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giovedì 1 ottobre 2020

Dopo la peste suina, in Europa torna l'aviaria?

L'EFSA, il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (ECDC) e il Laboratorio di riferimento dell'Unione europea per l'influenza aviaria hanno sollecitato i Paesi dell'UE sono sollecitati a intensificare la sorveglianza e le misure di biosicurezza per prevenire possibili nuove epidemie di influenza aviaria quest’anno. Tra il 16 maggio e il 15 agosto 2020, infatti ben sette focolai di virus dell'influenza aviaria ad alta patogenicità (HPAI) A (H5N8) sono stati segnalati in Europa nel pollame, con un focolaio segnalato in Bulgaria (n = 1) e sei in Ungheria (n = 6), mentre un focolaio di virus dell'influenza aviaria a bassa patogenicità (LPAI) A (H5N3) è stato segnalato nel pollame in Italia. 

Tutti e sei i focolai rilevati in Ungheria sono stati focolai secondari e sembrano essere la coda dell'epidemia di HPAI A (H5N8) osservata nel pollame durante l'inverno e la primavera nell'Europa centrale a partire da dicembre 2019 (n = 334). L'analisi genetica dei virus HPAI A (H5N8) isolati durante questo periodo di riferimento dalla Bulgaria e dall'Ungheria non ha identificato alcun cambiamento importante rispetto ai virus raccolti nei rispettivi paesi durante i primi mesi del 2020. Ciò suggerisce una persistenza del virus nei due paesi piuttosto che nuove introduzioni tramite uccelli selvatici infetti. 

Il virus HPAI A (H5N8) è stato invece rilevato nel pollame e in uccelli selvatici nella Russia occidentale durante il periodo di riferimento e dalla metà di settembre anche in Kazakistan. La presenza del virus HPAI nella Russia occidentale e nel Kazakistan settentrionale, spazialmente associata alle rotte migratorie autunnali degli uccelli acquatici selvatici, è motivo di preoccupazione a causa della possibile diffusione del virus attraverso gli uccelli selvatici che migrano verso l'UE. 

L'EFSA ha pertanto raccomandato vivamente agli Stati membri di adottare misure appropriate per individuare prontamente i casi sospetti di HPAI, compreso l'aumento delle misure di biosicurezza. Secondo le esperienze passate (ondate epidemiche del 2005-2006 e 2016-2017,  relativamente alle quali diversi studi hanno evidenziato che il freddo portò alla rapida propagazione verso ovest del virus HPAI tramite uccelli migratori infetti), le aree dell'Europa settentrionale e orientale potrebbero infatti essere maggiormente a rischio di introduzione del virus nella prossima stagione autunno-inverno e dovrebbero essere le regioni chiave in cui le misure di risposta tempestive per individuare precocemente focolai del virus. 

Il rischio di trasmissione dei virus dell'influenza aviaria alla popolazione europea resta molto basso. Tuttavia, per ridurre al minimo il rischio di trasmissione all'uomo, si consiglia di non toccare gli uccelli morti senza indossare adeguati dispositivi di protezione individuale: durante il periodo di riferimento è stato infatti segnalato un caso umano dovuto a infezione da virus dell'influenza aviaria A (H9N2).

Scarica l'intero report cliccando qui

venerdì 11 settembre 2020

La peste è arrivata

E' da mesi che tutte le autorità europee monitorano la situazione, ed anche noi Gruppi Ricerca Ecologica abbiamo esaminato il fenomeno e denunciato il pericolo che la peste potrebbe comportare a livello globale. Per fortuna non parliamo (ancora) della peste bubbonica, focolai della quale sono stati registrati poche settimane fa in Mongolia [1] e in Cina [2]  e per i quali i sospetti questa volta sono stati fatti ricadere sulle marmotte (ci risiamo, dopo i pipistrelli o i pangolini). Parliamo della peste suina africana (PSA o ASF, dall'inglese african swine fever), una malattia incurabile che colpisce le specie animali appartenenti alla famiglia dei suidi (suini domestico e specie selvatiche, come i cinghiali): il tasso di letalità è del 100% e pertanto può causare gravi ripercussioni socio-economiche nei Paesi interessati. 

In Italia la sua presenza è endemica in Sardegna sin dal 1978, con andamenti epidemiologici oscillanti ma tendenzialmente in netto calo [3], e da anni è attivo un Piano di Sorveglianza Nazionale e di Eradicazione. Negli ultimi anni si è diffusa dall'Asia anche in Europa, causando, tra il 2016 e il giugno 2020, la perdita di 1,3 milioni di suini [4] [5] e pochi giorni fa ne è stata segnalato l'arrivo in Germania, (precisamente in un cinghiale nel Brandeburgo  [6], avvalorando la fantasiosa tesi che il maggiore rischio di diffusione è legato proprio al movimento della fauna selvatica, tesi scientificamente dimostrata come infondata [7], mentre l'attuale epidemiologia riconosce proprio nell'uomo il principale responsabile sia della trasmissione a lunga distanza che dell'introduzione del virus negli allevamenti di suini domestici [8] ) scatenando il panico tra gli allevatori [9].

 

Attualmente, contro la PSA non esiste alcuna cura efficace o vaccino [10] e quindi la prevenzione si basa interamente sulla biosicurezza ovvero la prevenzione del contatto tra il virus e l'ospite suscettibile [11]. Il virus (unico rappresentante della famiglia Asfarviridae) è in grado di diffondersi attraverso il contatto diretto tra animali infetti (ma anche i portatori clinicamente sani possono essere una fonte di nuove infezioni acute [12], la trasmissione indiretta può avvenire a seguito di ingestione di carne e prodotti derivati provenienti da animali infetti, rifiuti alimentari, scarti di cucina, frattaglie di cinghiali infetti o tramite il contatto con oggetti contaminati dal virus come attrezzature, veicoli e abbigliamento [13]. Tuttavia si sta indagando anche su potenziali vettori del virus quali ad esempio mosche [14] o zecche [15], e sulla sua persistenza nell'ambiente [16], elementi fondamentali per prevenire l'ulteriore diffusione della malattia e per comprendere la nuova epidemiologia.

