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mercoledì 21 aprile 2021

Roma - I GRE in piazza con i Comitati per dire NO al biodigestore a ridosso di una scuola

INVITO ALLA MANIFESTAZIONE DEL 24 APRILE 2020 ORE 17.00 PRESSO LA CHIESA DI COLLE MONFORTANI, VIA PRENESTINA, N. 1391

I Gruppi Ricerca Ecologica Lazio al fianco del CdQ Nuova Ponte di Nona, dell’Unione dei Comitati e delle altre Associazioni del VI Municipio per dire NO alla realizzazione dell’impianto per il riciclo di biomasse e richiesta di connessione alla rete elettrica sito in  Via Prenestina 1280, gestito dalla Soc. Agricola Salone SRL

E’ ormai prossima la riunione finale della Conferenza dei Servizi con la quale la Regione Lazio potrebbe autorizzare questo nuovo impianto: il 26 aprile 2021 si decidono le sorti di un mostro per la lavorazione di 75.000 tonnellate di rifiuti cosiddetti organici. Ma basta addentarci fra i codici CER del materiale che verrà trattato che troveremo ogni genere di materiale, fra cui fanghi, carcasse di animali, derivati delle fabbriche alimentari.

I cittadini sono preoccupati: perchè l’impianto oltre a svilire l’area agricola in cui si colloca (è infatti prevista una modifica al vigente PRG), mette in serio pericolo le falde dell’Acqua Vergine, avrà un forte impatto odorigeno sul vicinissimo Istituto Agrario Emilio Sereni e sugli abitanti di Colle Monfortani e Colle Prenestino, provocherà un innalzamento pericoloso della concentrazione di Biossido di Azoto, determinerà un ulteriore congestione del traffico delle vie consolari Prenestina e Collatina  che sono al collasso e dove purtroppo assistiamo a continue morti a causa di incidenti stradali.

Per tutto questo non solo DICIAMO NO, ma ci chiediamo come sia possibile che la Regione Lazio sia orientata a DIRE SI.

Abbiamo quindi deciso di manifestare il nostro dissenso SABATO 24 APRILE ORE 17.00  presso il piazzale della Chiesa di Colle Monfortani, Via Prenestina, n. 1391.

Tutti coloro che si battono per le cose giuste e per l’ambiente sono invitati a partecipare.

Verrà garantito il rispetto delle regole di distanziamento e protezione dettate dall’emergenza epidemiologica da SARS-COV-2

sabato 8 agosto 2020

Biomasse a via Prenestina, continua il braccio di ferro

La seconda riunione della Conferenza dei Servizi  relativa alla Valutazione di Impatto Ambientale del progetto di “impianto per riciclo di biomasse” in Roma alla Via Prenestina 1280, svoltasi in modalità telematica lo scorso 16 luglio, ha confermato il braccio di ferro tra il Proponente Azienda Agricola Salone a.r.l. e le varie istituzioni che hanno individuato molteplici criticità anche alla luce delle integrazioni presentate successivamente alla prima riunione del 14 maggio scorso.

Il Comune di Roma Capitale, ad esempio, ha rilevato che: “In merito al procedimento di V.I.A. si evidenzia che in data 14.04.2020 la Regione Lazio ha pubblicato le ulteriori integrazioni relative al procedimento in oggetto, presentate dal proponente oltre la scadenza dei termini concessi (rif. D.Lgs. 152/06 e ss.mm.ii. art 27-bis co.5). Si ricorda che ai sensi del co. 8 dell’art. 27-bis del D.Lgs. 152/06 e ss.mm.ii. “Tutti i termini del procedimento si considerano perentori ai sensi e per gli effetti di cui agli articoli 2, commi da 9 a 9-quater, e 2-bis della legge 7 agosto 1990, n. 241”. Pertanto tali integrazioni non erano accoglibili poiché presentate successivamente alla scadenza dei termini di ricevimento delle integrazioni (la prima seduta della Conferenza dei Servizi decisoria è stata indetta con protocollo R.U.U. 0147212 del 19/02/2020). La Regione ha confermato che dal punto di vista giuridico, di fatto, come Autorità Competente non avrebbe dovuto accoglierle potendo rendete direttamente improcedibile l’istanza, ma ai fini delle attività dei lavori della conferenza sono comunque state ritenute utili ad approfondire l’assetto impiantistico proposto, oltre che ad evidenziare le eventuali problematiche ambientali potenziali ed oggettive connesse, che non risulterebbero essere superabili dagli accorgimenti tecnici e/o da soluzioni tecnologiche possibili.

Su proposta del rappresentante del SUAP - Attività produttive agricole del Comune di Roma Capitale, tutti gli Enti coinvolti nella Conferenza di servizi hanno ritenuto necessario di dover coinvolgere la Commissione Agraria comunale, avendo già negli atti del Comune di Roma Capitale tutta la documentazione progettuale dell’impianto, ai fini dell’espressione del parere tecnico specifico di competenza sul progetto nel nuovo assetto impiantistico e di attività in relazione all'Autorizzazione Unica rilasciata dal Comune per il P.A.M.A. del 2018. 

