massa, e ciò esaltò il ruolo della Via Francigena che divenne un canale di comunicazione determinante per la realizzazione dell’unità culturale che caratterizzò l’Europa. Ed insieme ai pellegrini, viaggiavano anche le merci e le idee.

La Via Francigena nell'Italia medioevale (di Gaetano Dini)
Tuttavia la ricostruzione del “vero” tracciato della Via Francigena sarebbe oggi un’impresa impossibile, poiché questo non è mai esistito: ha invece senso ritrovare le principali mansioni e i principali luoghi toccati dai viandanti lungo la Via. Più che di una vera e propria strada, infatti, si trattava di “aree di strada”, il cui percorso variava per cause naturali (straripamenti, frane), per modifiche dei confini dei territori attraversati e la conseguente richiesta di gabelle, per la presenza di briganti. Il fondo veniva lastricato solo in corrispondenza degli attraversamenti dei centri abitati, mentre nei tratti di collegamento prevaleva la terra battuta.

Il percorso oggi riconosciuto ufficialmente dal Consiglio d’Europa come itinerario della Via
Francigena, ricalca le tappe indicate nel memoriale lasciato da Sigerico, arcivescovo di Canterbury, a ricordo del pellegrinaggio da lui compiuto alla fine del X secolo. Attraverso il Gran San Bernardo e la costa toscana, Sigerico entrò nel Lazio tra Radicofani e Proceno. La prima tappa laziale della Francigena segnalata nel “diario di viaggio” dell’Arcivescovo di Canterbury, è Acquapendente, dove si trova il sacello a imitazione del Santo Sepolcro di Gerusalemme. 

Da lì il percorso tocca Bolsena, Viterbo (nota per il miracolo di santa Rosa), Capranica, Sutri, Campagnano e Formello, per giungere a Roma varcando Monte Mario, l’antico Mons Gaudii, nome che probabilmente richiamava la gioia dei pellegrini giunti ormai al cospetto della Città Eterna dopo il loro interminabile e pericoloso cammino: in tutto 180km di magnifici paesaggi, antichi borghi e aree naturali protette, dalla Tuscia al cuore della cristianità.

Ma a Roma confluisce anche un altro percorso Francigeno, conosciuto come Via Francigena del Sud, originariamente percorso dai pellegrini in transito fra la Capitale e gli approdi pugliesi da dove salpavano le navi dirette verso la Terra Santa. La Regione Lazio sin dal 2008 ha messo in atto una sinergia di interventi volti a valorizzare i cammini meridionali francigeni, investendo notevoli risorse per il recupero di diversi tracciati a sud di Roma, individuando due principali direttrici.

Una è quella della Via Prenestina – Via Latina, che attraversa la Provincia di Roma e di Frosinone sino ai confini col Molise, coinvolgendo 43 Comuni e che si articola in due varianti, una che conduce verso Cassino e l’altra che si snoda lungo la Val di Comino. Nel territorio si trovano le due grandi Abbazie laziali di Casamari e Montecassino.

L’altra è la direttrice Appia, che scende dai Castelli Romani nella Provincia di Latina, passa per l’antica città portuale di Terracina (dove già una parte dei pellegrini sceglievano la rotta marittima verso Gerusalemme) e giunge al fiume Garigliano, ai confini con la Campania. Il percorso, che interessa ventinove Comuni, segue l’antica via consolare lungo le pendici dei Monti Lepini, Ausoni e Aurunci, è ricco di siti archeologici e incrocia le Abbazie di Fossanova e Valvisciolo.

lunedì 26 novembre 2018

Cassazione, è vietato usare renne per allestimenti natalizi

Sembrerebbe una fake news pre-natalizia, ed invece davvero una persona (che non è Babbo Natale, sia chiaro) aveva pensato di fare un allestimento natalizio con una vera renna nata in cattività, in barba alle leggi ed al buonsenso. E, denunciato da una guardia ambientale volontaria, era stato anche assolto in primo grado di giudizio dal Tribunale di Asti poichè non era stata dimostrata la pericolosità della renna. 
 