I principali sintomi della peste suina africana sono i seguenti [17]:

  • febbre (40,5 - 42 ° C);
  • leucopenia e trombocitopenia a esordio precoce (48-72 ore);
  • arrossamento della pelle (nei suini bianchi) intorno a orecchie, coda, arti distali, addome e torace;
  • anoressia, cianosi e incoordinazione (si manifesta entro 24-48 ore prima della morte);
  • aumento della frequenza cardiaca e della frequenza respiratoria;
  • vomito e diarrea (a volte contenente sangue);
  • la morte di solito si verifica entro 6-13 giorni dall'infezione, tuttavia, può verificarsi anche dopo 20 giorni;
  • può provocare aborti alle scrofe;
  • il tasso di mortalità dei suini domestici è del 100%.

Ad ogni modo il riconoscimento e la diagnosi della peste suina africana possono essere difficili. Clinicamente, infatti, la malattia sembra identica alla peste suina classica e sembra molto simile a erisipela, salmonellosi, pasturellosi setticemica e altre malattie setticemiche.

Non essendo stato mai segnalato alcun contagio umano, l'opinione scientifica diffusa è che la PSA non sia una patologia zoonosica [5], ovvero una malattia infettiva che possa essere trasmessa dagli animali (escluso l'uomo) all'uomo (o viceversa), direttamente (contatto con la pelle, peli, uova, sangue o secrezioni) o indirettamente (tramite altri organismi vettori o ingestione di alimenti infetti). Pertanto il consumo di carne di animali infetti è vietato non a causa della minaccia di infezione per l'uomo, ma a causa della minaccia che il pericoloso virus possa diffondersi oltre l'area dell'infezione attraverso carne, sangue o organi interni [18]. Tuttavia, significative lacune conoscitive evidenziano l'urgente necessità di ricerca per indagare le dinamiche della trasmissione indiretta attraverso l'ambiente, le dosi infettive minime per l'ingestione di mangimi contaminati, la probabilità di contatti efficaci tra cinghiali infetti e suini domestici, il potenziale per gli animali guariti di diventare portatori e serbatoio per la trasmissione, la potenziale persistenza del virus all'interno delle popolazioni di cinghiali e l'influenza del comportamento umano per la diffusione della peste suina africana [19]

E' bene precisare che sono state scoperte nuove sequenze virali nel siero umano e nelle acque reflue che sono chiaramente correlate alla famiglia degli asfarvirus sebbene altamente divergenti dal virus della peste suina africana: il rilevamento di queste sequenze suggerisce comunque che potrebbe esistere una maggiore diversità genetica tra gli asfarvirus di quanto si pensasse in precedenza e aumenta la possibilità che si verifichi un'infezione umana da parte degli asfarvirus [20].

Al momento, comunque, il virus della PSA è "solo" un agente virale con un impatto significativo a causa dei suoi effetti devastanti sulle popolazioni di suini domestici durante le epidemie, ma che potrebbe andare ben oltre le perdite economiche e la destabilizzazione dell'industria della carne suina, compresi gli effetti a valle sulla salute umana: una minaccia notevole, infatti, è la potenziale carenza di eparina, un farmaco anticoagulante utilizzato per prevenire la formazione di coaguli di sangue, e pertanto rappresentante il principale intervento farmaceutico per la prevenzione degli attacchi di cuore durante gli interventi chirurgici e per l'uso nei pazienti in dialisi. Ma recentemente è stata avviata la sperimentazione dell'eparina  [21] nella versione non frazionata (altresì detta a basso peso molecolare) anche nel trattamento del Covid-19 (toh!) proprio per gli effetti che l'anticoagulante avrebbe avere sui trombi e per impedire il legame con le proteine spike ossia quelle proteine che il virus usa per legarsi ai recettori ACE2 delle cellule che prende di mira e quindi per infettare il corpo [22]: l'Agenzia italiana del farmaco (AIFA) ha finanche pubblicato anche una scheda tecnica sull'utilizzo dell'eparina a basso peso molecolare nel trattamento dei pazienti con Covid-19 [23].

Il principio attivo contenuto nell'eparina viene estratto dall'intestino di maiale: in qualità di più grande produttore mondiale di carne suina, la Cina fornisce quasi l'80% dell'offerta globale degli ingredienti farmaceutici attivi necessari per produrre eparina. Ma l'epidemia di PSA ha portato a perdite significative di popolazioni di suini in Cina (si stima tra 150 e 200 milioni di suini) a causa della PSA in Cina [24] e pertanto si sono creati tutti i presupposti per una carenza globale di eparina che sta già allarmando diverse organizzazioni (come il produttore Fresenius Kabi in Germania e la Food and Drug Administration - FDA statunitense [25]). Esistono potenziali alternative ai suini, ma i prodotti a base di bovini sono stati interrotti già da tempo negli Stati Uniti per timori sulla malattia da prioni (degli "agenti infettivi non convenzionali" di natura proteica) e i prodotti a base di pecora e capra non sono mai stati testati sugli esseri umani. Se i focolai di PSA portassero a una carenza prolungata di eparina, gli ospedali e i sistemi sanitari potrebbero essere costretti a modificare le loro pratiche di routine.

Ad ogni modo anche la PSA ci insegna che insieme alla crescente globalizzazione, l'introduzione di malattie umane e animali rappresenterà una minaccia continua per la salute pubblica e del bestiame, il commercio di animali e dei loro prodotti e la sicurezza alimentare [26].

GRE LAZIO 

lunedì 24 agosto 2020

Droni vietati in area protetta ma i controlli sono pochi

Riprendere la natura attraverso le immagini ne svela la magia. Tuttavia l'utilizzo dei droni per riprendere gli animali ne provoca sicuramente la fuga durante le loro attività di sosta, alimentazione, riproduzione: pur non essendo inquinante, infatti, è comunque fonte di rumore e un potenziale disturbo che suscita sempre e comunque un “fastidio” a prescindere. E quantomeno è un fattore di forte stress, che può finanche allontanare gli animali da aree sicure, rischiando di morire in zone dove l’attività venatoria, spesso illecita, è la prassi. 

