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venerdì 18 settembre 2020

Tivoli e le capitozzature: siamo tornati sul luogo del delitto

Lo scorso 5 maggio scorso denunciammo l'ennesimo scempio di platani capitozzati, questa volta effettuato a Tivoli sulla S.P. 51/ab Maremmana Inferiore II che termina a Ponte Lucano: decine e decine di platani furono potati con un taglio del tutto irrazionale, indefinibile, eseguito tra l'altro in uno momento totalmente sbagliato giacché si era in piena ripresa vegetativa e nonostante tali alberi abbiano a disposizione lo spazio sufficiente per svilupparsi. 
Ovviamente, come spesso accade in questa triste Italia, nessuno se ne è fregato: non la Città Metropolitana di Roma Capitale (a cui, avendo appaltato i lavori, avevamo chiesto spiegazioni urgenti), non il Comune di Tivoli (sul cui territorio comunque insistono le piante), non le Autorità competenti (nemmeno quelle preposte a prevenire i reati ambientali).

Ma noi siamo tornati sul luogo del delitto, dove abbiamo riscontrato che si è verificato esattamente quanto avevamo previsto (non siamo indovini, sono semplici basi di dendrologia, la scienza che si occupa dello studio delle piante che producono legno): dopo il taglio drastico delle branche principali, che come in questo caso avevano visto totalmente eliminata la chioma, gli alberi, avendo troppo poca energia rispetto a quella di cui necessitavano, hanno reagito emettendo rapidamente nuovi rami che, sviluppandosi molto in fretta, hanno sopperito la carenza di energia provando a ricreare la chioma persa. 

Ma quelle che sono state prodotte sono particolari tipi di gemme, chiamate avventizie (che si sviluppano solo in situazioni di stress) e da cui si sono originati velocemente moltissimi rami attaccati al tronco dei platani in modo precario e formati da legno debole: l'obiettivo della piante sottoposte a stress è infatti il nutrirsi il prima possibile e non creare una struttura solida, e per questi motivi i rami saranno soggetti a facili rotture in occasione di forti piogge o vento che risulteranno particolarmente pericolose dal momento che le chiome di questi platani si estendono su due carreggiate con intenso traffico veicolare.

Per il momento ribadiamo che l'intervento operato a Tivoli ha deturpato e compromesso questi giganti della flora arborea caratterizzati da un notevole sviluppo in altezza e da una chioma folta ed estesa. Ma non finisce qua, perchè al primo violento temporale invernale andremo a verificare quanto solidi sono i rami prodotti dai platani capitozzati: e là, sempre sperando che nessuno si faccia male, emergeranno tutte le responsabilità di chi ha fatto e di chi non ha controllato.


Restate con noi!

martedì 14 luglio 2020

Prenestino, scoperta discarica abusiva con 25 tonnellate di rifiuti


Un terreno della superficie di circa 1000 metri quadrati in cui erano stoccate oltre 25 tonnellate di rifiuti, anche speciali, è stato sequestrato dai Finanzieri del Comando Provinciale di Roma nel quartiere Prenestino.

La discarica abusiva, gestita da tre cittadini italiani, è stata individuata nel corso del pattugliamento del territorio dalle Fiamme Gialle del 3° Nucleo Operativo Metropolitano che, dopo alcuni accertamenti preliminari, sono entrate in azione.   Tra i rifiuti rinvenuti batterie esauste di veicoli, plastiche parzialmente bruciate, materiale legnoso, detriti provenienti da lavori di ristrutturazione edilizia, vecchi pneumatici, materassi e scarti di mobili, i quali, con il passare del tempo e l’esposizione agli agenti atmosferici, avrebbero potuto inquinare le falde acquifere sottostanti, con notevoli rischi per l’ambiente e la salute. 

L’area è stata cautelata in attesa delle operazioni di bonifica e le tre persone dovranno rispondere del reato di gestione di rifiuti pericolosi non autorizzata.

La notizia ha avuto ampio risalto giornalistico. Riportiamo i link al Giornale Radio Rai (dal minuto 4:20) e al TGR Lazio RAI (dal minuto 5:30) i quali citano anche i GRUPPI RICERCA ECOLOGICA: oltre un anno fa, infatti, mappammo tutte le discariche del Quadrante Est censendone 122 e dando il via a numerose indagini.

giovedì 11 giugno 2020

Tevere, ancora ignota la causa della moria di pesci

Lo scorso 1 giugno, a seguito delle segnalazioni della Polizia di Stato e dalla Polizia di Roma Capitale per la presenza di molte carcasse di pesci, il personale dell’ARPA Lazio è intervenuto assieme al personale della ASL RM1 ed ha effettuato un campionamento di acque superficiali nei pressi di ponte Vittorio Emanuele sul fiume Tevere.

Nel corso del sopralluogo è stata riscontrata la presenza nel punto di campionamento di circa una settantina di carcasse tutte di taglia medio grande, dai 40 ai 130 cm circa e comprendenti le famiglie dei Ciprinidi, Mugilidi e Siluridi.

Le specie presenti riconosciute sono state in ordine di abbondanza:
  • Barbus barbus – Barbo europeo
  • Liza sp. – Presumibilmente Cefalo calamita
  • Squalius squalus – Cavedano
  • Silurus glanis - Siluro
  • Bramis brama – Abramide comune
  • Cyprinus carpio – Carpa
  • Carassius sp. – Carassio
Al momento del sopralluogo e del campionamento nell'alveo del Tevere erano presenti numerosi esemplari vivi di piccole dimensioni e le misure dei principali parametri chimico-fisici rilevabili in campo con sonda multiparametrica hanno mostrato una situazione normale.


Si è avuta notizia di un evento meteorico intenso che avrebbe interessato la zona di Roma Nord e, pertanto, come prima ipotesi del fenomeno si è ipotizzato che le acque piovane avessero potuto dilavare il materiale particolato, ricco di sostanza organica degradabile, accumulato nel letto di fossi e sulle superfici e convogliato in tempi piuttosto rapidi la massa degradabile nel fiume, che, subendo una rapida degradazione, avrebbe potuto consumare l’ossigeno disciolto nelle acque. In queste condizioni le morie di pesci possono avvenire sia per “anossia” che per l’ostruzione meccanica delle branchie dovuta alla presenza di sostanze colloidali provenienti dal repentino dilavamento dei terreni circostanti: un evento acuto e di breve durata i cui effetti potevano essere rapidamente rientrati.

Nella tabella seguente sono riportati i risultati delle analisi chimiche di base eseguite sul campione prelevato il 1° giugno e su quello prelevato successivamente l’8 giugno:


L’area di campionamento ricade all'interno della rete di monitoraggio delle acque superficiali che ARPA Lazio esegue ai sensi del D. Lgs. 152/06, che prevede nel tratto urbano del fiume Tevere due punti di campionamento e nello specifico l’F4.06 Ripetta (circa 1 Km a monte del punto campionato) e l’F4.62 Marina di Roma (circa 25 Km a valle del punto campionato). Pertanto, per una valutazione più significativa dei dati rilevati nei campionamenti effettuati è stato ritenuto utile effettuare un confronto con la serie di risultati ottenuti nel 2019 presso le stazioni anzidette: da tale confronto è emerso un modesto innalzamento dei principali indicatori microbiologici di contaminazione fecale e un lieve aumento di Fosforo Totale e Ortofosfato mentre per gli altri parametri di base non si evidenziano alterazioni significative.