Per fortuna adesso ci pensa la Corte di Cassazione Penale a ripristinare il rispetto della legge, accogliendo il ricorso del Procuratore della Repubblica presso il Tribunale e ribadendo che deve considerarsi vietata la detenzione di animali vivi che possono essere pericolosi per la salute o l'incolumità pubblica, a prescindere da ogni valutazione sulla loro concreta pericolosità (che non è sinonimo di aggressività ma deve considerare anche l'aspetto sanitario e la possibilità di trasmettere maalttie) e sulla specifica modalità della loro custodia. 
 
Poichè gli stupidi in giro non scarseggiano di certo, riportiamo il link da cui si può consultare il Decreto del 19 aprile 1996 con cui il Ministero dell'Ambiente elenca le specie animali che possono costituire pericolo per la salute e l'incolumità pubblica e di cui è proibita la detenzione.
 
Ma veniamo alla sentenza:
 
 
CORTE DI CASSAZIONE PENALE, Sez.3^ 07/11/2018 (Ud. 12/09/2018), Sentenza n.50137
 
REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
 
LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE
SEZIONE TERZA PENALE,
 
composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:
 
omissis
 
ha pronunciato la seguente
 
SENTENZA 
 
sul ricorso proposto dal Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Asti nel procedimento nei confronti di XXXX XXXXXXX
 
avverso la sentenza del 04/12/2017 del Tribunale di Asti;
 
visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;
 
udita la relazione svolta dal consigliere Claudio Cerroni;
 
udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore generale Francesco Salzano, che ha concluso per il rigetto del ricorso
 
RITENUTO IN FATTO
 
1. Con sentenza del 4 dicembre 2017 il Tribunale di Asti ha assolto XXXX XXXXX dal reato di cui all'art. 6, comma 1, della legge 7 febbraio 1992, n. 150, perché il fatto non costituiva reato stante la mancata dimostrazione della pericolosità della renna, detenuta dall'imputato per un allestimento natalizio senza che l'animale, nato in cattività, avesse mai palesato alcuna problematica. 
 
2. Avverso la predetta decisione il Pubblico Ministero, in persona del Procuratore aggiunto della Repubblica presso il Tribunale di Asti, ha proposto ricorso immediato per cassazione articolato su un motivo di impugnazione.
 
In particolare, è stato osservato che doveva considerarsi vietata la detenzione di animali che costituiscano pericolo per la salute o la pubblica incolumità, a prescindere da ogni valutazione sulla loro concreta nocività e sulle specifiche modalità della loro custodia, trattandosi di reato di pericolo presunto. 
 
3. Il Procuratore generale ha concluso nel senso del rigetto del ricorso.
 
CONSIDERATO IN DIRITTO
 
4. Il ricorso è fondato.
 
4.1. Non è in contestazione, stante l'espressa affermazione operata in sentenza, che la renna rientri nell'elenco degli animali potenzialmente pericolosi per la salute e per l'incolumità pubblica. In detta categoria sono invero compresi (art. 1 decreto del Ministro dell'Ambiente 19 aprile 1996) "tutti gli esemplari vivi di mammiferi e rettili selvatici ovvero provenienti da riproduzioni in cattività che in particolari condizioni ambientali e/o comportamentali possono arrecare con la loro azione diretta effetti mortali o invalidanti per l'uomo o che non sottoposti a controlli sanitari o a trattamenti di prevenzione possono trasmettere malattie infettive all'uomo".
 
4.1.1. Ciò posto, e tenuto conto che, a norma dell'art. 6, comma 1, della legge 150 del 1992 cit., è in genere vietato a chiunque detenere esemplari vivi di mammiferi e rettili di specie selvatica ed esemplari vivi di mammiferi e rettili provenienti da riproduzioni in cattività che costituiscano pericolo per la salute e per l'incolumità pubblica, il ricorrente ha correttamente ricordato che deve considerarsi vietata la detenzione di animali che costituiscano pericolo per la salute o la pubblica incolumità, a prescindere da ogni valutazione sulla loro concreta nocività e sulle specifiche modalità della loro custodia (in specie si trattava di canguri, appunto inclusi dal D.M. 19 aprile 1996 nell'elenco di quelli da ritenere pericolosi)(Sez. 3, n. 26127 del 19/05/2005, Allegri, Rv. 231999). Tutto ciò a meno che non si sia in possesso di una autorizzazione all'allevamento di fauna selvatica a scopo alimentare, di ripopolamento, ornamentale ed amatoriale rilasciata dalla regione ai sensi dell'art. 17 legge 11 febbraio 1992 n. 157 (in specie cinghiali, Sez. 3, n. 16674 del 20/02/2003, D'Andrea, Rv. 224071).
 