E' principalmente per questo che il sorvolo del territorio delle aree protette da parte di velivoli, di qualsiasi genere, è proibito ai sensi della Legge quadro nazionale sulle aree protette 394/91 e delle altre normative da essa derivanti (leggi regionali e/o provinciali e regolamenti degli enti che gestiscono le aree protette, ai sensi dell'art.11, comma 3h della medesima Legge quadro). Le uniche eccezioni possono essere situazioni di studio, emergenza e controllo: ma il sorvolo per tali ragioni deve essere preventivamente autorizzato dall'Ente Gestore dell'area protetta.

La maggioranza delle Aree Naturali Protette sono interdette al volo di aeromobili al di sotto dei 1500 piedi (circa 500 metri) dal livello del suolo (eccetto ai mezzi di soccorso e di emergenza, e quelli autorizzati dall’Ente Parco per attività specifiche, coerenti con il fine istituzionale dell’Ente stesso): sulle riserve naturali, sui SIC (Siti d’Importanza Comunitaria), sulle ZPS (Zone a Protezione Speciale) è pertanto categoricamente vietato il sorvolo a bassa quota (ma su questo argomento e relativamente al territorio del Lazio i GRE stanno preparando uno specifico studio che a breve verrà pubblicato).

Oltre agli aeromodelli a scopo ludico, anche l’utilizzo dei velivoli radiocomandati, cioè con pilotaggio remoto come i droni, è soggetto, per ragioni di sicurezza e privacy sociale, ma soprattutto protezione animale, ad espressa autorizzazione che può essere concessa esclusivamente per motivi scientifici o di monitoraggio ambientale.

Anche un pilota di APR  (aeromobile a pilotaggio remoto usato con rilevanza economica) certificato ENAC, quindi, per far alzare il drone in un’area soggetta a protezione faunistica deve relazionarsi con il Parco e, se autorizzato all’Ente, evitare in assoluto il sorvolo di assembramenti di persone (oltre ovviamente rispettare quanto altro sancito da ENAC), ad esempio nel corso di una escursione guidata.

L’utilizzo senza autorizzazioni di detti velivoli comporta la denuncia del responsabile nonché il sequestro penale del velivolo, oltre al pagamento di una pesante sanzione amministrativa. Allo stesso modo anche la diffusione di riprese aeree sulle piattaforme social e video, riconducibili in modo evidente al territorio dell'Area Protetta sorvolata, potranno essere oggetto di controllo e verifica di legittimità e di responsabilità.

Più difficile però garantire il rispetto della suddetta normativa: il personale di sorveglianza degli Enti Gestore (ove presente e in numero adeguato) ed i Carabinieri (soprattutto del CITES) non possono infatti materialmente garantire un controllo capillare del territorio per reprimere attività illegali che durano appena qualche minuto. Come fare, allora? Indubbiamente, trattandosi di contenuti illeciti, una leva su cui agire maggiormente dovrebbe essere la responsabilità di social network e provider: la stragrande maggioranza dei video realizzati utilizzando riprese aeree di droni è infatti destinata alla diffusione e divulgazione tramite social, pertanto la tutela ambientale operata dalla Regione Lazio e dagli Enti Gestore dovrebbe perseguire tali illeciti anche tramite il social media monitoring.

giovedì 11 giugno 2020

Tevere, ancora ignota la causa della moria di pesci

Lo scorso 1 giugno, a seguito delle segnalazioni della Polizia di Stato e dalla Polizia di Roma Capitale per la presenza di molte carcasse di pesci, il personale dell’ARPA Lazio è intervenuto assieme al personale della ASL RM1 ed ha effettuato un campionamento di acque superficiali nei pressi di ponte Vittorio Emanuele sul fiume Tevere.

Nel corso del sopralluogo è stata riscontrata la presenza nel punto di campionamento di circa una settantina di carcasse tutte di taglia medio grande, dai 40 ai 130 cm circa e comprendenti le famiglie dei Ciprinidi, Mugilidi e Siluridi.

Le specie presenti riconosciute sono state in ordine di abbondanza:
  • Barbus barbus – Barbo europeo
  • Liza sp. – Presumibilmente Cefalo calamita
  • Squalius squalus – Cavedano
  • Silurus glanis - Siluro
  • Bramis brama – Abramide comune
  • Cyprinus carpio – Carpa
  • Carassius sp. – Carassio
Al momento del sopralluogo e del campionamento nell'alveo del Tevere erano presenti numerosi esemplari vivi di piccole dimensioni e le misure dei principali parametri chimico-fisici rilevabili in campo con sonda multiparametrica hanno mostrato una situazione normale.


Si è avuta notizia di un evento meteorico intenso che avrebbe interessato la zona di Roma Nord e, pertanto, come prima ipotesi del fenomeno si è ipotizzato che le acque piovane avessero potuto dilavare il materiale particolato, ricco di sostanza organica degradabile, accumulato nel letto di fossi e sulle superfici e convogliato in tempi piuttosto rapidi la massa degradabile nel fiume, che, subendo una rapida degradazione, avrebbe potuto consumare l’ossigeno disciolto nelle acque. In queste condizioni le morie di pesci possono avvenire sia per “anossia” che per l’ostruzione meccanica delle branchie dovuta alla presenza di sostanze colloidali provenienti dal repentino dilavamento dei terreni circostanti: un evento acuto e di breve durata i cui effetti potevano essere rapidamente rientrati.

Nella tabella seguente sono riportati i risultati delle analisi chimiche di base eseguite sul campione prelevato il 1° giugno e su quello prelevato successivamente l’8 giugno:


L’area di campionamento ricade all'interno della rete di monitoraggio delle acque superficiali che ARPA Lazio esegue ai sensi del D. Lgs. 152/06, che prevede nel tratto urbano del fiume Tevere due punti di campionamento e nello specifico l’F4.06 Ripetta (circa 1 Km a monte del punto campionato) e l’F4.62 Marina di Roma (circa 25 Km a valle del punto campionato). Pertanto, per una valutazione più significativa dei dati rilevati nei campionamenti effettuati è stato ritenuto utile effettuare un confronto con la serie di risultati ottenuti nel 2019 presso le stazioni anzidette: da tale confronto è emerso un modesto innalzamento dei principali indicatori microbiologici di contaminazione fecale e un lieve aumento di Fosforo Totale e Ortofosfato mentre per gli altri parametri di base non si evidenziano alterazioni significative.