Inoltre, sui campioni prelevati a seguito dell’evento, sono stati eseguiti, oltre alle analisi di base, esami approfonditi sulla possibile presenza residua di altre sostanze.

Per quanto riguarda la presenza di sostanze potenzialmente tossiche per la fauna ittica, le analisi hanno evidenziato la presenza di Cipermetrina, in concentrazioni maggiori (0.014 μg/l) rispetto a dati medi dei monitoraggi periodici che l’Agenzia svolge sul fiume Tevere, nonché la presenza di un altro fitofarmaco: il Clothianidin.

La CIPERMETRINA è un insetticida universale usata da alcuni Comuni per la profilassi antizanzara nelle caditoie stradali, ma anche nelle irrorazioni mediante atomizzazione, nonché contro numerosi insetti infestanti le coltivazioni. Ma la Cipermetrina è tossica per i pesci: in test di laboratorio LC50 96-h (concentrazione letale per il 50% degli organismi esposti dopo 96 h di esposizione) è generalmente nell'intervallo di 0,7-350 μg/l. La tossicità acuta su Trota iridea (LC50) è in media 0, 82 mg/l (dati ISPRA – Quaderni 10/2015).


L’altro fitofarmaco riscontrato a seguito del campionamento del 1° giugno è il CLOTHIANIDIN (0.67 μg/l). Appartiene al un gruppo dei neo-nicotinoidi, il cui utilizzo comprende la concia delle sementi di mais, del cotone, della colza, della bietola e del girasole, trattamenti fogliari di molti fruttiferi e di piante ornamentali e trattamenti granulari al terreno. Il prodotto è altamente tossico per le api. Pertanto ne è stato definitivamente vietato l’uso dalla fine del 2018.

Il Clothianidin non è facilmente biodegradabile. Può permanere legato ai sedimenti e quindi può essere considerato persistente nei sistemi acquatici, ove comunque mostrerebbe scarso potenziale di accumulo negli organismi; ha una tossicità verso i pesci più bassa della Cipermetrina (LC50 96h > 100 mg/L).

La concentrazione rilevata nel campionamento del 1° giugno, risultata pari a 0.67 μg/l, può essere confrontata con la seguente tabella (fonte Regulation (EU) No 528/2012 concerning the making available on the market and use of biocidal products):



La presenza di tali sostanze non consente di escludere cause tossiche dovute a fenomeni temporanei e localizzati di contaminazione. Per questo motivo Arpa Lazio ha avviato un approfondimento in collaborazione con l’Istituto Zooprofilattico Sperimentale del Lazio e della Toscana, al fine di incrociare i dati analitici riscontrati nelle acque con quelli che sono in corso di determinazione sugli esemplari delle carcasse dei pesci campionate nel fiume.

L’Agenzia ha inoltre effettuato ulteriori campionamenti delle acque fluviali al fine di seguire l’evoluzione del fenomeno. I dati fin qui analizzati tuttavia non forniscono ancora indicazioni chiare sulle possibili cause della moria di pesci rilevata e valutazioni più complete si potranno effettuare solo alla conclusione delle analisi ancora in corso, che prevedono i seguenti parametri: 
  • BOD5
  • Metalli
  • IPA
  • Solventi
  • Pesticidi
Vi terremo aggiornati!

lunedì 25 maggio 2020

Nuove norme sulle discariche: nasce un coordinamento nazionale

Sulla spinta dell'ennesimo attacco che si è voluto sferrare all'ambiente  con la proposta di modifica (atto di Governo n. 168) del decreto legislativo 36/2003 sulle discariche, motivata dalla presunta attuazione della direttiva discariche 2018/850, è sorto un coordinamento nazionale per l'ambiente, con capofila l'associazione Raggio Verde, a cui hanno aderito i Gre Lazio e di cui fa parte il Forum Ambientalista e numerosi comitati laziali temprati da anni di lotta contro le discariche, come il Comitato Residenti Colleferro, il Comitato Valle Galeria Libera e tutte le associazioni e i comitati che intendono portare avanti una battaglia giusta per l'ambiente.

Obiettivo del Coordinamento Nazionale per l'Ambiente è quello di sensibilizzare i parlamentari e tutte le istituzioni sulla pericolosità della modifica dei criteri costruttivi delle discariche, contenuta nell'allegato 1 dello schema di decreto, laddove si stabilisce l'equivalenza tra barriera geologica naturale e barriera di confinamento artificiale, con ciò violando quanto previsto dalla direttiva 1999/31, non innovata sul punto dalla direttiva 2018/850, che prevede che una barriera geologica naturale impermeabile debba essere sempre presente, quando si costruisce una discarica. Tale presenza, secondo la decisione della Commissione UE 2018/1147, è imprescindibile al fine di rispettare le migliori tecniche disponibili. La direttiva 1999/31 prevede infatti all'allegato I punto 3 la necessità della presenza della barriera geologica naturale, che può essere completata artificialmente e rinforzata ma MAI sostituita con una barriera di confinamento artificiale.

Anche la Commissione delle Petizioni del Parlamento Europeo, nel resoconto di missione a Valladora (Piemonte) in data 11.04.2019, ha raccomandato (punto 3) di non autorizzare discariche in zone prive di barriera geologica naturale.

Il Coordinamento Nazionale per l'Ambiente e molti cittadini hanno dunque provveduto a scrivere ai parlamentari. L'iniziativa del Coordinamento Nazionale per l'Ambiente era oltremodo necessaria, atteso che, nella documentazione ufficiale allegata per l'esame dello schema, non vi era alcun riferimento a tale pericolosissima modifica!

Ci auguriamo che i Ministeri, la Conferenza Stato Regioni, le Commissioni Ambiente parlamentari provvedano ad accogliere le richieste di associazioni e cittadini.

Se dovesse passare tale modifica, infatti, verrà violata la direttiva comunitaria 1999/31, il che, oltre a determinare l'avvio di una procedura d'infrazione, avrà pesanti conseguenze sulle condizioni delle acque di falda, sulla catena alimentare e sulla salute dei cittadini.

L'attuale compagine governativa si renderebbe dunque responsabile di futuri scempi ambientali, con tutte le ricadute sulla salute e sull'ambiente.

Il Coordinamento Nazionale per l'Ambiente osserverà l'iter parlamentare riportando ai cittadini l'esito dei loro sforzi. 

lunedì 11 maggio 2020

Protezione ambientale, partito il corso NEKO2020

I Gruppi Ricerca Ecologica, in qualità di associazione nazionale di protezione ambientale, hanno tra le proprie finalità l'organizzazione della vigilanza.

A causa del lockdown, tuttavia, l'attività di preparazione alla vigilanza rischiava di subire uno stop sine die. 

Tuttavia, la determinazione dei promotori del settore ha indotto, per la prima volta, l'organizzazione di un corso interamente in modalità FAD: la risposta degli iscritti al GRE è stata entusiastica, tant'è che dopo un solo giorno è stato raggiunto il numero di volontari previsto per questo percorso di conoscenza al termine del quale potranno attivamente operare al servizio dell'ambiente nelle rispettive Provincie.

Il tutto ovviamente dopo la nomina del Prefetto ove svolgono le loro funzioni, che dopo aver verificato l'idoneità giuridica dei volontari, gli conferirà la qualifica di Pubblici Ufficiali.