Inoltre la Regione, dal punto di vista della valutazione di impatto ambientale, in riferimento agli approfondimenti tecnici di competenza urbanistica derivanti dai pareri sia del Comune di Roma Capitale che dell’Area regionale Urbanistica Copianificazione Programmazione Negoziata Roma Capitale e Città Metropolitana, evidenzia che il progetto, come proposto dalla Società, prevede che verranno lavorati anche “materiali organici” che rientrano nell’ambito legislativo della categoria “rifiuti” (diversamente dall’uso esclusivo delle sole “biomasse”, di cui all’ambito di applicazione dell’art. 185 co. 1 del D.lgs. 152/06 e sm.i., previsto per l’Autorizzazione unica acquisita nel 2018 dalla Società), trattandosi in effetti di un “impianto di trattamento e gestione di rifiuti”: la realizzazione di tale tipologia d’impianto richiederebbe, nel caso, una “variante urbanistica” (da zona agricola, “Agro romano” ai sensi dell’art.75, a zona di “reti tecnologiche”, in particolare “infrastrutture tecnologiche” di cui all’art.106 delle NTA del PRG). Inoltre, rileva infatti una forte criticità della componente ambientale del “suolo e territorio”, come consumo di suolo e sottrazione del territorio, e che nel caso di “variante” urbanistica sarebbe necessario includere in conferenza anche l’Area Valutazione Ambientale Strategica, competente per la VAS, come indicato nelle modalità di cui al §6.7.3 della D.G.R.n.132 del 27/02/2018, “al fine di contribuire ad assicurare che la valutazione della sostenibilità dell’intervento comprenda anche gli effetti sull’ambiente derivanti dalle modifiche al piano”.

Sebbene il proponente , anche richiamando i pareri legali presentati nonché l’istanza di autotutela da ultimo presentata nei confronti del parere di Roma Capitale (dei quali si è data parziale lettura), abbia rappresentato che non è stata presentata una richiesta specifica di “variante urbanistica” in quanto l’impianto era già approvato all’interno del P.A.M.A. ed inoltre è già autorizzato a ritirare anche matrici vegetali dall’esterno (non autoprodotte) per circa 1/3 della potenzialità autorizzata, pari a 75.000 ton/anno; successivamente è stata presentata istanza P.A.U.R. per poter ritirare rifiuti organici prevalentemente riconducibili alla tipologia di vegetali derivanti da colture agricole (rifiuti ortofrutticoli e industrie alimentari e conserviere) e, accogliendo le osservazioni dei partecipanti alla CDS, sono stati eliminati i rifiuti non riconducibili direttamente a vegetali, il rappresentante del SUAP ha ricordato che il precedente progetto di P.A.M.A. era stato rilasciato nel 2018 correttamente e coerentemente alle norme del PRG ma la natura gestionale attualmente non è più la stessa del P.A.M.A. precedente: nel nuovo assetto impiantistico e progetto, in esame, vengono introdotte nuove matrici, rilevando altresì che l’aspetto di produzione di energia è più importante della produzione di compost con l’attività multi imprenditoriale e pertanto l’assetto dell’impianto va rivalutato con nuovo elenco dei codici CER. 

La CDS è stata pertanto rinviata alla terza riunione, che si terrà sempre in modalità telematica il prossimo 1 settembre ed a cui i Gruppi Ricerca Ecologica saranno presenti.


venerdì 29 maggio 2020

Biomasse a via Prenestina: tutti contro!