Inoltre, sui campioni prelevati a seguito dell’evento, sono stati eseguiti, oltre alle analisi di base, esami approfonditi sulla possibile presenza residua di altre sostanze.

Per quanto riguarda la presenza di sostanze potenzialmente tossiche per la fauna ittica, le analisi hanno evidenziato la presenza di Cipermetrina, in concentrazioni maggiori (0.014 μg/l) rispetto a dati medi dei monitoraggi periodici che l’Agenzia svolge sul fiume Tevere, nonché la presenza di un altro fitofarmaco: il Clothianidin.

La CIPERMETRINA è un insetticida universale usata da alcuni Comuni per la profilassi antizanzara nelle caditoie stradali, ma anche nelle irrorazioni mediante atomizzazione, nonché contro numerosi insetti infestanti le coltivazioni. Ma la Cipermetrina è tossica per i pesci: in test di laboratorio LC50 96-h (concentrazione letale per il 50% degli organismi esposti dopo 96 h di esposizione) è generalmente nell'intervallo di 0,7-350 μg/l. La tossicità acuta su Trota iridea (LC50) è in media 0, 82 mg/l (dati ISPRA – Quaderni 10/2015).


L’altro fitofarmaco riscontrato a seguito del campionamento del 1° giugno è il CLOTHIANIDIN (0.67 μg/l). Appartiene al un gruppo dei neo-nicotinoidi, il cui utilizzo comprende la concia delle sementi di mais, del cotone, della colza, della bietola e del girasole, trattamenti fogliari di molti fruttiferi e di piante ornamentali e trattamenti granulari al terreno. Il prodotto è altamente tossico per le api. Pertanto ne è stato definitivamente vietato l’uso dalla fine del 2018.

Il Clothianidin non è facilmente biodegradabile. Può permanere legato ai sedimenti e quindi può essere considerato persistente nei sistemi acquatici, ove comunque mostrerebbe scarso potenziale di accumulo negli organismi; ha una tossicità verso i pesci più bassa della Cipermetrina (LC50 96h > 100 mg/L).

La concentrazione rilevata nel campionamento del 1° giugno, risultata pari a 0.67 μg/l, può essere confrontata con la seguente tabella (fonte Regulation (EU) No 528/2012 concerning the making available on the market and use of biocidal products):



La presenza di tali sostanze non consente di escludere cause tossiche dovute a fenomeni temporanei e localizzati di contaminazione. Per questo motivo Arpa Lazio ha avviato un approfondimento in collaborazione con l’Istituto Zooprofilattico Sperimentale del Lazio e della Toscana, al fine di incrociare i dati analitici riscontrati nelle acque con quelli che sono in corso di determinazione sugli esemplari delle carcasse dei pesci campionate nel fiume.

L’Agenzia ha inoltre effettuato ulteriori campionamenti delle acque fluviali al fine di seguire l’evoluzione del fenomeno. I dati fin qui analizzati tuttavia non forniscono ancora indicazioni chiare sulle possibili cause della moria di pesci rilevata e valutazioni più complete si potranno effettuare solo alla conclusione delle analisi ancora in corso, che prevedono i seguenti parametri: 
  • BOD5
  • Metalli
  • IPA
  • Solventi
  • Pesticidi
Vi terremo aggiornati!

venerdì 29 maggio 2020

Biomasse a via Prenestina: tutti contro!