Se sei interessato ad aderire ai Gruppi Ricerca Ecologica e partecipare alle prossime edizioni del corso, scrivici e ti terremo aggiornato.

domenica 10 maggio 2020

Revocato l'epoxiconazolo, prorogata l'alfa-cipermetrina

Dal Ministero della Salute una notizia buona ed una cattiva.

A seguito della scadenza (30 aprile 2020) del periodo di approvazione comunitaria ai sensi del regolamento (UE) 844/2012, i prodotti fitosanitari contenenti la sostanza attiva epoxiconazole (un fungicida ad ampio spettro introdotto dalla BASF nel 1993, impiegato ad esempio per il controllo della septoriosi e della ruggine ma riconosciuto come disgregatore endocrino e pertanto rappresentante un rischio per la salute umana e l'ambiente) sono stati revocati e la sostanza attiva epoxiconazole è stata iscritta nell'allegato I della direttiva 91/414/CEE del Consiglio relativa all'immissione in commercio dei prodotti fitosanitari.

Le autorizzazioni dei prodotti fitosanitari contenenti la sostanza attiva epoxiconazole (tutti della Basf Italia Spa: OPUS, OPERA, RETENGO PLUS, OPERA NEW, ADEXAR e OSIRIS) sono state pertanto revocate. La commercializzazione, da parte dei titolari delle autorizzazioni dei prodotti fitosanitari dei quantitativi regolarmente prodotti fino al momento della revoca della sostanza attiva epoxiconazole nonché la vendita, da parte dei rivendiori e/o distributori autorizzati dei prodotti fitosanitari revocati, è consentita fino al 30 ottobre 2020.

L’utilizzo dei prodotti fitosanitari a base della sostanza attiva epoxiconazole è consentito fino al 30 ottobre 2021. L’elenco dei prodotti fitosanitari revocati viene allegato al presente comunicato. I titolari delle autorizzazioni di prodotti fitosanitari revocati, contenenti la sostanza attiva in questione, sono tenuti ad adottare ogni iniziativa volta ad informare i rivenditori e gli utilizzatori dei prodotti fitosanitari medesimi dell’avvenuta revoca e del rispetto dei tempi fissati per lo smaltimento delle relative scorte.

E' stata invece rinnovata l'approvazione della sostanza attiva alpha-cypermethrin come sostanza candidata alla sostituzione (ai sensi del regolamento di esecuzione UE 2019/1690 della Commissione e del regolamento (CE) n. 1107/2009 del Parlamento europeo e del Consiglio, relativo all'immissione
sul mercato dei prodotti fitosanitari e che modifica l’allegato del regolamento di esecuzione (UE) n. 540/2011 della Commissione) fino al 31 ottobre 2026 alle condizioni riportate nell’allegato I e II del reg. (EU) 2019/1690.

L'alfa cipermetrina è un insetticida piretroide ad ampio spettro altamente attivo, efficace per contatto e ingestione: ampiamente usato nelle colture agricole, nella silvicoltura, nonché nella salute pubblica e degli animali (nomi commerciali comuni sono: FASTAC, CONCORD, FENDONA, RENEGADE), è considerato un grave inquinante dell'acqua. È moderatamente persistente nel suolo ed è noto che persiste anche nell'acqua. È altamente tossico per i mammiferi (soprattutto per i gatti) e riconosciuto come irritante. È relativamente atossico per gli uccelli ma è altamente tossico per la maggior parte degli organismi acquatici e delle api mellifere (nonchè di tutti gli altri prònubi). L'alfa-cipermetrina è inoltre moderatamente tossica per i lombrichi. 

Nell'uomo, in riferimento al quale è classificata come possibile sostanza cancerogena, può causare irritazione alla pelle e agli occhi. I sintomi dell'esposizione cutanea comprendono intorpidimento, formicolio, prurito, sensazione di bruciore, perdita del controllo della vescica, incoordinazione, convulsioni e possibile morte. Come tutti i piretroidi, può influenzare negativamente il sistema nervoso centrale e può causare reazioni allergiche cutanee nell'uomo. Un'esposizione eccessiva può causare nausea, mal di testa, debolezza muscolare, salivazione, respiro corto e convulsioni.


martedì 5 maggio 2020

Tivoli, scempio di platani


E' inconcepibile che nel 2020 si intervenga sulle alberature stradali in modo così devastante, eppure i volontari del Gre Lazio di Tivoli ci hanno segnalato che i maestosi platani di Villaggio Adriano sono stati appena pericolosamente deturpati.

Ci troviamo esattamente sulla S.P. 51/ab Maremmana Inferiore II che termina a Ponte Lucano: una strada a doppia carreggiata separata da una fascia verde che in alcuni tratti arriva quasi a due metri, pregevolmente alberata con maestosi platani. Una condizione urbanistica ideale, pertanto.

Ed invece decine e decine di platani sono stati potati con un taglio del tutto irrazionale, indefinibile, eseguito tra l'altro in uno momento totalmente sbagliato giacché siamo in piena ripresa vegetativa e nonostante tali alberi abbiano a disposizione lo spazio sufficiente per svilupparsi: sebbene i tagli non arrivino alle biforcazioni, potremmo sicuramente definirla una capitozzatura, una tecnica sbagliata di potatura che numerosi studi scientifici hanno confermato aumentare nel medio e lungo periodo la pericolosità degli alberi, indebolendoli (a causa del maggior rischio di malattie e ad attacchi di parassiti) e rendendoli irrimediabilmente più brutti a causa della distruzione per sempre del loro valore ornamentale.

Purtroppo in Italia la capitozzatura (che in Francia è pesantemente sanzionata) viene spesso eseguita in maniera indiscriminata perché, rispetto a una potatura corretta e mirata, è un intervento facilmente eseguibile, più economico e più veloce. Inoltre non richiede particolari capacità o competenze da parte degli operatori che quindi la preferiscono rispetto ad altri interventi (quali diradamento, taglio di ritorno, rimonda del secco…).

Ma che succede all'albero capitozzato? Dopo il taglio drastico delle branche principali, che come in questo caso ha totalmente eliminato la chioma (ed il rinascente apparato fogliare indispensabile per il nutrimento delle piante  con la fotosintesi), l’albero avrà troppo poca energia rispetto a quella di cui necessita e reagirà a questa situazione emettendo rapidamente nuovi rami che, sviluppandosi molto in fretta, andranno a sopperire alla carenza di energia provando a ricreare la chioma persa. Ma quelle che verranno prodotte sono particolari tipi di gemme, chiamate avventizie (che si sviluppano solo in situazioni di stress) e da cui si origineranno velocemente moltissimi rami attaccati all’albero in modo precario e formati da legno debole: l'obiettivo della piante sottoposte a stress è infatti il nutrirsi il prima possibile e non creare una struttura solida, e per questi motivi i rami saranno soggetti a facili rotture in occasione di forti piogge o vento che risulteranno particolarmente pericolose dal momento che le chiome di questi platani si estendono su due carreggiate con intenso traffico veicolare.

Inoltre funghi, alburno e durame potranno entrare nei platani provocando una grossa regressione (tra l'altro sui tagli in esame sembrerebbe non essere nemmeno stato messo l’apposito mastice cicatrizzante) e formando delle cavità che renderanno molto meno sicura l'intera struttura. In aggiunta a tutte queste problematiche potrebbero aversi anche danni irreversibili alla corteccia causati dalle scottature dei tessuti esposte ai raggi solari. Infine le radici morenti determineranno una grossa perdita di sali e acqua ed è per questo che ogni albero capitozzato vivrà molto meno di un albero potato nella maniera corretta.