Lunedì 25 maggio si è svolta in forma simultanea e in modalità sincrona, la Conferenza di Servizi convocata dalla Regione Lazio per discutere del Procedimento di Valutazione di Impatto Ambientale ai sensi dell’art. 27 bis, parte II del D.lgs.152/06 e s.m.i. e D.M.52/2015 relativo al progetto di “impianto per riciclo di biomasse” che la Società proponente – la Soc. Azienda Agricola Salone a.r.l. - intenderebbe realizzare a Roma in Via Prenestina 1280 (Km 13,00).
Più precisamente quello che si vuole realizzare è un impianto di riciclo di 75.000 tonnellate all'anno di biomasse per la produzione di energia elettrica da immettere nella rete nazionale e ammendante compostato di qualità da commercializzare e/o impiegare per la fertilizzazione dei terreni agricoli e del verde annesso al sito.
Alla riunione, coordinata dall'ing. Flaminia Tosini e dell'Arch. Paola Giorgioli dell'Area Valutazione di Impatto Ambientale della Regione Lazio ed a cui i GRE LAZIO sono intervenuti come auditori insieme al Comitato di Quartiere Nuova Ponte di Nona ed al Comitato Raccolta Fondi (CRF) per la Tutela della Salute e dell’Ambiente del VI Municipio di Roma, era ovviamente presente la Società proponente, incredibilmente assistita anche dall'ex assessora capitolina all'Ambiente Paola Muraro che il 12 dicembre 2016 consegnò alla sindaca Virginia Raggi le proprie dimissione in quanto aveva ricevuto un avviso di garanzia e risultava indagata dal procuratore aggiunto Michele Prestipino e dal pm Alberto Galanti per presunti reati ambientali legati al periodo in cui era consulente in Ama, l’azienda municipalizzata per l’ambiente.
Sul proponente, che usufruendo di una proroga ha fornito le integrazioni ed i chiarimenti richiesti, è però piombato subito un macigno: l’Autorità di bacino distrettuale dell’Appennino Centrale che con una nota inviata pochi minuti prima della Conferenza di Servizi ha rilevato che “l’attività di progetto sembrerebbe rientrare nelle attività vietate che comportano pericolo per la risorsa idrica, come indicato al co.4 dell’art.94 del D.lgs.152/2006” ed ha pertanto richiesto ulteriore specifica documentazione tecnica integrativa.
Un parere negativo, quest'ultimo, che pone anche pesanti interrogativi sui pareri di altri 3 Enti: in primis sul parere inviato il 17 marzo da parte dell’Area Vigilanza e Bacini Idrografici della Direzione Regionale Lavori Pubblici, Stazione Unica Appalti, Risorse Idriche e Difesa Del Suolo (con cui comunicava che “in considerazione che l’area medesima risulta esterna alle aree soggette ai vincoli idraulici imposti dal vigente P.A.I. – Piano di Assetto idrogeologico ed a distanza dal fiume Aniene superiore ai limiti prescritti dal R.D. n.523 del 25.07.1904, questa Direzione Regionale non è tenuta e/o competente al rilascio di pareri in merito.” e pertanto non sarebbe stata coinvolta nel prosieguo dei lavori della conferenza di servizi); poi su quello inviato il 20 marzo dall’Area Tutela del Territorio – Servizio Geologico e Sismico Regionale della Direzione Regionale Lavori Pubblici, Stazione Unica Appalti, Risorse Idriche e Difesa del Suolo (con cui comunicava la non attinenza del progetto in esame alle tipologie in carico all’Area); ed infine sul parere inviato il 9 aprile dalla Direzione Operazioni Investimenti e Ingegneria della Manutenzione dell’ACEA ATO2 S.p.A. con cui “rilascia parere favorevole vincolato al recepimento delle suddette prescrizioni in fase di redazione del progetto esecutivo, che dovrà essere preventivamente inviato a questa Società per il rilascio del parere definitivo”.
Ancora assente, invece, l'ARPA Lazio sebbene il 23 marzo avesse rappresentato che “al fine di esprimere il parere di competenza (PAUR-AIA), è richiesto che sia prodotta documentazione tecnica che riscontri, in modo univoco ed esaustivo, le criticità evidenziate e che la medesima risulti complessivamente revisionata allo scopo di renderla coerente con le specificazioni fornite nella valutazione”.
L'architetto Maria Luisa Mutschlechner del MIBACT ha sottolineato che le precedenti autorizzazioni erano riferite ad un progetto diverso da questo attualmente proposto in quanto non prevedevano interventi nel suolo e/o sottosuolo, vista la rilevanza delle preesistenze archeologiche del sito, tra cui i resti dell’Acquedotto Vergine, nonché la norma di tutela del "paesaggio agrario di rilevante valore", che prevede una normativa stringente che non sembra possa essere rispettata adeguatamente dal progetto proposto in esame: il contesto presenta il sistema dei Casali e la Tenuta del Cavaliere, che sono sistemi di paesaggio che dovrebbero essere tutelati sia dal punto di vista paesaggistico che dal punto di vista dell’agricoltura storica tradizionale. Gravissimo invece quanto dichiarato dalla Dr.ssa Cristina D’Agostini, per la parte archeologica di competenza, in quanto parrebbe non essere stata ancora coinvolta nel sopralluogo dovuto per l’avvio delle indagini conoscitive preventive nel sito: il Proponente ha però smentito che i lavori sarebbero già iniziati.
La Città Metropolitana di Roma, rappresentata dalla dr.ssa. Maria Zagari, ha preannunciato ulteriori integrazioni in relazione alle emissioni in atmosfera nonchè chiarimenti per il riutilizzo delle acque dal punto di vista industriale (nonché sul trattamento delle acque di prima e seconda pioggia) dal momento che l’area di intervento ricade nella fascia di attenzione dell’acquedotto Vergine, secondo la perimetrazione approvata con DG.R.n. 537/2012 “Individuazione delle aree di salvaguardia degli impianti di captazione dei Colli Albani: Acqua Vergine, Torre Angela, Finocchio, Pantano Borghese. Attuazione della DGR 5817 del 14/12/1999” e sembrerebbe esserci uno scarico idrico sul suolo di competenza della Regione Lazio.
Il Comune di Roma Capitale, Dipartimento di Tutela Ambientale, ha invece trasmesso un parere con esito negativo in quanto il parere della Sovrintendenza Capitolina, di fatto, non è superabile. Analogamente il dott. Massimiliano Cafaro per il SUAP - Attività produttive agricole del Comune di Roma, ha evidenziato che sebbene il progetto dal punto di vista architettonico sia uguale al precedente rilasciato, invece dal punto di vista amministrativo è diverso in quanto la produzione di compost non è prevista né nella NTA del PRG né da parte della norma paesaggistica regionale e che soltanto nel caso della variante urbanistica per gli impianti dei rifiuti potrebbe essere possibile l’attuazione (compresi impianti di compostaggio): a tal proposito ha inoltre suggerito che l’azienda Salone verifichi la possibilità o meno di avvalersi delle attività nella multi imprenditorialità sancita all’art.57 bis della L.R.38/1999.
Il Responsabile Unico per la Regione Lazio, il dott. Fabio Genchi, ha rilevato la mancanza di alcuni pareri regionali per poter esprimere il parere unico regionale ed in particolare: Area V.A.S. dell’Urbanistica regionale, Area Qualità Ambientale, Area Bonifica Siti inquinati, Area Rifiuti, ARPA Lazio e ASL Roma 2 - Dipartimento di Prevenzione (competenza regionale): SIAN, SPRESAL, SISP, Servizi Veterinari, Dipartimento di Epidemiologia del Serv. Sanitario Regionale. Ha inoltre chiesto di chiarire se l’attività di vendita del compostato e la produzione dell’energia siano svolte direttamente dall’azienda agricola o da altro soggetto/gestore. Ai fini della conservazione dei requisiti del produttore agricolo, a livello normativo, ha rilevato la necessità di chiarire l’attività prevalente dell’attuale attività agricola, oppure se l’azienda stessa ha intenzione in futuro di vendere compostato o produrre energia (art.2 bis della L.R.14/2006).
Il Municipio VI delle Torri del Comune di Roma, rappresentato dalla Presidente Katia Ziantoni e dall’Assessore all’Urbanistica Sergio Nicastro, ha rilevato che sussistono le criticità già evidenziate all’interno delle osservazioni presentate, risultando sostanziale che l’impianto autorizzato non è ancora stato realizzato ad oggi, ed il nuovo progetto cambia totalmente i codici CER già autorizzati e cambia la natura progettuale del progetto autorizzato originariamente; per quanto ai codici CER, oltre gli sfalci verdi vengono aggiunti diverse tipologie di fanghi, ed altri CER: il nuovo impianto ha natura industriale, è un impianto di biogas. L’Assessore all’Urbanistica ha altresì ribadito la forzatura della normativa urbanistica vigente del nuovo impianto di natura industriale all’interno di una zona in cui sussistono nuclei abitati ed edifici sensibili, come l’istituto Agrario Sereni, zone edificate e densamente popolate, oltre che la criticità della zona di captazione dell’acqua ad uso potabile.