Lunedì 25 maggio si è svolta in forma simultanea e in modalità sincrona, la Conferenza di Servizi convocata dalla Regione Lazio per discutere del Procedimento di Valutazione di Impatto Ambientale ai sensi dell’art. 27 bis, parte II del D.lgs.152/06 e s.m.i. e D.M.52/2015 relativo al progetto di “impianto per riciclo di biomasse” che la Società proponente – la Soc. Azienda Agricola Salone a.r.l. - intenderebbe realizzare a Roma in Via Prenestina 1280 (Km 13,00).
Più precisamente quello che si vuole realizzare è un impianto di riciclo di 75.000 tonnellate all'anno di biomasse per la produzione di energia elettrica da immettere nella rete nazionale e ammendante compostato di qualità da commercializzare e/o impiegare per la fertilizzazione dei terreni agricoli e del verde annesso al sito.
Alla riunione, coordinata dall'ing. Flaminia Tosini e dell'Arch. Paola Giorgioli dell'Area Valutazione di Impatto Ambientale della Regione Lazio ed a cui i GRE LAZIO sono intervenuti come auditori insieme al Comitato di Quartiere Nuova Ponte di Nona ed al Comitato Raccolta Fondi (CRF) per la Tutela della Salute e dell’Ambiente del VI Municipio di Roma, era ovviamente presente la Società proponente, incredibilmente assistita anche dall'ex assessora capitolina all'Ambiente Paola Muraro che il 12 dicembre 2016 consegnò alla sindaca Virginia Raggi le proprie dimissione in quanto aveva ricevuto un avviso di garanzia e risultava indagata dal procuratore aggiunto Michele Prestipino e dal pm Alberto Galanti per presunti reati ambientali legati al periodo in cui era consulente in Ama, l’azienda municipalizzata per l’ambiente.
Sul proponente, che usufruendo di una proroga ha fornito le integrazioni ed i chiarimenti richiesti, è però piombato subito un macigno: l’Autorità di bacino distrettuale dell’Appennino Centrale che con una nota inviata pochi minuti prima della Conferenza di Servizi ha rilevato che “l’attività di progetto sembrerebbe rientrare nelle attività vietate che comportano pericolo per la risorsa idrica, come indicato al co.4 dell’art.94 del D.lgs.152/2006” ed ha pertanto richiesto ulteriore specifica documentazione tecnica integrativa.
Un parere negativo, quest'ultimo, che pone anche pesanti interrogativi sui pareri di altri 3 Enti: in primis sul parere inviato il 17 marzo da parte dell’Area Vigilanza e Bacini Idrografici della Direzione Regionale Lavori Pubblici, Stazione Unica Appalti, Risorse Idriche e Difesa Del Suolo (con cui comunicava che “in considerazione che l’area medesima risulta esterna alle aree soggette ai vincoli idraulici imposti dal vigente P.A.I. – Piano di Assetto idrogeologico ed a distanza dal fiume Aniene superiore ai limiti prescritti dal R.D. n.523 del 25.07.1904, questa Direzione Regionale non è tenuta e/o competente al rilascio di pareri in merito.” e pertanto non sarebbe stata coinvolta nel prosieguo dei lavori della conferenza di servizi); poi su quello inviato il 20 marzo dall’Area Tutela del Territorio – Servizio Geologico e Sismico Regionale della Direzione Regionale Lavori Pubblici, Stazione Unica Appalti, Risorse Idriche e Difesa del Suolo (con cui comunicava la non attinenza del progetto in esame alle tipologie in carico all’Area); ed infine sul parere inviato il 9 aprile dalla Direzione Operazioni Investimenti e Ingegneria della Manutenzione dell’ACEA ATO2 S.p.A. con cui “rilascia parere favorevole vincolato al recepimento delle suddette prescrizioni in fase di redazione del progetto esecutivo, che dovrà essere preventivamente inviato a questa Società per il rilascio del parere definitivo”.
Ancora assente, invece, l'ARPA Lazio sebbene il 23 marzo avesse rappresentato che “al fine di esprimere il parere di competenza (PAUR-AIA), è richiesto che sia prodotta documentazione tecnica che riscontri, in modo univoco ed esaustivo, le criticità evidenziate e che la medesima risulti complessivamente revisionata allo scopo di renderla coerente con le specificazioni fornite nella valutazione”.
L'architetto Maria Luisa Mutschlechner del MIBACT ha sottolineato che le precedenti autorizzazioni erano riferite ad un progetto diverso da questo attualmente proposto in quanto non prevedevano interventi nel suolo e/o sottosuolo, vista la rilevanza delle preesistenze archeologiche del sito, tra cui i resti dell’Acquedotto Vergine, nonché la norma di tutela del "paesaggio agrario di rilevante valore", che prevede una normativa stringente che non sembra possa essere rispettata adeguatamente dal progetto proposto in esame: il contesto presenta il sistema dei Casali e la Tenuta del Cavaliere, che sono sistemi di paesaggio che dovrebbero essere tutelati sia dal punto di vista paesaggistico che dal punto di vista dell’agricoltura storica tradizionale. Gravissimo invece quanto dichiarato dalla Dr.ssa Cristina D’Agostini, per la parte archeologica di competenza, in quanto parrebbe non essere stata ancora coinvolta nel sopralluogo dovuto per l’avvio delle indagini conoscitive preventive nel sito: il Proponente ha però smentito che i lavori sarebbero già iniziati.
La Città Metropolitana di Roma, rappresentata dalla dr.ssa. Maria Zagari, ha preannunciato ulteriori integrazioni in relazione alle emissioni in atmosfera nonchè chiarimenti per il riutilizzo delle acque dal punto di vista industriale (nonché sul trattamento delle acque di prima e seconda pioggia) dal momento che l’area di intervento ricade nella fascia di attenzione dell’acquedotto Vergine, secondo la perimetrazione approvata con DG.R.n. 537/2012 “Individuazione delle aree di salvaguardia degli impianti di captazione dei Colli Albani: Acqua Vergine, Torre Angela, Finocchio, Pantano Borghese. Attuazione della DGR 5817 del 14/12/1999” e sembrerebbe esserci uno scarico idrico sul suolo di competenza della Regione Lazio.
Il Comune di Roma Capitale, Dipartimento di Tutela Ambientale, ha invece trasmesso un parere con esito negativo in quanto il parere della Sovrintendenza Capitolina, di fatto, non è superabile. Analogamente il dott. Massimiliano Cafaro per il SUAP - Attività produttive agricole del Comune di Roma, ha evidenziato che sebbene il progetto dal punto di vista architettonico sia uguale al precedente rilasciato, invece dal punto di vista amministrativo è diverso in quanto la produzione di compost non è prevista né nella NTA del PRG né da parte della norma paesaggistica regionale e che soltanto nel caso della variante urbanistica per gli impianti dei rifiuti potrebbe essere possibile l’attuazione (compresi impianti di compostaggio): a tal proposito ha inoltre suggerito che l’azienda Salone verifichi la possibilità o meno di avvalersi delle attività nella multi imprenditorialità sancita all’art.57 bis della L.R.38/1999.
Il Responsabile Unico per la Regione Lazio, il dott. Fabio Genchi, ha rilevato la mancanza di alcuni pareri regionali per poter esprimere il parere unico regionale ed in particolare: Area V.A.S. dell’Urbanistica regionale, Area Qualità Ambientale, Area Bonifica Siti inquinati, Area Rifiuti, ARPA Lazio e ASL Roma 2 - Dipartimento di Prevenzione (competenza regionale): SIAN, SPRESAL, SISP, Servizi Veterinari, Dipartimento di Epidemiologia del Serv. Sanitario Regionale. Ha inoltre chiesto di chiarire se l’attività di vendita del compostato e la produzione dell’energia siano svolte direttamente dall’azienda agricola o da altro soggetto/gestore. Ai fini della conservazione dei requisiti del produttore agricolo, a livello normativo, ha rilevato la necessità di chiarire l’attività prevalente dell’attuale attività agricola, oppure se l’azienda stessa ha intenzione in futuro di vendere compostato o produrre energia (art.2 bis della L.R.14/2006).
Il Municipio VI delle Torri del Comune di Roma, rappresentato dalla Presidente Katia Ziantoni e dall’Assessore all’Urbanistica Sergio Nicastro, ha rilevato che sussistono le criticità già evidenziate all’interno delle osservazioni presentate, risultando sostanziale che l’impianto autorizzato non è ancora stato realizzato ad oggi, ed il nuovo progetto cambia totalmente i codici CER già autorizzati e cambia la natura progettuale del progetto autorizzato originariamente; per quanto ai codici CER, oltre gli sfalci verdi vengono aggiunti diverse tipologie di fanghi, ed altri CER: il nuovo impianto ha natura industriale, è un impianto di biogas. L’Assessore all’Urbanistica ha altresì ribadito la forzatura della normativa urbanistica vigente del nuovo impianto di natura industriale all’interno di una zona in cui sussistono nuclei abitati ed edifici sensibili, come l’istituto Agrario Sereni, zone edificate e densamente popolate, oltre che la criticità della zona di captazione dell’acqua ad uso potabile.