4.2. Al contrario, il provvedimento impugnato ha inteso valorizzare la sola circostanza, di per sé ininfluente, che l'animale, nato in cattività, non fosse concretamente pericoloso.
 
In definitiva, quindi, gli elementi evidenziati non sono tali da superare il divieto di legge, sanzionato in via contravvenzionale.
 
5. Alla stregua delle considerazioni che precedono, quindi, la sentenza impugnata va annullata, con rinvio alla Corte di Appello di Torino a norma dell'art. 569, comma 4, cod. proc. pen..
 
P.Q.M.
 
Annulla la sentenza impugnata con rinvio alla Corte di Appello di Torino. 
 
Così deciso in Roma il 12/09/2018

mercoledì 21 novembre 2018

Attenzione: caduta pini!

Perchè i pini domestici delle alberature urbane collassano sempre più spesso?

Si stima che in tutta Roma vi siano oltre centoventimila pini domestici, undicimila dei quali impiegati per alberature stradali.

Questo maestoso albero, presenza caratteristica nei paesaggi mediterranei, sta però vivendo un rapporto sempre più conflittuale con gli abitanti delle aree urbane, i quali gli imputano pericolosi sollevamenti delle sedi stradali, danneggiamenti da caduta di pigne o rami secchi, e sempre più frequentemente anche catastrofici schianti.

Ma perché ciò accade? Con questo breve manuale - che esce in occasione della Gionata Nazionale dell'Albero nonchè Festa dell'Albero 2018 - proviamo a descrivere semplicemente le caratteristiche e le peculiarità del pino domestico, provando ad individuare e descrivere criticità spesso ignorate.


lunedì 19 novembre 2018

Il 25/11 ultimo appuntamento de "I percorsi dell'identità"

Nella riserva del Monte Catillo, istituita a Tivoli nel 1997, sorge una piccola elevazione calcarea, ricoperta di radure, arbusteti e boschi e che offre ampi e piacevoli panorami sulla cittadina e sulla campagna romana.
 
Camminando lungo l'anello che attraversa il Monte Catillo, domenica 25 novembre i Gruppi Ricerca Ecologica chiudono il programma de "I Percorsi dell'Identità 2018", dandovi appuntamento all'anno venturo, per il quale vi stiamo preparando una piacevole sorpresa!

DATI TECNICI
Difficoltà: E (escursionistico)
Lunghezza percorso: 12 km
Dislivello: +526 -526
Durata: 6 ore + pause

APPUNTAMENTI
Ore 9:00
Arco di Quintilio Varo Tivoli
Via Quintilio Varo, 20, 00019 Tivoli RM
Link per google maps:
https://goo.gl/maps/pWdH8WnDyQ22

COSA PORTARE
- Occhiali da sole
- Cappello
- Pile o felpa
- Poncho o Giacca anti-pioggia e vento
- Bastoncini da trekking (consigliati)
- Pranzo al sacco e snack
- Maglietta di ricambio
- 1,5 litri di acqua
- Scarpe adatte all'escursionismo o da trial running
- Si consiglia abbigliamento a strati

Nell'eventualità che le condizioni meteo non consentano lo svolgimento della giornata, l'evento sarà rinviato.

COME PARTECIPARE
Aderire all'evento e confermare la presenza via messaggio alla pagina Gruppi Ricerca Ecologica Lazio o contattare Luca al numero +39 333 9737985

Lupi, dall'UE via libera ai risarcimenti per gli agricoltori

Gli Stati membri potranno concedere un risarcimento completo agli agricoltori per i danni causati da animali protetti, come i lupi: è quanto ha stabilito la Commissione, modificando gli orientamenti dell'Unione europea per gli aiuti di Stato nel settore agricolo. 