martedì 19 maggio 2020

Biomasse a via Prenestina, nuova Conferenza dei servizi

🔴 A V V I S O 🔴

In Regione Lazio non perdono certo tempo quando si tratta di arrecare danno ai cittadini: il 25 maggio prossimo presso gli uffici della regione è stata infatti convocata la nuova Conferenza dei servizi in merito al procedimento di Valutazione di Impatto Ambientale relativo al progetto di impianto per riciclo di biomasse che un privato vorrebbe realizzare a Roma in Via Prenestina 1280. 


Avremmo auspicato l'archiviazione del progetto per le gravissime lacune progettuali non sanate dai proponenti ma soprattutto perché tra i fattori escludenti la realizzabilità in quello specifico sito ci sono la vicinanza di "siti sensibili" come le scuole (nella fattispecie l'Istituto Tecnico Agrario Emilio Sereni e l'IC Maria Grazia Cutuli) e la preesistenza di nuclei abitativi consolidati (Colle Prenestino e Colle Monfortani) e casa sparse localizzate a meno di 1000 metri: tuttavia alla Regione ciò non pare essere bastato e ha dato il via ad un iter che inevitabilmente condurrà alla carta bollata.




* l'Unione dei Comitati del VI Municipi, il Comitato di Quartiere di Torre Angela, il Comitato di Quartiere Nuova Ponte di Nona, il Comitato di Quartiere Belvedere, l'Associazione di Quartiere Fontana Candida, il Comitato di Quartiere di Villaggio Breda, il Comitato di Quartiere Torrenova – Tor Vergata, il Comitato di Quartiere di Villaverde, il Comitato di Quartiere di Colle Mattia, il Comitato di Quartiere Colle Prenestino.

martedì 5 maggio 2020

Tivoli, scempio di platani


E' inconcepibile che nel 2020 si intervenga sulle alberature stradali in modo così devastante, eppure i volontari del Gre Lazio di Tivoli ci hanno segnalato che i maestosi platani di Villaggio Adriano sono stati appena pericolosamente deturpati.

Ci troviamo esattamente sulla S.P. 51/ab Maremmana Inferiore II che termina a Ponte Lucano: una strada a doppia carreggiata separata da una fascia verde che in alcuni tratti arriva quasi a due metri, pregevolmente alberata con maestosi platani. Una condizione urbanistica ideale, pertanto.

Ed invece decine e decine di platani sono stati potati con un taglio del tutto irrazionale, indefinibile, eseguito tra l'altro in uno momento totalmente sbagliato giacché siamo in piena ripresa vegetativa e nonostante tali alberi abbiano a disposizione lo spazio sufficiente per svilupparsi: sebbene i tagli non arrivino alle biforcazioni, potremmo sicuramente definirla una capitozzatura, una tecnica sbagliata di potatura che numerosi studi scientifici hanno confermato aumentare nel medio e lungo periodo la pericolosità degli alberi, indebolendoli (a causa del maggior rischio di malattie e ad attacchi di parassiti) e rendendoli irrimediabilmente più brutti a causa della distruzione per sempre del loro valore ornamentale.