mercoledì 29 aprile 2020

Cinghiali, cosa sta succedendo senza l'uomo in giro

Parco di Veio
Dovunque, nel Lazio, si segnala la presenza di ungulati, e soprattutto cinghiali, in zone dove solo molto raramente erano stati avvistati: le misure contenitive dell'epidemia da Covid-19 hanno reso sporadica la presenza nell'uomo anche in aree rurali, e così la natura si sta riprendendo i propri spazi a dispetto dei cambiamenti di copertura ed uso del suolo (che sono le alterazioni uomo mediate più importanti della superficie terrestre).

Nella foto qui a sinistra, ad esempio, ci troviamo in zona Sorbo, a Formello: in pieno giorno una nutrita famiglia di cinghiali "si mostra" relativamente vicino alla strada. Sebbene nel territorio del Parco di Veio i cinghiali siano tutt'altro che rari, un avvistamento di questo tipo è stato ritenuto estremamente rilevatorio della sicurezza acquisita anche da questi ungulati che solitamente durante il giorno sono soliti tenersi ben a distanza dalle radure.

Il video qui sotto, invece, ci giunge da una zona dei Monti Tiburtini immediatamente a ridosso dell'abitato di Tivoli: qui gli avvistamenti di cinghiali anche nell'abitato periferico non sono rari, però da marzo si segnala una presenza significativamente maggiore.


In Italia il cinghiale (Sus scrofa L.) è l'ungulato selvatico più consistente ed ampiamente distribuito (con circa 700.000 unità), presente su oltre il 65% del territorio nazionale: proprio in virtù della sua presenza diffusa e consistente, della sua plasticità ecologica e dell'opportunismo alimentare (al punto che si parla di "inurbimento" [1] ) è ritenuto la specie maggiormente responsabile del danno economico al comparto produttivo agro-zootecnico-forestale, per non parlare degli incidenti stradali e delle predazioni. Secondo l'Arsial, nel Lazio l'areale di distribuzione si è quintuplicato rispetto agli
anni '50 e risulta presente in oltre il 62% del territorio regionale: la presenza non è stata ovviamente accertata ai laghi ed alle aree fortemente antropizzate (sia in termini di edificato che di agricoltura intensiva).

Ma quali sono i motivi di quello che appare a tutti gli effetti uno squilibrio? Sicuramente una serie di concause: 
  • i processi di riforestazione delle aree marginali con un incremento di superfici che rientrano nell'optimum ecologico [2];
  • i cambiamenti nelle pratiche di gestione forestale [3] e territoriale [4]; 
  • i cambiamenti climatici [5]; 
  • i limiti spaziali e temporali all'attività venatoria [6]; 
  • l'assenza di gestione attiva all'interno delle aree protette di cui alla L.394/91 e nel Lazio L.R. 29/97;
  • l'immissione illegale di soggetti provenienti dall'Europa centro-orientale [7] che si sono incrociati con il maiale domestico [8];
  • il foraggiamento artificiale (operato illegittimamente dalle squadre di caccia per limitare l'erratismo dei cinghiali e legarli alle zone di caccia assegnate) e dissuasivo (per prevenire i danni all'agricoltura;
  • la formazione di cosiddette zone di rifugio, come aree protette o comunque non gestite [9];
  • la mancanza di predatori naturali.
Tale esplosione della diffusione comporta un rilevante rischio ecologico rispetto a diverse specie segnalate nei SIC-ZPS del Lazio: anfibi e rettili (All. 2 Dir Habitat); invertebrati (All. 2 Dir Habitat); uccelli nidificanti a terra o in sua prossimità (All. I Dir Uccelli); lepre italica; e finanche orso bruno marsicano.

A tali criticità di aggiungono l'incombente peste suina africana (una malattia virale che colpisce suini e cinghiali: altamente contagiosa e spesso letale per gli animali, non è, invece, trasmissibile agli esseri umani) e già due casi di ritrovamento di larve di Trichinella in cinghiali abbattuti a caccia ad Atina (in provincia di Frosinone) e Monte San Biagio (in provincia di Latina), segnalate dall'Istituto Zooprofilattico Sperimentale del Lazio e della Toscana (la Trichinellosi è una zoonosi parassitaria del genere Trichinella che può essere trasmessa sia ad altri esemplari che all'uomo il quale, poco dopo l’ingerimento del pezzo di carne contaminata, sviluppa sintomi quali diarrea, febbre, cefalea e malessere).