Ma, allora, cosa è successo a Tivoli? La competenza sulla Maremmana Inferiore, sulla quale si innesta anche il casello autostradale Tivoli sulla A16 e che quindi viene normalmente percorsa anche da migliaia di turisti che si recano ai "super protetti" siti Unesco di Villa Adriana e Villa d'Este nonché al bene FAI di Villa Gregoriana, è del Dipartimento VII- Viabilità e infrastrutture viarie della Città metropolitana di Roma Capitale, l'ente territoriale di area vasta sorto 2015 sul territorio corrispondente a quello della precedente provincia di Roma (che ha sostituito) ed il cui sindaco metropolitano è Virginia Raggi (dal 22 giugno 2016). Più precisamente la gestione della Maremmana Inferiore (che attraversa il territorio dei Comuni di Tivoli, Roma, Gallicano nel Lazio e  Zagarolo) è affidata all'Ufficio di direzione "Viabilità zona SUD" - Sezione territoriale 5.

L'8 luglio scorso è scaduta la gara "Lavori di manutenzione ordinaria su strade Provinciali Viabilità Sud – Sezioni 5^ e 6^ - Anno 2019 - CIA VS 181031" per una base di 563 mila euro, successivamente aggiudicata il 19 novembre ad una ditta di Colleferro con un ribasso del 25,652%. Nel computo metrico e in tutti i documenti della gara, tuttavia, relativamente agli interventi sulle alberature è inequivocabilmente previsto che ogni potatura di contenimento avrebbe comunque dovuto essere effettuata sempre secondo il criterio della potatura a tutta cima e del taglio di ritorno: ma cosa significa?

Il termine "tutta cima" sta ad indicare che in nessun ramo potato avrebbe dovuto essere interrotta la "dominanza apicale" esercitata dalla gemma terminale, in quanto dovendo accorciare una branca o un ramo non andava fatta una spuntatura o una speronatura, ma andava asportata la porzione apicale del ramo fino all'inserzione di uno di ordine immediatamente inferiore a quello che tagliato e che a sua volta avrebbe assunto la funzione di cima. 

Questa tecnica viene praticata proprio perché se con il taglio viene interrotta la funzione di cima attorno o in prossimità della superficie di taglio, a causa del richiamo di abbondante linfa, si originano da gemme dormienti numerosi rami vigorosi male ancorati e in concorrenza tra loro ed inoltre sempre per la causa citata, la parte inferiore del ramo risulterà indebolita. Pertanto, pur laddove dovesse essere necessario "svettare" la cima per alleggerirla da un'eventuale abbondante vegetazione che potrebbe provocare un incurvamento del ramo con possibilità di rottura, va sempre rispettata l'integrità delle branche principali mantenendo una armonica successione dei vari diametri e quindi, nel complesso, la funzionalità fisiologica e l'aspetto estetico-ornamentale dell'albero.

Sebbene i platani - gli alberi ombrosi per eccellenza magnificati fin dall'antichità - vengano generalmente allevati secondo la forma obbligata del candelabro (e rilevando anche che nel computo metrico non sia stata prevista tale specificità), la validità della potatura a tutta cima a livello fisiologico ed estetico è stata ampiamente verificata dai tecnici del verde. L'intervento operato a Tivoli, invece, ha deturpato e compromesso questi giganti della flora arborea caratterizzati da un notevole sviluppo in altezza e da una chioma folta ed estesa. Seppur la drastica potatura possa aver ridotto tempi e costi, comunque ha generato enormi quantità di materiale da smaltire: e non vorremmo che qualcuno dovesse pensar male per il solo fatto che il legno del platano trova eccellenti impieghi per diverse utilizzazioni (come ad esempio a scopo energetico e per la produzione di contenitori ed imballaggi per frutta e verdure). 

Abbiamo pertanto chiesto - come Gre Lazio - spiegazioni urgenti alla Città Metropolitana di Roma Capitale. Vi terremo aggiornati.



sabato 2 maggio 2020

Acque di balneazione, i limiti dei controlli effettuati dall'ARPA Lazio

In attesa che partano i campionamenti pre-stagionali per il monitoraggio 2020 delle acque di balneazione (attività sospesa anche nel Lazio a seguito di una comunicazione del Ministero della Salute che ha subordinato l'inizio di tali attività all'evolversi della pandemia e alle disposizioni del governo riguardanti le attività ludiche e sportive da svolgere all'aperto), il report 2019 dell'ARPA fa il punto sulla situazione nel Lazio ma fa anche sorgere numerose perplessità sulla completezza degli indicatori che la normativa comunitaria richiede di misurare affinché venga valutata la qualità delle acque ai fini della loro balneabilità.

Le attività di sopralluogo, campionamento ed analisi ai fini del monitoraggio della balneazione vengono condotte ai sensi del Decreto legislativo 116/2008, del Decreto Attuativo Interministeriale del 30 marzo 2010 modificato dal Decreto del Ministero della Salute del 19 aprile 2018 e - nel nostro territorio per il 2019 - del Decreto del Presidente della Regione Lazio del 29 aprile 2019 n. T00105. Ma a monte di tutte queste norme c'è la Direttiva 2006/7/CE, la quale stabilisce disposizioni in materia di:
  • monitoraggio e classificazione della qualità delle acque di balneazione;
  • gestione della qualità delle acque di balneazione;
  • informazione al pubblico in merito alla qualità delle acque di balneazione.

Tale direttiva, recepita dall'Italia con il D.lgs n.116 del 30 maggio 2008, avrebbe dovuto essere finalizzata al raggiungimento, sulla base di standard comuni a tutti i Paesi, di una buona qualità delle acque di balneazione ed un livello di protezione elevato nella Comunità. Si applica a qualsiasi parte di acque superficiali nella quale l'autorità competente prevede che un congruo numero di persone pratichi la balneazione e non ha imposto un divieto permanente di balneazione, né emesso un avviso che sconsiglia permanentemente la balneazione. I controlli devono avvenire almeno ogni 4 settimane durante la stagione balneare, secondo un calendario prestabilito, per un numero minimo di 4 campioni all'anno per punto di prelievo.

Ai fini di sorvegliare e valutare la qualità delle acque di balneazione nonché della loro classificazione, mentre la precedente Direttiva 76/160/CEE dell'8 dicembre 1975 individuava ben 19 parametri di analisi (ma anche una maggiore frequenza di campionamento), la Direttiva 2006/7/CE fissa solo due parametri di analisi ritenuti più specifici come indicatori di contaminazione fecale: l'enterococchi intestinali e l'escherischia coli. Possono inoltre essere presi in considerazione altri parametri, come la presenza di cianobatteri o di microalghe.