Purtroppo in Italia la capitozzatura (che in Francia è pesantemente sanzionata) viene spesso eseguita in maniera indiscriminata perché, rispetto a una potatura corretta e mirata, è un intervento facilmente eseguibile, più economico e più veloce. Inoltre non richiede particolari capacità o competenze da parte degli operatori che quindi la preferiscono rispetto ad altri interventi (quali diradamento, taglio di ritorno, rimonda del secco…).

Ma che succede all'albero capitozzato? Dopo il taglio drastico delle branche principali, che come in questo caso ha totalmente eliminato la chioma (ed il rinascente apparato fogliare indispensabile per il nutrimento delle piante  con la fotosintesi), l’albero avrà troppo poca energia rispetto a quella di cui necessita e reagirà a questa situazione emettendo rapidamente nuovi rami che, sviluppandosi molto in fretta, andranno a sopperire alla carenza di energia provando a ricreare la chioma persa. Ma quelle che verranno prodotte sono particolari tipi di gemme, chiamate avventizie (che si sviluppano solo in situazioni di stress) e da cui si origineranno velocemente moltissimi rami attaccati all’albero in modo precario e formati da legno debole: l'obiettivo della piante sottoposte a stress è infatti il nutrirsi il prima possibile e non creare una struttura solida, e per questi motivi i rami saranno soggetti a facili rotture in occasione di forti piogge o vento che risulteranno particolarmente pericolose dal momento che le chiome di questi platani si estendono su due carreggiate con intenso traffico veicolare.

Inoltre funghi, alburno e durame potranno entrare nei platani provocando una grossa regressione (tra l'altro sui tagli in esame sembrerebbe non essere nemmeno stato messo l’apposito mastice cicatrizzante) e formando delle cavità che renderanno molto meno sicura l'intera struttura. In aggiunta a tutte queste problematiche potrebbero aversi anche danni irreversibili alla corteccia causati dalle scottature dei tessuti esposte ai raggi solari. Infine le radici morenti determineranno una grossa perdita di sali e acqua ed è per questo che ogni albero capitozzato vivrà molto meno di un albero potato nella maniera corretta.


Ma, allora, cosa è successo a Tivoli? La competenza sulla Maremmana Inferiore, sulla quale si innesta anche il casello autostradale Tivoli sulla A16 e che quindi viene normalmente percorsa anche da migliaia di turisti che si recano ai "super protetti" siti Unesco di Villa Adriana e Villa d'Este nonché al bene FAI di Villa Gregoriana, è del Dipartimento VII- Viabilità e infrastrutture viarie della Città metropolitana di Roma Capitale, l'ente territoriale di area vasta sorto 2015 sul territorio corrispondente a quello della precedente provincia di Roma (che ha sostituito) ed il cui sindaco metropolitano è Virginia Raggi (dal 22 giugno 2016). Più precisamente la gestione della Maremmana Inferiore (che attraversa il territorio dei Comuni di Tivoli, Roma, Gallicano nel Lazio e  Zagarolo) è affidata all'Ufficio di direzione "Viabilità zona SUD" - Sezione territoriale 5.

L'8 luglio scorso è scaduta la gara "Lavori di manutenzione ordinaria su strade Provinciali Viabilità Sud – Sezioni 5^ e 6^ - Anno 2019 - CIA VS 181031" per una base di 563 mila euro, successivamente aggiudicata il 19 novembre ad una ditta di Colleferro con un ribasso del 25,652%. Nel computo metrico e in tutti i documenti della gara, tuttavia, relativamente agli interventi sulle alberature è inequivocabilmente previsto che ogni potatura di contenimento avrebbe comunque dovuto essere effettuata sempre secondo il criterio della potatura a tutta cima e del taglio di ritorno: ma cosa significa?

Il termine "tutta cima" sta ad indicare che in nessun ramo potato avrebbe dovuto essere interrotta la "dominanza apicale" esercitata dalla gemma terminale, in quanto dovendo accorciare una branca o un ramo non andava fatta una spuntatura o una speronatura, ma andava asportata la porzione apicale del ramo fino all'inserzione di uno di ordine immediatamente inferiore a quello che tagliato e che a sua volta avrebbe assunto la funzione di cima. 

Questa tecnica viene praticata proprio perché se con il taglio viene interrotta la funzione di cima attorno o in prossimità della superficie di taglio, a causa del richiamo di abbondante linfa, si originano da gemme dormienti numerosi rami vigorosi male ancorati e in concorrenza tra loro ed inoltre sempre per la causa citata, la parte inferiore del ramo risulterà indebolita. Pertanto, pur laddove dovesse essere necessario "svettare" la cima per alleggerirla da un'eventuale abbondante vegetazione che potrebbe provocare un incurvamento del ramo con possibilità di rottura, va sempre rispettata l'integrità delle branche principali mantenendo una armonica successione dei vari diametri e quindi, nel complesso, la funzionalità fisiologica e l'aspetto estetico-ornamentale dell'albero.