Le modifiche apportate consentiranno inoltre di rimborsare integralmente i costi degli investimenti effettuati per prevenire tali danni, ad esempio la costruzione di recinzioni elettriche o l'acquisizione di cani da guardia. E soprattutto - aggiungeremmo noi - aumentando il sostegno agli agricoltori nelle aree in cui sono presenti grandi carnivori, anche di dare una risposta forte a chi, enfatizzando oltremisura il fenomeno, vorrebbe riaprire la caccia agli animali protetti e in via d'estinzione.

Il successo della politica di conservazione dell'UE dipende infatti anche dalla gestione efficace dei conflitti associati alla conservazione degli animali protetti. Potranno quindi essere concessi aiuti per risolvere i conflitti associati alla conservazione degli animali protetti utilizzando i fondi dell'UE, in particolare nell'ambito del Fondo agricolo europeo per lo sviluppo rurale e dai fondi nazionali (aiuti di Stato).


Le norme sugli aiuti di Stato applicabili al risarcimento dei danni causati da animali protetti sono stabilite negli orientamenti dell'Unione europea per gli aiuti di Stato nei settori agricolo e forestale e nelle zone rurali 2014-2020. Finora, solo l'80% degli investimenti poteva essere rimborsato attraverso aiuti di stato. La decisione odierna modifica le linee guida per portare tale percentuale al 100%. Gli Stati membri saranno inoltre autorizzati a rimborsare il 100% dei cosiddetti costi indiretti, come i costi veterinari derivanti dal trattamento degli animali feriti e i costi del lavoro legati alla ricerca di animali scomparsi a seguito di un attacco da parte di un animale protetto.

22 novembre - Berlenghi e la Storia del Diritto Ambientale

Importante appuntamento ambientalista calendarizzato per il prossimo giovedì 22 novembre, quando a Palazzo San Macuto verrà presentato l'ultimo saggio di Tullio Berlenghi, che da sempre si occupa di politiche ambientali, di urbanistica e mobilità sostenibile.

L'evento, a cui saranno presenti i Gruppi Ricerca Ecologica, è organizzato dall'onorevole Federica Daga, e vedrà l'intervento finanche del Ministro dell'Ambiente e della tutela del territorio e del mare Sergio Costa, nonchè del Capo legislativo del MATTM Amedeo Speranza, oltre al giornalista ambientale di Rai Radio 3 e La Stampa Marco Gisotti.

Il saggio di Berlenghi (spezino di origini ma da anni residente a Labico, in provincia di Roma) ha l’obiettivo di ricostruire la storia del diritto ambientale, partendo dalle primissime organizzazioni sociali fino ai giorni nostri. Il saggio, dallo stile divulgativo, è destinato a chiunque sia interessato ai temi ambientali, anche senza avere una formazione giuridica. 

Il testo è diviso in quattro parti che prevedono: un inquadramento complessivo di quella branca del diritto che si occupa della tutela dell’ambiente e degli ecosistemi; un excursus storico che individua, nell’ambito dell’evoluzione dei sistemi giuridici, gli ambiti di intervento che – a vario titolo – possano essere ricondotti, ancorché indirettamente, nell’alveo del diritto ambientale, si passa così dal Codice di Hammurabi alle XII tavole, dal Medioevo allo Statuto Albertino; il fulcro vero e proprio del saggio ovvero la storia del diritto ambientale a partire dalla nascita della Repubblica e dall’approvazione della Carta Costituzionale, tenendo conto dei rilevanti fattori – sociali, culturali, politici ed etici – che hanno determinato i molteplici cambiamenti registrati in materia di diritto ambientale; da ultimo si offre una analisi su come l’esigenza di tutela ambientale abbia condizionato l’evoluzione del diritto internazionale e di quello dell’Unione Europea. 

In particolar modo, in questa ultima parte, si sottolinea l’importanza di alcuni storici summit internazionali – come la Conferenza di Stoccolma del 1972 e la Conferenza di Rio de Janeiro del 1992 – che hanno impresso una significativa accelerazione alla costruzione di un quadro giuridico mondiale di tutela dell’ambiente e degli ecosistemi, nonché del costante sviluppo del quadro normativo eurounitario.

martedì 13 novembre 2018

I camion AMA continuano a scaricare percolato


Possibile che i mezzi dell'azienda di igiene urbana della prima città d'Italia inquinino in questo modo? Pare proprio di sì. Un problema noto, ma che purtropo stenta a trovare soluzione: gli autocompattatori di AMA (o comunque che per conto di AMA effettuano il servizio) sversano percolato sul ciglio stradale, lasciando nauseabonde chiazze in terra. E questa volta lo abbiamo rilevato il 12 novembre e filmato direttamente nel quartiere de La Rustica, nel Municipio V, e specificamente davanti all'IC Aretusa, una scuola frequentata ogni giorno da centinaia di persone tra bambini, genitori e personale.