Ma quali erano i 19 parametri di valutazione della qualità delle acque marine di balneazione previsti in precedenza? La Direttiva 76/160/CEE prevedeva parametri di analisi microbiologici, fisico - chimici nonché la ricerca di altre sostanze ritenute fonti di inquinamento:

Microbiologici:
  • Coliformi totali 
  • Coliformi fecali 
  • Streptococchi 
  • Salmonelle 
  • Enterovirus PFU / 10 l  

Fisico-chimici:
  • pH
  • Colorazione 
  • Oli minerali 
  • Sostanze tensioattive che reagiscono al blu di metilene 
  • Fenoli ( indici fenoli ) mg/l C2H2OH 
  • Trasparenza m  
  •  Ossigeno % disciolto saturazione O2 
  • Residui bituminosi e materiale galleggiante come legno, plastica, bottiglie, recipienti di vetro, plastica, gomma o di qualsiasi altra materia 
  • Ammoniaca mg/l NH2 
  • Azoto Kjeldahl mg/l N 

Altre sostanze considerate come indici di inquinamento:
  • Antiparassitari mg/l ( paration , HCH , dieldrina ) 
  • Metalli pesanti quali: Arsenico mg/l AS, Cadmio CD, Cromo IV Cr VI, Piombo Pb, Mercurio Hg
  • Cianuri mg/l CN
  • Nitrati e fosfati mg/l NO2 PO2 

Eppure quanta ipocrisia c'era nelle premesse della Direttiva 2006/7/CE: "(14) ... la qualità complessiva delle acque di balneazione è migliorata sensibilmente da quando è entrata in vigore la direttiva 76/160/CEE. Detta direttiva rispecchia, tuttavia, lo stato delle conoscenze e delle esperienze dei primi anni settanta. Da allora le modalità d'uso delle acque sono cambiate, così come sono evolute le conoscenze scientifiche e tecniche. Detta direttiva dovrebbe pertanto essere abrogata". Ma anche laddove si dice: "2. La presente direttiva è finalizzata a preservare, proteggere e migliorare la qualità dell'ambiente e a proteggere la salute umana integrando la direttiva 2000/60/CE" (mentre, invece, la Direttiva 2000/60/CE che istituisce un quadro per l'azione comunitaria in materia di acque persegue il raggiungimento del migliore stato ecologico e chimico possibile).

Mentre quindi in passato l'esame delle acque di balneazione era sicuramente più completo, attualmente oltre ai due parametri microbiologici (Escherichia coli ed Enterococchi intestinali) la normativa ne prevede altri, quali la proliferazione di cianobatteri, macro-alghe, fitoplancton, e la presenza di residui bituminosi, vetro, plastica, gomma o altri rifiuti, che non vengono considerati ai fini della classificazione, ma sono tenuti in considerazione in quanto, qualora giungano a rappresentare un rischio per la salute, fanno scattare misure di gestione atte a prevenirne l'esposizione, inclusa un´adeguata informazione ai cittadini.

A nostro avviso, limitare la valutazione della qualità delle acque di balneazione ai risultati di solo due parametri microbiologici e conseguentemente basare solo su di essi la classificazione delle acque (le categorie di qualità sono: scarsa, sufficiente, buona o eccellente) espone i bagnanti e la loro salute a potenziali rischi dovute all'esposizione con gli inquinanti non ricercati, falsa la percezione della qualità reale delle acque ed influisce negativamente sull'adozione di misure di mitigazione dell'inquinamento da parte degli amministratori.

L'Escherichia coli e gli Enterococchi intestinali sono comunque due indicatori di contaminazione fecale di provata rilevanza sanitaria: in genere non causano direttamente disturbi (specificamente di tipo gastro-intestinale), ma sono buoni indicatori della presenza di patogeni (virus, protozoi, batteri) nelle acque. Si tende a ricercare i batteri indicatori anziché i singoli agenti patogeni potenzialmente presenti nell'ambiente a causa del rilevante numero di quest´ultimi, la loro diversa natura e metodi di ricerca più impegnativi che renderebbero molto più lunga e laboriosa la diagnosi di laboratorio. Il loro ritrovamento segnala la presenza di inquinamento fecale di provenienza da reflui umani (scarichi fognari) o da allevamenti di animali riversati direttamente nei fiumi, nei laghi o nelle falde acquifere, o dalle acque di dilavamento del territorio in occasione delle piogge.

Nel Lazio, dal punto di vista microbiologico lo stato di qualità delle aree di balneazione per la stagione 2019 non ha mostrato criticità eccetto alcuni superamenti riconducibili principalmente ad eventi di inquinamento di breve durata (Relazione annuale 2019 dell'ARPA). 

La fioritura di alghe potenzialmente tossiche (ed in particolare di Ostreopsis cf. ovata, dovuta alla presenza in acqua di azoto e fosforo apportati al mare dai fiumi, al ristagno di acqua, o alla mancanza di correnti, o per la costruzioni di pennelli a difesa della costa, o all'aumento di temperatura già da 22-23 °C) è invece stata rilevata, come negli anni precedenti, in tutte le stazioni monitorate lungo la costa laziale, con concentrazioni elevate a Civitavecchia, Santa Marinella e Formia: l'intossicazione di tale alga genera "sindrome influenzali", con irritazione aspecifica sulle mucose respiratorie e congiuntivali e conseguente irritazione congiuntivale, rinorrea (raffreddore), difficoltà respiratorie (tosse, respiro sibilante, broncospasmo con moderata dispnea) e febbre. 

La proliferazione di cianobatteri potenzialmente produttori di tossine è particolarmente elevata e dominante nel lago di Vico (P.. rubescens; L. redekei; Aphanizomenon sp.) e nel lago Albano (P. rubescens; Aphanizomenon sp.; Anabaena sp.), confermata anche dalla presenza periodica di schiume e addensati algali rilevabile anche visivamente, al punto che è stato necessario vietare la balneazione: anche i cianobatteri sono dovuti alla forte presenza nei bacini di azoto e fosforo causati dallo sversamento di detergenti e pesticidi. L'esposizione - in primis per via orale, ma anche cutanea o inalatoria - alle tossine che possono generare (raggruppabili a seconda degli effetti che producono in: epatotossine, citotossine, neurotossine e tossine irratitive) è particolarmente pericolosa per l'uomo e potrebbe dar luogo ad effetti acuti.



domenica 12 aprile 2020

Residui di pesticidi negli alimenti, lo studio dell'EFSA

L'EFSA ha pubblicato il suo annuale rapporto sui residui di pesticidi rilevati negli alimenti nell'Unione Europea. Il rapporto si basa sui dati dei controlli ufficiali effettuati dagli Stati membri dell'UE, dall'Islanda e dalla Norvegia ciascuno nei propri Paesi, e include risultanze sia del campionamento mirato che di quello casuale.

Nel 2018 sono stati analizzati complessivamente 91.015 campioni, il 95,5% dei quali rientrava nei livelli ammessi dalla legge. Per il sottoinsieme di 11.679 campioni analizzati nell'ambito del programma di controllo coordinato dall'UE (raccolta casuale), il 98,6% dei campioni rientrava nei limiti di legge.


Il rapporto dà uno spaccato della presenza dei residui di pesticidi negli alimenti nell'UE e degli eventuali rischi per la salute dei consumatori. Fornisce anche ai gestori del rischio informazioni importanti su cui basare le decisioni in ordine alle misure di controllo future.

La sezione sui dati raccolti in modo casuale è particolarmente utile in quanto considera lo stesso paniere di prodotti a rotazione triennale, il che significa che è possibile individuare tendenze al rialzo o al ribasso per beni specifici.

Ad esempio tra il 2015 e il 2018 la percentuale di campioni con sforamenti nei residui è aumentata nelle banane (dallo 0,5% all'1,7%), nei peperoni dolci (dall'1,2% al 2,4%), nelle melanzane (dallo 0,6% all'1,6%) e nell'uva da tavola (dall'1,8% al 2,6%). Nel 2018, invece, rispetto al 2015 gli sforamenti sono diminuiti per i broccoli (dal 3,7% al 2%), l'olio vergine di oliva (dallo 0,9% allo 0,6%) e le uova di gallina (dallo 0,2% allo 0,1%).