Sebbene i platani - gli alberi ombrosi per eccellenza magnificati fin dall'antichità - vengano generalmente allevati secondo la forma obbligata del candelabro (e rilevando anche che nel computo metrico non sia stata prevista tale specificità), la validità della potatura a tutta cima a livello fisiologico ed estetico è stata ampiamente verificata dai tecnici del verde. L'intervento operato a Tivoli, invece, ha deturpato e compromesso questi giganti della flora arborea caratterizzati da un notevole sviluppo in altezza e da una chioma folta ed estesa. Seppur la drastica potatura possa aver ridotto tempi e costi, comunque ha generato enormi quantità di materiale da smaltire: e non vorremmo che qualcuno dovesse pensar male per il solo fatto che il legno del platano trova eccellenti impieghi per diverse utilizzazioni (come ad esempio a scopo energetico e per la produzione di contenitori ed imballaggi per frutta e verdure). 

Abbiamo pertanto chiesto - come Gre Lazio - spiegazioni urgenti alla Città Metropolitana di Roma Capitale. Vi terremo aggiornati.



venerdì 27 marzo 2020

Roma Capitale, il particolato non diminuisce nonostante il blocco

Dopo aver mostrato grazie all'elaborazione grafica operata dai Gruppi Ricerca Ecologica sui nuovi dati inviati dal satellite Copernicus Sentinel-5P come, a seguito del blocco voluto come misura di contenimento dell'epidemia da Covid-19, su Roma Capitale si sia avuto un calo del diossido di azoto (l'NO2 è un gas tossico di colore giallo-rosso, dall'odore forte e pungente e con un forte potere irritante, la cui origine primaria nei bassi strati dell'atmosfera è costituita dai processi di combustione e, nelle aree urbane, dai gas di scarico degli autoveicoli e dal riscaldamento domestico), grazie ad un'elaborazione in esclusiva GRE operata sulle misurazioni della qualità dell'aria rese disponibili da ARPA LAZIO, abbiamo indagato l'andamento di altri tre inquinanti:
  • il PM10 che identifica una delle numerose frazioni in cui viene classificato il particolato, ovvero il materiale presente nell'atmosfera in forma di particelle microscopiche che è pari al al 50% per il diametro aerodinamico di 10 micron. Le sorgenti legate all'attività umana sono soprattutto i processi di combustione (tra cui quelli che avvengono negli impianti di riscaldamento principalmente a biomasse, in molte attività industriali, negli inceneritori, nei motori a scoppio e nelle centrali termoelettriche), ma anche l'usura di pneumatici, dei freni e dell'asfalto. Il PM10 è in grado di penetrare nel tratto respiratorio superiore (naso e laringe), aumentando l'asma tutto l'anno e le bronchiti in inverno (a causa degli idrocarburi policiclici aromatici);
  • il PM2,5 che rappresenta circa il 60% dei PM10 ed è composto dalle particelle più piccole. E' una polvere toracica, cioè in grado di penetrare profondamente nei polmoni, specie durante la respirazione dalla boccale, in grado di raggiungere in 30 giorni le porzioni alveolari dei polmoni  e attraverso questi trasmettersi nel sangue. Il PM2,5 è un probabile fattore di rischio per l'insorgenza di tumori;
  • l'anidride solforica (SO2) che è stata in passato l'inquinante principale nelle zone industriali, soprattutto a causa della combustione di carboni ad alto tenore di zolfo: tale sostanza è un gas incolore, irritante, non infiammabile, molto solubile in acqua e dall'odore pungente, che reagisce facilmente con tutte le principali biomolecole. Essendo più pesante dell'aria, tende a stratificarsi nelle zone più basse. Le sorgenti antropiche sono date dalla combustione di materiali in cui sia presente zolfo quale contaminante, ad esempio gasolio, nafta, carbone, legna e altro, utilizzati in misura molto maggiore sino a qualche anno fa, per la produzione di calore, vapore ed energia elettrica.

Ricordiamo inoltre due tappe nella lotta all'epidemia da Covid-19, anch'esse tenute in considerazione:
  • il Dpcm 4 marzo 2020, che ha decretato lo stop all'attività didattica in tutta Italia dal 5 marzo inizialmente fino al 15 marzo nelle scuole e nelle università;
  • il Dpcm 9 marzo 2020, che ha esteso a tutto il territorio nazionale le misure di cui all'art. 1 del Dpcm 8 marzo 2020 "zona rossa". Ha inoltre vietato ogni forma di assembramento di persone in luoghi pubblici o aperti al pubblico, gli eventi e le manifestazioni sportive. Tali disposizioni hanno prodotto effetti dal 10 marzo e saranno efficaci fino al 3 aprile (ma tutto lascia presupporre che tale data verrà ampiamente superata).

Dalla nostra rielaborazione rappresentata sul grafico seguente, è confermato che a seguito della chiusure delle scuole e delle università si è avuto una forte riduzione del biossido di azoto (linea azzurra), chiaramente dovuta alla significativa contrazione del numero di veicoli circolanti. 