[1] Podgórski, T., Baś, G., Jȩdrzejewska, B., Sönnichsen, L., Śniezko, S., Jȩdrzejewski, W., Okarma, H., (2013). Spatiotemporal behavioral plasticity of wild boar (Sus scrofa) under contrasting conditions of human pressure: Primeval forest and metropolitan area. Journal of Mammalogy, 94 (1), pp. 109‐119. 
Cahill, S., Llimona, F., Cabañeros, L., Calomardo, F., (2012). Characteristics of wild boar (Sus scrofa) habituation to urban areas in the collserola natural park (Barcelona) and comparison with other locations. Animal Biodiversity and Conservation, 35 (2), pp. 221‐233. 
Kotulski, Y., König, A., (2008). Conflicts, crises and challenges: Wild boar in the Berlin City ‐ A social empirical and statistical survey. Natura Croatica, 17 (4), pp. 233‐246.
[2] Delibes‐Mateos M., Farfán MÁ., Olivero J., Márquez AL., Vargas JM., (2009) Long‐term changes in game species over a long period of transformation in the iberian Mediterranean landscape. Environ Manage 43 (6).
[3] Bobek B., Boyce MS., Kosobucka M. (1984) Factors affecting Red Deer (Cervus elaphus) population density in south‐eastern Poland. J Appl Ecol. 
[4] Milner JM., Bonenfant C., Mysterud A., Gaillard JM., Csanyi S., Stenseth NC., (2006) Temporal and spatial development of red deer harvesting in Europe: biological and cultural factors. J Appl Ecol. 
[5] Mysterud A., Stenseth NC., Yoccoz NG., Langvatn R., Steinheim G., (2001). Nonlinear effects of large‐scale climatic variability on wild and domestic herbivores. Nature.
[6] Servanty S., Gaillard JM., Toïgo C., Brandt S., Baubet E., (2009) Pulsed resources and climate‐induced variation in the reproductive traits of wild boar under high hunting pressure. J Appl Ecol.
[7] Saez‐Royuela C., Telleriia JL., (1986) The increased population of the wild boar (Sus scrofa L.) in Europe. Mammal Rev 16:97‐101. 
Apollonio M., Randi E., Toso S., (1988). The systematic of the wild boar (Sus scrofa L.) in Italy. B Zool.
[8] Herrero J., Fernández De Luco D. (2002). Wild boars (Sus scrofa L.) in Uruguay: scavengers or predators? Mammalia 67 (4).
[9] Amici A., Serrani F., Rossi C.M., Primi R. (2012). Increase in crop damage caused by wild boar (Sus scrofa L.): the "refuge effect". Agron. Sustain. Dev..

venerdì 28 febbraio 2020

Coronavirus, 5 aspetti su cui vale la pena riflettere


Senza avventurarsi su problematiche di tipo sanitario (rispetto alle quali, tra l’altro, è già abbastanza la confusione), l’epidemia globale da coronavirus e il conseguente tentativo in corso di gestirla dimostrano che è indifferibile un’inversione di tendenza nella direzione della transizione ecologica. Vediamo quali sono le diverse criticità della società di massa (per nulla sconosciute a chi si occupa di ambiente, a dire il vero) che stanno venendo alla luce:

  1. l’attuale sistema economico globale è sostanzialmente fondato sulla produzione di inquinamento: seppure la qualità dell’aria nelle megalopoli cinesi non è migliorata (a causa del ruolo dalle industrie ad alta intensità energetica e dal trasporto merci), la quarantena o lo stop produttivo immediatamente successivi alle feste del capodanno lunare sono stati sufficiente per ottenere la riduzione di oltre 100 milioni di tonnellate metriche di emissioni di anidride carbonica[1] (quantità compresa tra il 15% e il 40%), e conseguentemente per la diminuzione di circa un quarto[2], o più, delle emissioni di CO2[3] del paese in solo 2 settimane. Inoltre un secondo studio (sempre del Crea) ha altresì evidenziato nel medesimo periodo di osservazione un crollo del 36% delle emissioni di diossido di azoto (NO2), un sottoprodotto della combustione di combustibili fossili nei veicoli e nelle centrali elettriche, grazie alla forte riduzione del traffico ed al pressoché azzeramento del consumo quotidiano di carbone, il combustibile fossile più inquinante. 
    Le emissioni inquinanti in Cina - fonte Bloomberg
  2. Le epidemie in Cina non sono una novità, anzi. Ma, rispetto al passato, le megalopoli hanno amplificato l’area del contagio e, come sottolineato anche da Ilaria Capua, virologa di fama internazionale ed ora all’Università della Florida, la globalizzazione l’ha estesa a tutto il pianeta generando l’immenso effetto domino sotto gli occhi di tutti, a livello sociale e soprattutto economico: «Questa epidemia ha messo in luce come in questo mondo siamo tutti interconnessi». Una megalopoli è un aggregato di aree metropolitane più o meno vicine, che insieme costituiscono però un polo regionale integrato, anche se sono separate da «buchi» e aree non urbanizzate o agricole: con le dovute proporzioni rispetto alla Cina, una megalopoli italiana potrebbe essere l’insieme Milano-Torino. Piaccia o meno, è un dato di fatto con cui fare i conti.
    Distribuzione geografica dei casi di COVID-19 (al 28 febbraio 2020) - fonte ECDC
  3. Nell’era della connessione continua, «lo Smart Working non può essere la soluzione per “bloccare” l’epidemia ma, con l’impegno di tutti, può rappresentare una misura per ridurre rischi, attenuare disagi e contenere gli enormi danni economici e sociali che questa emergenza rischia di causare», come ha dichiarato Mariano Corso, responsabile scientifico dell’Osservatorio Smart Working del Politecnico di Milano. Mentre in Cina, cercando di arginare l’arresto della propria economia, è stato avviato il più grande maxiesperimento di smart working[4], anche in Italia, con l’approvazione d’urgenza del decreto attuativo del 23 febbraio 2020 n.6[5], il lavoro agile sarà applicabile da subito anche senza un accordo preventivo con i dipendenti (così come invece richiede il Jobs Act[6]). E lo Smart Working, oltre a convenire all’apparato produttivo perché favorisce la produttività individuale e la continuità operativa dell’utente (e quindi del business), giova ai lavoratori (che hanno una maggiore flessibilità e autonomia nella scelta degli spazi, degli orari di lavoro e degli strumenti da utilizzare per svolgere le proprie attività lavorative) e ancor più all’ambiente[7] (meno mobilità = meno emissioni = meno inquinamento).