Quest'anno l'EFSA ha trasformato le risultanze del programma coordinato in grafici e diagrammi consultabili, la cui visualizzazione rende i dati più accessibili ai non specialisti.

I programmi nazionali di controllo sono concepiti in base al rischio e sono mirati ai prodotti con presenza probabile di residui di pesticidi o nei quali negli anni precedenti sono state individuate violazioni alle norme. Questi programmi forniscono informazioni importanti ai gestori del rischio ma, a differenza dei dati del programma coordinato dall'UE, non forniscono un quadro statisticamente rappresentativo dei livelli di residui che ci si aspetterebbe di trovare negli alimenti in vendita sugli scaffali dei negozi di tutta Europa.


All'EFSA è stata chiesta una valutazione dei rischi alimentari nel contesto della propria analisi delle risultanze. Questa analisi conforta la probabilità che i prodotti alimentari analizzati nel 2018 non rappresentino un problema per la salute dei consumatori. Vengono tuttavia avanzate alcune raccomandazioni per aumentare l'efficienza dei sistemi di controllo europei, al fine di garantire come sempre un elevato livello di tutela dei consumatori.

giovedì 9 aprile 2020

Pesticidi per uso non professionale, il MinSalute ne prolunga ancora la libera vendita

Ancora un colpo di spugna da parte del Governo rispetto alla tutela della salute e della biodiversità: il Ministero della Salute ha pubblicato sul proprio sito l'attesa nota informativa che salva quasi 500 registrazioni di agrofarmaci per hobbisti e piccoli agricoltori (un mercato che in Italia si stima abbia un valore di oltre 50 milioni di euro), una delle maggiori zone d'ombra proprio perché sottratta al controllo ed al possesso del certificato di abilitazione all'acquisto e all'utilizzo dei prodotti fitosanitari (il cosiddetto «patentino», che in futuro sarà finalmente indispensabile per acquistare ed usare  tanto i pesticidi quanto i prodotti ammessi in agricoltura biologica).

L'esigenza del "patentino per tutti" nasceva proprio dalla presa d'atto che l'utilizzatore non professionale non è sottoposto ad obbligo di formazione e non è comunemente in possesso di un'adeguata conoscenza dei potenziali effetti dannosi per la salute e per l’ambiente connessi all'uso di tali prodotti, non avendo neppure le necessarie competenze per una corretta applicazione di particolari misure di protezione dell’uomo e dell’ambiente che esulino dalle consuete pratiche di igiene e pulizia.

Tali prodotti sono immediatamente identificabili attraverso l’acronimo PFnPO, se destinati solo a colture ornamentali (ad esempio piante ornamentali in appartamento, balcone e giardino domestico e per il diserbo di specifiche aree all'interno del giardino domestico), e PFnPE, se destinati anche a colture edibili (ad esempio quelle destinate al consumo alimentare come pianta intera o in parti di essa, e per il diserbo di specifiche aree all'interno della superficie coltivata), posto in etichetta di seguito alla denominazione commerciale del prodotto e attraverso la frase posta di seguito al n. di registrazione: “Prodotto fitosanitario destinato agli utilizzatori non professionali con validità fino al (…)”.

Ma per effetto della Legge n.157 del 19 dicembre 2019, art.55-ter, la durata delle "Misure transitorie" previste dal DMn 33/2018, relativo ai prodotti fitosanitari per uso non professionale è stata prolungata di ulteriori 18 mesi (portando quindi l'utilizzabilità da 24 mesi a 42 mesi). 

Il termine del 2 maggio 2020 che figura nelle etichette dei prodotti consentiti, in via transitoria, per uso non professionale (PFnPO oppure PFnPE) è pertanto da intendersi automaticamente prorogato fino al 2 novembre 2021: salva dunque anche la vendita, dal momento che il Ministero ha chiarito che la presenza in commercio di tali prodotti anche successivamente al prossimo 2 maggio di prodotti che recano in etichetta il termine di validità, non costituirà dunque un illecito, fermo restando che l’etichetta sul prodotto in commercio dovrà essere conforme a quella pubblicata nella banca dati del Ministero della salute e consultabili immettendo il criterio di ricerca “Prodotti PFnPO” oppure “Prodotti PFnPE".

Le imprese devono provvedere all'aggiornamento dell’etichetta con inserimento della nuova data di validità, 2 novembre 2021, nell'ambito di eventuali successive procedure di modifica tecnica o amministrativa del prodotto che rendano necessaria la revisione dell’etichetta e la sua sostituzione.

martedì 24 marzo 2020

Fungicidi SDHI, appello al Parlamento europeo

Ci sono voluti più di due anni di intensa battaglia, in cui ci si è dovuto difendersi dalle campagne diffamatorie orchestrate dagli agrochimici, per far si che l'ANSES, l'autorità sanitaria francese, finalmente riconoscesse che gli scienziati dell'Inserm e CNRS avevano ragione sin dal loro primo allarme: i test di pericolosità necessari per autorizzare la vendita di pesticidi non sono più adatti alle modalità di azione ultra complesse di nuove sostanze e i fungicidi ad ampio spettro SDHI (di cui in Europa vengono vendute centinaia di migliaia di tonnellate, ad esempio per l'impiego in  colture come viti, grano duro, orzo, fragole, insalate e mele) sono pericolosi assassini di api e in alcuni casi presentano persino rischi per la salute umana che le agenzie sanitarie non sono ancora in grado di misurare!

Questa è una svolta particolarmente preoccupante:

>>> ottobre 2017: gli scienziati Pierre Rustin, Paule Bénit e i loro colleghi del CNRS, dell'Inserm e dell'INRA avvisarono l'agenzia sanitaria francese dei rischi indotti dall'uso massiccio di pesticidi SDHI.

Non appena specialisti in malattie mitocondriali (che colpiscono la catena respiratoria delle cellule) e ricercatori del Robert-Debré Hospital scoprirono l'esistenza di questi pesticidi utilizzati MASSIVAMENTE in campo agricolo per sbarazzarsi dei funghi, avvertirono immediatamente avvertito l'ANSES su due criticità principali:
  1. queste sostanze non risparmiano altri organismi: gli SDHI inibiscono la respirazione cellulare di tutti gli organismi viventi - i funghi che dovrebbero sradicare naturalmente, ma anche api, lombrichi ...e gli esseri umani, in cui potrebbero innescarsi alcune malattie neurologiche, miopatie e tumori.
  2. i test normativi che hanno permesso di immettere queste sostanze sul mercato - e molti altri attualmente in circolazione - presentano gravi carenze perchè non tengono conto delle modalità di azione degli SDHI (assenza di test di mitotossicità), né di un gran numero di potenziali conseguenze identificate dai ricercatori (come gli effetti sulle cellule fetali nell'utero della madre esposta, o malattie epigenetiche, interrompendo l'espressione del patrimonio genetico o riprogrammazione metabolica, ad esempio uno dei principali attori della trasformazione del tumore). Né hanno in programma di studiare l'esposizione cronica di api e altri impollinatori essenziali per la riproduzione delle piante e degli alimenti di cui ci nutriamo, nonostante l'enorme evoluzione delle conoscenze scientifiche in questo settore.

Nonostante la serietà dell'allerta e la reputazione dei ricercatori che hanno sottoposto queste argomentazioni, il silenzio dell'ANSES è durato più di 7 mesi - nessuna risposta, nessuna posizione ufficiale!