Di contro né il particolato (linee marrone e verde) né l'anidride solforica (linea gialla) sembrerebbero aver risentito delle misure adottate per il contenimento e il contrasto del diffondersi del virus Covid-19, ed anzi successivamente al 21 marzo (convenzionalmente considerato il giorno di inizio della primavera) si è avuto un picco, evidentemente connesso ad un forte ricorso al riscaldamento domestico in conseguenza dell'instabilità metereologica con temperature quasi invernali. E ciò ha influito finanche sui livelli di biossido di azoto.



Nelle prossime settimane, in cui è previsto un rialzarsi delle temperature ed un miglioramento metereologico complessivo, vedremo come varieranno i livelli di inquinanti stante il permanere del blocco degli spostamenti nonchè verosimilmente una riduzione del ricorso ai riscaldamenti domestici.

venerdì 17 gennaio 2020

Biomasse legnose, la pericolosità per la salute

Una ricerca pubblicata sul Lancet, estesa a livello mondiale negli ambienti urbani e rurali, ha stimato in circa 4,2 milioni ogni anno le morti premature dovute all’inquinamento atmosferico, principalmente a causa del PM2,5. Secondo gli autori, la maggior parte delle morti premature avvengono in Asia (soprattutto in India e Cina) e sono dovute all’inquinamento causato dalla combustione di residui fossili (carbone); tuttavia, vi sono importanti emissioni dannose anche negli Stati Uniti e in Europa, soprattutto a causa del traffico veicolare, della produzione energetica e industriale e delle attività agricole.
 
A settembre 2019, il dott. Ugo Corrieri, Coordinatore di ISDE-Medici per l'Ambiente per il Centro Italia, ha pubblicato sulla prestigiosa rivista Epidemiologia e Prevenzione lo studio "Le biomasse legnose non sono vere energie rinnovabili e il loro uso causa gravi effetti sulla salute": basandosi essenzialmente su dati ufficiali forniti dall’Agenzia ambientale europea (EEA), dall’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (ISPRA) e dal Gestore servizi energetici (GSE, società integralmente controllata dal Ministero italiano dell’economia), lo studio ha inteso mostrare come in Italia sia grande l’impatto sulla salute della popolazione dovuto alle emissioni di PM2,5 da parte della combustione di tutte le biomasse legnose, e come una parte non trascurabile di questo impatto sia dovuta alle centrali a biomasse incentivate con denaro pubblico per la produzione di energia elettrica. Si analizzano, inoltre, altri problemi che le biomasse causano all’ambiente e alla salute umana.

Ringraziamo il dott. Ugo Corrieri per averci inviato il seguente prezioso stralcio del suo studio (che ci sentiamo di condividere in toto), autorizzandoci alla divulgazione dello stesso:


1) le Biomasse sono gravemente climalteranti: per ogni kW ora di elettricità prodotta con biomasse legnose viene emessa 1,5 volte la CO2 emessa col carbone e 3 volte la CO2 emessa con gas naturale. Tale CO2 viene emessa in pochi secondi bruciando un albero di 100 anni e occorreranno altri 100 anni perché un nuovo albero (sempre che venga piantato!), crescendo, la assorba. E noi questo tempo non lo abbiamo: proseguendo con questo aumento, tra 100 anni le emissioni di CO2 avranno reso impossibile la vita umana sulla terra. Soprattutto, secondo il rapporto dell’8.10.2018, redatto a Incheon (Corea del Sud) dall’Intergovernmental Panel for Climate Change, IPCC (Gruppo Intergovernativo di esperti sul cambiamento climatico), frutto di due anni di lavoro di 91 ricercatori di 44 paesi che hanno esaminato 6.000 studi e valutato 42.000 dichiarazioni di colleghi e governi, il riscaldamento globale supererà la soglia di +1,5 gradi nel 2030. Quindi sono disponibili solo pochi anni per invertire la tendenza e per diminuire significativamente le quantità di CO2 emesse in atmosfera non dobbiamo più bruciare combustibili fossili, e in primo luogo le biomasse legnose, che ne emettono più degli altri!
Oltre alle emissioni dirette della combustione, vi sono ulteriori importanti emissioni dovute al taglio e trasporto a distanza delle biomasse.
Infine, gli accordi internazionali prevedono che la biomassa importata per la combustione non venga conteggiata nel bilancio delle emissioni del paese importatore e ciò aggrava notevolmente il bilancio effettivo della CO2 emessa dalle nostre centrali.