Ma oltre alla totale inesistenza di una raccolta differenziata degna di questo nome, con continue false partenze e clamorosi dietro front, il problema adesso rischia di essere anche di natura ambientale, dal momento che il liquido sversato potrebbe essere pesantemente contaminato e rappresentare un potenziale rischio per la salute dei cittadini, degli animali e finanche dell'ecosistema. Nel frattempo che però le Istituzioni colmino un'evidente lacuna, i cittadini - oltre al rischio potenziale - devono tollerare anche una puzza nauseabonda. 

La perdita di percolato dai veicoli in movimento, su strada pubblica, non è solo un problema di Codice della Strada (di cui sarebbe applicabile l'irrisoria sanzione dell’art. 15) ma rappresenta un pericolo, oltre che per la viabilità stradale, anche per la salute umana: così si è espressa la Suprema Corte di Cassazione la quale, con sentenza n. 7237 del 14 febbraio 2014, ha stabilito che nei confronti di tali azioni è applicabile l’art. 674 del codice penale, il quale punisce la condotta di chiunque getta o versa, in un luogo di pubblico transito o in un luogo privato ma di comune o di altrui uso, cose atte a offendere o imbrattare o molestare persone, senza che sia necessario ad integrare l'illecito la circostanza che il rigetto o il versamento siano effettuati in violazione della normativa ambientale. 

Sempre la stessa Corte ha anche stabilito che sussiste anche l’illecito di abbandono di rifiuti ex art. 256 del TU Ambientale. Addirittura violazione penale non oblazionabile qualora tale riversamento riguardi sostanze pericolose.

giovedì 8 novembre 2018

Il punto sul dissetto idrogeologico nel Lazio

I cambiamenti climatici, l'eccessiva antropizzazione dei territori, il consumo di suolo dissennato, il venir meno al compito di controllo e prevenzione demandato in primis agli enti locali sono tra le cause dei continui disastri regolarmente mostrati dai telegiornali ed il dramma di migliaia di famiglia.

Ma qual'è l'entità del fenomeno? Come ogni anno, l'ISPRA ha pubblicato il proprio rapporto sul dissesto idrogeologico in Italia, da cui emerge un quadro agghiacciante.

Come dichiarato dal Presidente di ISPRA e del Sistema Nazionale per la Protezione dell’Ambiente (SNPA), Stefano Laporta, «informare i cittadini sui rischi che interessano il proprio territorio, non solo è un nostro dovere ma ha un importante risvolto sociale ed economico contribuendo alla riduzione dei danni e dei costi, e favorendo una maggiore consapevolezza e decisioni informate su dove acquistare la propria casa o ubicare nuove attività economiche. I dati forniti dal Rapporto sono un importante contributo alla conoscenza del territorio e dei fenomeni di dissesto idrogeologico, in termini di distribuzione e di pericolosità, rappresentando il punto di partenza per pianificare e programmare adeguate politiche di mitigazione del rischio nel Paese. Rappresentano un utile strumento per la programmazione degli interventi strutturali di difesa del suolo e per la pianificazione di protezione civile».

In Italia ben 7.275 comuni (91% del totale) sono a rischio per frane e/o alluvioni; il 16,6% del territorio nazionale è classificato a maggiore pericolosità; e gli abitanti a rischio frane sono ben 1,28 milioni, mentre quelli a rischio alluvioni addirittura oltre 6 milioni.

E nel Lazio? I Gruppi Ricerca Ecologica hanno esaminato in dettaglio i dati ISPRA per fornire un quadro della situazione nella nostra regione, che se apparentemente sembrerebbe essere intertessata al fenomeno in misura minore, in realtà richiedere una soglia di attenzione da parte delle istutizioni e l'adozione di misure preventive non meno urgentemente di altri territori.