>>> 15 aprile 2018: i ricercatori sono costretti a lasciare la loro riserva scientifica e denunciare pubblicamente l'esistenza e le modalità di azione degli SDHI in un forum pubblicato sulla rivista Liberation - per costringere ANSES a reagire.

L'industria agrochimica, preoccupata per la loro attività, ha immediatamente aperto i firewall e coordinato una prima serie di attacchi contro i ricercatori e la loro reputazione attraverso la propria rete di media compiacenti e trolls su Internet.

È l'inizio di una battaglia a lungo termine, che vede contrapposti:

  • da un lato, le lobby agrochimiche che difendono i loro interessi economici e si nascondono dietro una "scienza regolatoria" che essi stessi hanno contribuito a plasmare per la commercializzazione delle proprie sostanze;
  • dall'altro, gli scienziati della ricerca pubblica francese che difendono l'obiettivo della salute pubblica e la protezione della biodiversità minacciata e che sostengono una riforma normativa urgente affinché i progressi scientifici che hanno scoperto siano presi in considerazione prima che centinaia di tonnellate di sostanze dannose per l'ambiente vengano diffuse!
  • nel mezzo, l'autorità sanitaria francese (ANSES), che decide, nonostante il buon senso, di concedere il beneficio del dubbio agli industriali e di mettere un interesse economico davanti all'interesse generale che dovrebbe comunque proteggere. .

>>> 14 giugno 2018 - Posta sotto i riflettori, l'ANSES decide di riunire un GECU (gruppo di esperti collettivi di emergenza) per analizzare l'allerta lanciata dai ricercatori, i quali vengono finalmente ricevuti presso la sede dell'ANSES per presentare i loro studi ma restano sbalorditi per l'atteggiamento sprezzante e risolutamente non scientifico dei membri del GECU: 4 tossicologi che non erano a conoscenza né dell'enzima succinato deidrogenasi (SDH) né dei suoi inibitori (SDHI), uno dei quali addirittura "esperto" direttamente collegato agli interessi dei produttori di fungicidi!

>>> 15 gennaio 2019: quindici mesi dopo, la GECU presenta il proprio rapporto: gli SDHI (i pesticidi più utilizzati in Europa!) “Non fanno parte delle famiglie chimiche analizzate (nei programmi di monitoraggio dei pesticidi in Francia ed Europa ) ... Nessun dato sul biomonitoraggio umano ... nessun dato disponibile sull'esposizione professionale in agricoltura ... In questa fase, non ci sono piani per aggiungerli al programma ... " [1]

>>> 3 giugno 2019 - i nostri amici dell'associazione POLLINIS, i ricercatori dell'Inserm e quelli del CNRS decidono di presentare ricorso al Parlamento europeo e di presentare una petizione ufficiale (n°0548/2019) per il ritiro immediato di tutte le sostanze fungicide della classe SDHI fino a quando studi indipendenti non abbiano valutato in modo trasparente i pericoli reali derivanti dall'uso di questi pesticidi [2]. La petizione è stata dichiarata ricevibile a novembre 2019: con l'aiuto di migliaia di europei verrà fatta pressione sui parlamentari affinché la adottino con urgenza, dando vita a una proposta legislativa che eliminerebbe rapidamente dal mercato europeo questi fungicidi estremamente pericolosi per le api e per gli altri impollinatori.

>>> 7 novembre 2019: un importante studio francese, che ANSES ha rifiutato di finanziare, viene reso possibile grazie alla mobilitazione e al sostegno finanziario dei membri di POLLINIS. [3]

I risultati hanno confermato le peggiori paure dei ricercatori: dopo aver esaminato 8 sostanze della famiglia SDHI, hanno dimostrato che TUTTI hanno avuto preoccupanti effetti negativi sulle cellule di api, lombrichi e umani ... ma anche peggio: 2 di questi, tra i più utilizzati, SONO ANCHE PIÙ EFFICIENTI per fermare la respirazione cellulare delle api - quindi per uccidere le api stesse! - esclusivamente per uccidere muffe e funghi sulle colture!

Questi risultati sono stati approvati dal CNRS e da 450 scienziati a livello internazionale [4] ma immediatamente sono stati attaccati dall'industria, che ha finanziato una campagna di video su Internet con il tentativo di screditare lo studio ...

>>> Nello stesso mese, la Commissione nazionale per l'etica e gli avvertimenti professionali in materia di salute pubblica e ambiente (cnDApse) ha convalidato l'allerta lanciata nel 2018 dai ricercatori, contraddicendo efficacemente ANSES.

>>> 23 gennaio 2020 - l'Assemblea nazionale e il Senato hanno deciso di approfondire l'argomento e intervistare i ricercatori e il direttore dell'ANSES. Quest'ultimo ha riconosciuto che i test di approvazione a livello europeo sono insufficienti, ma ha rifiuta di mettere in discussione la valutazione degli SDHI ... [5]

>>> 28 febbraio 2020 - Un mese dopo, il direttore dell'ANSES ha ammesso che i "test di tossicità mitocondriale" dovrebbero essere rafforzati ... [6]

... Ma tuttora queste sostanze molto diffamate sono ancora commercializzate e utilizzate nei campi!

È essenziale riformare urgentemente le procedure di registrazione che consentono a tali pesticidi tossici di essere registrati e diffusi in natura, in modo da prevedere test adattati alle modalità  d'azione specifiche per questi pesticidi!

Con il tuo aiuto, dobbiamo costringeremo i deputati europei a risolvere il problema: ti preghiamo di dedicare qualche minuto per fare pressione sui tuoi deputati facendo clic di seguito:


L'Europa rappresenta oltre un terzo del mercato globale degli SDHI, con un fatturato di quasi un miliardo di dollari nel 2018. Il mercato è così promettente che le aziende prevedono di raddoppiare questa cifra nei prossimi 5 anni . Il loro obiettivo: raggiungere un fatturato globale di 6,4 miliardi di dollari nel 2024 ...

Se i cittadini non si uniscono ora in un fronte unito e determinato per chiedere ai loro rappresentanti parlamentari un ritiro immediato di questi nuovi assassini di api nulla impedirà alle aziende di raddoppiare o addirittura triplicare le quantità di fungicidi SDHI venduti in Europa e rilasciati nei campi.

Il danno alle api domestiche e selvatiche, e a tutti gli ecosistemi, potrebbe essere catastrofico ...

... Per non parlare dell'impatto sulla salute di migliaia di persone, in particolare i bambini e quelli vulnerabili alle malattie mitocondriali. Per questi pazienti, i ricercatori descrivono l'SDHI come una "bomba a orologeria" ...

Gli SDHI sono ovunque nell'ambiente, fino all'acqua che beviamo e all'aria che respiriamo. E nei nostri piatti: il boscalid, l'SDHI più venduto, prodotto dall'agroindustriale BASF, si trova in metà dei campioni di fragole testati, 71% di insalate, 86% di muesli non biologici ... [7]  Ci sono tracce di SDHI nei capelli del 63% delle donne in gravidanza studiate e dei loro bambini dopo la nascita. In totale, circa 600 tonnellate di SDHI vengono scaricate ogni anno nei campi francesi e migliaia di tonnellate in tutta Europa.

Gli scienziati avvertono: "È pazzesco usare i pesticidi SDHI in modo massiccio. Li abbiamo testati in laboratorio, uccidono l'enzima di lombrichi, api e anche umani, con conseguenze potenzialmente catastrofiche per l'ambiente e la salute ", avverte il professor Pierre Rustin, direttore presso il CNRS e Inserm, specialista in istiopatologia e terapia delle malattie mitocondriali presso l'ospedale Robert-Debré.