2) soprattutto, le biomasse uccidono circa 20.000 italiani ogni anno. Il calcolo è semplice e preciso: l’Agenzia Ambientale Europea-EEA (Air Quality in Europe, Report 2018) attribuisce all’Italia (dati riferiti al 2015) 60600 morti precoci ogni anno per il PM2,5 atmosferico. Secondo ISPRA, circa la metà del PM2,5 è secondario e circa la metà è primario emissivo e sempre secondo ISPRA oltre il 68% del PM2,5 primario emissivo è emesso dalla combustione di tutte le biomasse solide (dalle stufe alle centrali). Le biomasse, quindi, causano con certezza circa 20.000 morti precoci ogni anno. Ci sono poi malattie e morti in più, difficili da stimare come numero, dovute alle emissioni di diossina e furani, mercurio, arsenico, IPA ecc. che vengono emessi bruciando legno. Una parte di queste morti precoci sono dovute alle emissioni di PM2,5 delle centrali a biomasse direttamente incentivate con denaro pubblico dal GSE (causando come minimo circa 1500 morti/anno), ma di fatto tutta la combustione del legno viene incentivata in vari modi (IVA agevolata ecc.) e ciò è assolutamente inammissibile. I dati sono costanti: ad esempio, l’Air Quality in Europe, Report 2019, da poco uscito, certifica una lieve diminuzione, cioè 58600 morti precoci/anno in Italia per PM2,5 (dati riferiti al 2016), ma ISPRA, che è avanti un anno rispetto all’EEA, nel suo “Inventario nazionale delle emissioni in atmosfera 1990-2017, Informative Inventory Report 2019”, anch’esso da poco uscito, certifica che nel 2017 vi è stato un aumento del PM2,5 emissivo in atmosfera, totalmente dovuto alle emissioni delle biomasse, che sono incrementate del 9,4% ripeto al 2016, e di conseguenza si può prevedere che le morti precoci stimate per il PM2,5, nel prossimo Report EEA che sarà riferito al 2017, nuovamente per l’Italia aumenteranno.
Non è ammissibile che per le pressioni delle “lobby del legno”, cioè di AIEL (le industrie che producono plettes, caldaie, centrali a Biomasse ecc.) e degli Agronomi che traggono lauti guadagni dai progetti di taglio degli alberi, lo Stato Italiano debba incentivare la combustione del legno che uccide, dati alla mano, ogni anno oltre 20.000 suoi cittadini: quando ad esempio l’uso del gas naturale, che produce 2.000 volte meno pm2,5, produrrebbe 2.000 volte meno morti precoci, cioè 10 (dieci) morti/anno anziché ventimila!
Ed è parimenti inammissibile che la Società pubblica partecipata “Ricerca Sistema Energetico, RSE S.p.A.”, in data 25/11/2019 su un dossier concernente “Energia delle Biomasse legnose” possa impunemente sostenere tesi opposte alle concordi evidenze scientifiche affermando a) che le emissioni di CO2 delle biomasse siano “del tutto equivalenti al fotovoltaico (clamoroso falso, come vedasi sopra); b) che le emissioni di particolato siano drasticamente ridotte dai filtri a maniche (è vero l’opposto: ISPRA, nell’Italian Emission Inventory 1990-2017: Informative Inventory Report 2019 riferito alle emissioni 2017, da poco pubblicato, mostra come nel settore M2, composto al 99% dalla combustione di tutte le biomasse legnose, le emissioni di PM2,5 siano aumentate di quasi il 10% rispetto al 2016 e direttamente, sempre ISPRA ha comunicato come il fattore di emissione attuale delle biomasse legnose sia 388 g di PM2,5 per ogni Gj di energia prodotto (312g/Gj le centrali a biomasse), a conferma del fatto, anch’esso scientificamente verificato, che le dimensioni delle polveri sottili emesse dal legno siano dell’ordine della nanoparticelle (diametro dell’elica del DNA), che nessun filtro è in grado di trattenere. Non è possibile che interessi economici debbano portare ad affermazioni false da parte di società partecipate dallo Stato, tacendo inammissibili rischi per la vita delle persone!

3) Senza incentivi, produrre energie da biomasse può essere antieconomico e l’energia utilizzata può addirittura superare l’energia prodotta! Lo dimostrano vari studi che riporto nel mio articolo allegato.

4) Le biomasse comportano rischi di incendi e di infiltrazioni mafiose. Secondo il Procuratore di Cosenza Mario Spagnuolo e il Capo della Protezione civile regionale calabrese Carlo Tansi (Avvenire.it del 9.8.2017), dietro gli incendi nel Parco della Sila ci sono aziende forestali, che riforniscono di legname le centrali elettriche a biomasse: gli alberi bruciati mantengono un 70% di potere calorico e vengono cippati e bruciati nelle centrali, mentre senza incendi, essendo in un Parco nazionale, nessuno avrebbe potuto toccarli.

5) Le biomasse sono responsabili del taglio generalizzato degli alberi. Stanno causando la distruzione delle nostre foreste e delle alberature delle nostre città. Il consumo italiano di biomasse forestali vergini, secondo GSE (2017), tra elettrico e termico è circa 52 Mton/anno mentre secondo ENEA (2017) disporremo “solo” di 26 Mton/anno di biomasse vergini: la metà! Per mantenere accese le centrali stiamo deforestando e tagliando alberi dappertutto con le più varie motivazioni, ovviamente surrettizie…

6) Cominciamo ad avere anche evidenze scientifiche dirette di danni alla salute: danni respiratori, neurotossici e aumento del rischio cancerogeno sono mostrati nei lavoratori e negli abitanti vicino alle centrali a biomasse da vari studi scientifici, che riporto nel mio articolo allegato.