Aree a pericolosità da frana elevata P3 e molto elevata P4
A fronte di una media nazionale di poco più del 3%, ben il 4,32% del territorio laziale è esposto a
pericolosità da frana molto elevata. Includendo anche le aree esposte a pericolosità da frana elevata, la percentuale sale al 5,5%, pari a ben 953 kmq. Ma le aree complessivamente a rischio frane sono addirittura il 14,9% del Lazio, pari ad una supergicie di 2.574,7 kmq. Un dato sicuramente influenzato dall'orografia laziale, principalmente di tipo collinare.

Relativamente alle Norme di attuazione dei Piani stralcio di bacino per l’Assetto Idrogeologico (PAI), nelle aree classificate a pericolosità da frana molto elevata sono consentiti esclusivamente: 
  • gli interventi di demolizione senza ricostruzione; 
  • gli interventi strettamente necessari a ridurre la vulnerabilità degli edifici esistenti e a migliorare la tutela della pubblica incolumità, senza aumenti di superficie o di volume e senza cambiamenti di destinazione d’uso; 
  • le opere di bonifica e sistemazione dei movimenti franosi; 
  • gli interventi di manutenzione ordinaria e straordinaria; la realizzazione di nuove infrastrutture lineari e a rete previste da normative di legge, dichiarate essenziali, non delocalizzabili e prive di alternative progettuali tecnicamente ed economicamente sostenibili; 
  • le pratiche per la corretta attività.
Nelle aree classificate a pericolosità da frana elevata sono generalmente consentiti, oltre agli interventi ammessi nelle aree a pericolosità molto elevata, anche gli interventi di ampliamento di edifici esistenti per l'adeguamento igienico-sanitario e la realizzazione di nuovi impianti di trattamento delle acque reflue e l’ampliamento di quelli esistenti, previo studio di compatibilità dell’opera con lo stato di dissesto esistente.

Esaminando i dati per provincia, i rischi maggiori risiedono a Frosinone e, in misura minore, a Latina. Ben il 15,20% della Ciociaria è infatti esposto a rischio frana molto elevato o elevato, mentre a Latina il dato è pari al 5,20%: complessivamente si tratta di 492,50 kmq a Frosinone e 118 a Latina. Tuttavia il dato assoluto di Latina è inferiore alle più estese provincie di Roma e Viterbo, rispettivamente con 147,20 e 126,70 kmq, tuttavia corrispondenti al 2,70% ed al 3,50% del territorio provinciale di riferimento.

Aree a pericolosità idraulica elevata P3

Nella storia delle alluvioni in Italia ci sono eventi che più di altri sono rimasti nella memoria comune,
per aspetti diversi: il Polesine (1951); Firenze (1966); il Tanaro (1994); il Po (2000); Soverato (2000); Olbia (2013). E poi innumerevoli volte in Liguria e nelle Cinque Terre. 

La Direttiva 2007/60/CE o Direttiva Alluvioni (Floods Directive – FD), sottolinea come sebbene le alluvioni siano fenomeni naturali impossibili da prevenire, alcune attività antropiche, quali la crescita degli insediamenti umani, l’incremento delle attività economiche, la riduzione della naturale capacità di laminazione del suolo per la progressiva impermeabilizzazione delle superfici e la sottrazione di aree di naturale espansione delle piene, contribuiscano ad aumentare la probabilità di accadimento delle alluvioni e ad aggravarne le conseguenze. D’altra parte le caratteristiche morfologiche del territorio nazionale, in cui spazi e distanze concessi al reticolo idrografico dai rilievi montuosi e dal mare, sono per lo più assai modesti, lo rendono particolarmente esposto ad eventi alluvionali, noti come piene repentine o flash floods, innescati spesso da fenomeni meteorologici brevi e intensi. 

Le aree a pericolosità idraulica elevata in Italia sono pari a 12.405 km2 (4,1% del territorio nazionale), le aree a pericolosità media ammontano a 25.398 km2 (8,4%), quelle a pericolosità bassa (scenario massimo atteso) a 32.961 km2 (10,9%).