  4. L’epidemia COVID-19 non è una pandemia[8], ma la cattiva informazione (soprattutto su social e tv generaliste) e probabilmente la mancanza di strumenti cognitivi idonei in larghe fette della popolazione hanno fatto scatenare una vera e propria psicosi di massa. Eppure in Italia l’inquinamento dell'aria [9] è ritenuto concausa di 76.200 vittime ogni anno [10] (8 milioni di decessi l’anno nel mondo), il cancro del polmone uccide 40 persone al giorno (tuttavia in Italia rimangono 12 milioni di fumatori), mentre l’influenza stagionale ha mietuto 68.068 vittime tra il 2013 e il 2017[11] (400 mila persone l’anno nel mondo). Gli epidemiologi ritengono che il coronavirus si fermerà solo quando ogni persona infetterà meno di una persona a sua volta (per ora il tasso di riproduzione in Cina è sceso da 3,3 a 2,2) né è ancora certo se sia maggiormente legato al freddo e che con il caldo scomparirà (come avvenne nel caso della Sars, scoppiata alla fine del 2002 ed estintasi nel luglio del 2003): «è possibile che la diffusione del coronavirus sia legata anche a fattori ambientali - ha ammesso Guido Silvestri [12], direttore del dipartimento di Patologia alla Emory University di Atlanta - non ci spieghiamo il fatto che nazioni popolose, con legami intensi con la Cina, siano prive o quasi di contagi. Penso a Indonesia, India, Thailandia, Bangladesh, Africa. Forse la temperatura gioca un ruolo nel limitare l’epidemia». Tuttavia è certo che il caldo frenerà raffreddore e influenza stagionale rendendo non più necessaria una diagnosi differenziale. Il coronavirus non è molto più pericoloso dell’influenza, ma è molto più infettivo: pur in mancanza di dati certi riguardo la potenzialità di persone che esso può infettare, si teme che in 60 giorni potrebbe colpire fino al 60-80% della popolazione se non vengono prese misure per contenerlo[13]. Su queste stime, un’infettività potenziale del 60% potrebbe significare finanche 30 milioni di italiani contagiati, di cui la stragrande maggioranza inconsapevoli (perché asintomatica o con sintomi confondibili a quelli della comune influenza) ma con un 5% di pazienti critici in appena due mesi: il che significa circa 300.000 persone da porre in terapia intensiva, a fronte dei 4.000 posti letto di cui dispone il nostro Sistema Sanitario, che pertanto rischierebbe di collassare. Per questo, nonostante la letalità del coronavirus sia bassissima, la quarantena è fondamentale per graduare la velocità di contagio.
  5. L'influenza spagnola fu una pandemia influenzale insolitamente mortale, che fra il 1918 e il 1920 uccise oltre 100  milioni di persone nel mondo (circa il cinque per cento della popolazione mondiale dell'epoca).
  6. I virus sono patogeni obbligati: non vivono senza le cellule animali e sono naturalmente predisposti a cercare sempre nuovi ospiti [14]. Ma i cambiamenti climatici determinano, proprio come una reazione a catena, una serie di effetti collaterali sui fattori biologici: la migrazione di animali, l’adattamento a climi differenti, il successivo adattamento dei patogeni e, di conseguenza, la loro maggiore diffusione territoriale. «Le variazioni di pioggia e umidità, il riscaldamento, cambiano le interazioni tra le diverse componenti biologiche. Una prova è proprio il coronavirus, che ha fatto un salto di specie, passando dal pipistrello a noi, come per altro hanno fatto anche altre affezioni», spiega il dottor Giuseppe Miserotti di ISDE (Associazione medici per l’ambiente). Ed infatti l’Oms ritiene che una delle più grandi conseguenze del cambiamento climatico sarà proprio l’alterazione dei processi di trasmissione di malattie infettive, anche perché la distruzione della biodiversità sta spazzando via il miglior sistema di controllo reciproco tra le diverse dimensioni biologiche.

G.R.E. LAZIO


[1] come rilevato dall’organizzazione finlandese Centre for Research on Energy and Clean Air (Crea), che tra l’altro ha effettuato lo studio  Toxic Air sull’impatto globale dei combustibili fossili e dei costi umani ed economici che ne conseguono
[3] La CO2, insieme alla temperatura, è un indicatore del degrado antropico causato dall’alterazione dei sistemi sintropici naturali (i sistemi biosferici tampone)
[7] secondo l’Osservatorio Smart Working, nel 2019 in Italia ci sono stati 570mila smart worker (20% in più al 2018): una sola giornata a settimana di remote working può far risparmiare in media 40 ore all’anno di spostamenti e per l’ambiente, invece, determina una riduzione di emissioni pari a 135 kg di CO2 all’anno (ipotizzando una percorrenza di 40 km). Ma, come evidenziato dallo studio della PWC Il livello di digitalizzazione e di innovazione nelle PA e gli investimenti nel settore ICT, la Pubblica Amministrazione italiana è penultima in Europa in quanto a ricorso all’istituto dello Smart Working.
[8] Secondo l’European Centre for Disease Prevention and Control, i casi accertanti nel mondo sono 83.396 con 2.858 decessi, mentre in base al bollettino del Ministero della Salute delle ore 18 del 27 febbraio 2020, sono 650 le persone contagiate dal nuovo coronavirus Sars-CoV-2 in Italia. Di queste, 17 persone sono decedute e 45 persone guarite.
[9] l’Organizzazione mondiale della Sanità ha riconosciuto l’inquinamento dell’aria come il fattore di rischio più alto per la salute dell’umanità
[10] secondo gli ultimi dati dell’Agenzia europea dell’ambiente, l’Italia è il primo paese in Europa per morti premature da biossido di azoto (NO2) con circa 14.600 vittime all’anno, ha il numero più alto di decessi per ozono (3.000) e il secondo per il particolato fine PM2,5 (58.600)
[13] Coronavirus ‘could infect 60% of global population if unchecked’, Prof. Gabriel Leung - preside della facoltà di medicina dell’Università di Hong Kong
[14] Il “salto tra specie” dei virus (o “spill over”) è da sempre uno dei fenomeni più temuti in Medicina perché l’adattamento ad un nuovo agente virale patogeno (e la generazione di anticorpi specie IgA che lo rendano meno pericoloso) richiede del tempo