Aree a pericolosità idraulica media P2
Nel Lazio, le aree a pericolosità idraulica elevata sono pari a 429,6 kmq (il 2,5%), cui si aggiungono altri 572,3 kmq a pericolosità media  (il 3,3%) e 646,7 kmq a pericolosità bassa (il 3,8%): complessivamente, quindi, il 9,56% del Lazio è esposto al rischio di pericolosità idraulica.

A livello provinciale, il territorio più esposto è quello di Roma, con una superficie di 726,3 kmq (pari al 13,54%, di cui ben il 3,30% a rischio P3), seguito da reatino con 286,60 kmq (pari al 10,42%): tale dato è condizionato dai grandi corsi d'acqua che attraversano queste provincie (Tevere, Aniene, Velino). La provincia di Viterbo ha una superficie esposta pari all'8,63%, seguita da Latina (7,21%) e Frosinone (4,66%) .

Complessivamente, oltre il 90% dei Comuni del Lazio sono interessati da aree a pericolosità da frana elevata P3 e molto elevata P4 e/o pericolosità
idraulica media P2: un dato analogo a quello dei Comuni della Provincia di Trento, dell'Abruzzo, del Piemonte, della Campania e della Sicilia, e poco distante da 100% detenuto invece da nove Regioni  (Valle D'Aosta, Liguria, Emilia-Romagna, Toscana, Umbria, Marche, Molise, Basilicata e Calabria). Esattamente, i Comuni laziali interessati sono 373 su 378, pari a ben il 98,7%. 

Inoltre 158 di questi, pari al 41,8%, posseggono aree interessate contemporaneamente sia da pericolosità da frana elevata P3 e molto elevata P4, che da pericolosità idraulica media P2: in termini di superficie, la concomitanza tra i due rischi interessa l'8,8% del territorio regionale (1.523,6 kmq). Rispetto al numero di comuni, invece, il dato è del 100% per le provincie di Frosinone, Viterbo, Rieti e Latina, mentre il 95,9% quella dell'Area Metropolitana di Roma.

L’ISPRA, sulla base delle nuove Mosaicature di pericolosità, ha proceduto nel 2018 all'aggiornamento degli indicatori nazionali di rischio, per frane e alluvioni, relativi a popolazione, imprese e beni culturali e ha elaborato due nuovi indicatori su famiglie ed edifici. L’obiettivo è produrre dati ufficiali sul rischio idrogeologico in Italia e fornire un importante strumento a supporto delle politiche nazionali di mitigazione del rischio attraverso l’individuazione delle priorità di intervento, la ripartizione dei fondi e la programmazione degli interventi di difesa del suolo.
 
Gli indicatori relativi a popolazione, imprese e beni culturali sono strategici in quanto relativi ad obiettivi prioritari di intervento per la salvaguardia della vita umana, delle attività produttive e dei servizi, e del patrimonio culturale. Tali indicatori sono coerenti con quelli previsti dalla Direttiva Alluvioni e dal D.Lgs. 49/2010; ciò nonostante potrebbero non coincidere con quelli sviluppati nei PGRA, in termini di metodologia e dati di input utilizzati relativamente agli elementi esposti. 

La popolazione a rischio frane in Italia è pari a: 507.894 abitanti residenti in aree a pericolosità molto elevata P4 PAI; 774.076 abitanti residenti in aree a pericolosità elevata P3; 1.685.167 abitanti in aree a pericolosità media P2; 2.246.439 abitanti in aree a pericolosità moderata P1 e 475.887 abitanti in aree di attenzione. Se consideriamo le 2 classi a maggiore pericolosità (P3+P4) la popolazione a rischio ammonta a 1.281.970 abitanti, pari al 2,2% del totale (secondo il Censimento ISTAT 2011).

Frana nel versante settentrionale di Civita di Bagnoregio, in provincia di Viterbo (Foto di Claudio Margottini)
La popolazione a rischio frane nel Lazio è invece pari a: 73.598 persone in aree P4; 15.792 in aree P3; 9.787 in aree P2 e 31.337 in aree P1. Inoltre 89.390 persone risiedono in aree di attenzione. Complessivamente, il 20,3% dei laziali risiede in aree a pericolosità frana e addirittura l'1,6% risiede in aree a maggiore pericolosità (P3+P4). A livello provinciale, il dato interessa ben il 7,4% dei residenti in provincia di Frosinone e il 4,9% dei residenti in provincia di Viterbo. Rispetto al numero di famiglie, sono ben 107.447 quelle laziali a rischio (pari al 4,6%), mentre rispetto al numero di edifici quelli interessati sono ben 50.058 (pari all'11,5%) e rispetto al numero di imprese sono 13.462 (pari allo 0,9%). Ma c'è un altro dato evidenziato da ISPRA: nel Lazio si concentra buona parte del patrimonio mondiale di beni culturali, e 698 di questi (pari al 5,4%, di cui ben 368 nella sola Viterbo) sono a rischio perchè situati in aree a pericolosità da frana elevata e molto elevata.

La popolazione residente esposta a rischio alluvioni in Italia invece è pari a: 2.062.475 abitanti (3,5% del totale) nello scenario di pericolosità idraulica elevata P3 (tempo di ritorno fra 20 e 50 anni); 6.183.364 abitanti (10,4%) nello scenario di pericolosità media P2 (tempo di ritorno fra 100 e 200 anni) e 9.341.533 abitanti (15,7%) nello scenario P1 (scarsa probabilità di alluvioni o scenari di eventi estremi). La popolazione a rischio nello scenario P1 è quella massima attesa; tale dato include sia la popolazione a rischio nello scenario P2 che nello scenario P3.

Se le regioni con i valori più elevati di popolazione a rischio alluvioni nello scenario di pericolosità idraulica media P2 sono Emilia-Romagna, Toscana, Veneto, Lombardia e Liguria, nel Lazio la situazione non è da star tranquilli: 124.985 abitanti (2,3%) risiedono in aree P3; 191.151 in aree P2 (3,5%); addirittura 243.689 abitanti in aree P1 (4,4%). Si tratta di quasi il 10% sia delle famiglie che degli edifici, e il 10,88% di industrie e servizi (il 5,3% in area P2). Il massimo dell'esposizione si ha per residenti nelle provincia di Rieti (il 16,25%) e Roma (addirittura 474.078 abitanti, pari all'11,86%). Ma il rischio riguarda anche 1.120 beni culturali (di cui 816 nella sola Roma), pari all'8,61% del totale.

lunedì 5 novembre 2018

13 novembre, seconde Olimpiadi della Differenziata


Lido Tiberis, un piccolo disastro ambientale

 

Una bocciatura senza mezze misure: tale emerge il giudizio del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali sul "Lido Tiberis" (aperto da Roma Capitale all'altezza di Ponte Marconi) dalla nota ricevuta a seguito di “accesso generalizzato” ad atti amministrativi effettuato dall'Associazione Amici del Tevere e dal Consorzio Tiberina (cui i Gre Lazio aderiscono) e diffusa ai sensi del Freedom of Information Act.

L’area di TIBERIS non rientra negli ambiti di competenza della Sovrintendenza Capitolina, ma – con trasparenza e “senso dell’Amministrazione” – essa ha dato seguito all’istanza posta relativamente ai rapporti autorizzativi intercorsi anche con le omologhe strutture statali; l’area è difatti compresa nel vincolo paesistico di competenza del MIBAC “Area di rispetto – Fiume Tevere” (R.D. 17/2/1910, G.U. 146 22/6/1910).

Gli esiti della corrispondenza sono ovviamente molto pesanti. Al di là degli aspetti tecnico-prescrittivi, sembrerebbe che l’Amministrazione Capitolina non abbia neanche richiesto le prescritte autorizzazioni alla competente Soprintendenza Statale, che ora richiede il ripristino ambientale e morfologico (anche dell’argine antropizzato), esprimendo valutazioni negative anche sull’assetto estivo. 

Il progetto avrebbe dovuto rappresentere il rilancio e la valorizzazione del fiume Tevere: si tratta di circa 10mila metri quadrati di area attrezzata ad ingresso libero con sdraio, docce, distributori automatici di bevande e snack, spogliatoi, ombrelloni e campi sportivi. Ma il tutto sarebbe stato realizzato non curandosi dell'impatto ambientale sul già fragile ecosistema fluviale.

Ma lasciamo ad altri ogni giudizio complessivo in merito.