Cerchiamo di fermare il massacro prima che sia troppo tardi: chiedete ai vostri deputati il ​ritiro immediato dei fungicidi assassini delle api e la rivalutazione di questi pesticidi con test appropriati.

venerdì 17 gennaio 2020

Biomasse legnose, la pericolosità per la salute

Una ricerca pubblicata sul Lancet, estesa a livello mondiale negli ambienti urbani e rurali, ha stimato in circa 4,2 milioni ogni anno le morti premature dovute all’inquinamento atmosferico, principalmente a causa del PM2,5. Secondo gli autori, la maggior parte delle morti premature avvengono in Asia (soprattutto in India e Cina) e sono dovute all’inquinamento causato dalla combustione di residui fossili (carbone); tuttavia, vi sono importanti emissioni dannose anche negli Stati Uniti e in Europa, soprattutto a causa del traffico veicolare, della produzione energetica e industriale e delle attività agricole.
 
A settembre 2019, il dott. Ugo Corrieri, Coordinatore di ISDE-Medici per l'Ambiente per il Centro Italia, ha pubblicato sulla prestigiosa rivista Epidemiologia e Prevenzione lo studio "Le biomasse legnose non sono vere energie rinnovabili e il loro uso causa gravi effetti sulla salute": basandosi essenzialmente su dati ufficiali forniti dall’Agenzia ambientale europea (EEA), dall’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (ISPRA) e dal Gestore servizi energetici (GSE, società integralmente controllata dal Ministero italiano dell’economia), lo studio ha inteso mostrare come in Italia sia grande l’impatto sulla salute della popolazione dovuto alle emissioni di PM2,5 da parte della combustione di tutte le biomasse legnose, e come una parte non trascurabile di questo impatto sia dovuta alle centrali a biomasse incentivate con denaro pubblico per la produzione di energia elettrica. Si analizzano, inoltre, altri problemi che le biomasse causano all’ambiente e alla salute umana.

Ringraziamo il dott. Ugo Corrieri per averci inviato il seguente prezioso stralcio del suo studio (che ci sentiamo di condividere in toto), autorizzandoci alla divulgazione dello stesso:


1) le Biomasse sono gravemente climalteranti: per ogni kW ora di elettricità prodotta con biomasse legnose viene emessa 1,5 volte la CO2 emessa col carbone e 3 volte la CO2 emessa con gas naturale. Tale CO2 viene emessa in pochi secondi bruciando un albero di 100 anni e occorreranno altri 100 anni perché un nuovo albero (sempre che venga piantato!), crescendo, la assorba. E noi questo tempo non lo abbiamo: proseguendo con questo aumento, tra 100 anni le emissioni di CO2 avranno reso impossibile la vita umana sulla terra. Soprattutto, secondo il rapporto dell’8.10.2018, redatto a Incheon (Corea del Sud) dall’Intergovernmental Panel for Climate Change, IPCC (Gruppo Intergovernativo di esperti sul cambiamento climatico), frutto di due anni di lavoro di 91 ricercatori di 44 paesi che hanno esaminato 6.000 studi e valutato 42.000 dichiarazioni di colleghi e governi, il riscaldamento globale supererà la soglia di +1,5 gradi nel 2030. Quindi sono disponibili solo pochi anni per invertire la tendenza e per diminuire significativamente le quantità di CO2 emesse in atmosfera non dobbiamo più bruciare combustibili fossili, e in primo luogo le biomasse legnose, che ne emettono più degli altri!
Oltre alle emissioni dirette della combustione, vi sono ulteriori importanti emissioni dovute al taglio e trasporto a distanza delle biomasse.
Infine, gli accordi internazionali prevedono che la biomassa importata per la combustione non venga conteggiata nel bilancio delle emissioni del paese importatore e ciò aggrava notevolmente il bilancio effettivo della CO2 emessa dalle nostre centrali.

2) soprattutto, le biomasse uccidono circa 20.000 italiani ogni anno. Il calcolo è semplice e preciso: l’Agenzia Ambientale Europea-EEA (Air Quality in Europe, Report 2018) attribuisce all’Italia (dati riferiti al 2015) 60600 morti precoci ogni anno per il PM2,5 atmosferico. Secondo ISPRA, circa la metà del PM2,5 è secondario e circa la metà è primario emissivo e sempre secondo ISPRA oltre il 68% del PM2,5 primario emissivo è emesso dalla combustione di tutte le biomasse solide (dalle stufe alle centrali). Le biomasse, quindi, causano con certezza circa 20.000 morti precoci ogni anno. Ci sono poi malattie e morti in più, difficili da stimare come numero, dovute alle emissioni di diossina e furani, mercurio, arsenico, IPA ecc. che vengono emessi bruciando legno. Una parte di queste morti precoci sono dovute alle emissioni di PM2,5 delle centrali a biomasse direttamente incentivate con denaro pubblico dal GSE (causando come minimo circa 1500 morti/anno), ma di fatto tutta la combustione del legno viene incentivata in vari modi (IVA agevolata ecc.) e ciò è assolutamente inammissibile. I dati sono costanti: ad esempio, l’Air Quality in Europe, Report 2019, da poco uscito, certifica una lieve diminuzione, cioè 58600 morti precoci/anno in Italia per PM2,5 (dati riferiti al 2016), ma ISPRA, che è avanti un anno rispetto all’EEA, nel suo “Inventario nazionale delle emissioni in atmosfera 1990-2017, Informative Inventory Report 2019”, anch’esso da poco uscito, certifica che nel 2017 vi è stato un aumento del PM2,5 emissivo in atmosfera, totalmente dovuto alle emissioni delle biomasse, che sono incrementate del 9,4% ripeto al 2016, e di conseguenza si può prevedere che le morti precoci stimate per il PM2,5, nel prossimo Report EEA che sarà riferito al 2017, nuovamente per l’Italia aumenteranno.
Non è ammissibile che per le pressioni delle “lobby del legno”, cioè di AIEL (le industrie che producono plettes, caldaie, centrali a Biomasse ecc.) e degli Agronomi che traggono lauti guadagni dai progetti di taglio degli alberi, lo Stato Italiano debba incentivare la combustione del legno che uccide, dati alla mano, ogni anno oltre 20.000 suoi cittadini: quando ad esempio l’uso del gas naturale, che produce 2.000 volte meno pm2,5, produrrebbe 2.000 volte meno morti precoci, cioè 10 (dieci) morti/anno anziché ventimila!
Ed è parimenti inammissibile che la Società pubblica partecipata “Ricerca Sistema Energetico, RSE S.p.A.”, in data 25/11/2019 su un dossier concernente “Energia delle Biomasse legnose” possa impunemente sostenere tesi opposte alle concordi evidenze scientifiche affermando a) che le emissioni di CO2 delle biomasse siano “del tutto equivalenti al fotovoltaico (clamoroso falso, come vedasi sopra); b) che le emissioni di particolato siano drasticamente ridotte dai filtri a maniche (è vero l’opposto: ISPRA, nell’Italian Emission Inventory 1990-2017: Informative Inventory Report 2019 riferito alle emissioni 2017, da poco pubblicato, mostra come nel settore M2, composto al 99% dalla combustione di tutte le biomasse legnose, le emissioni di PM2,5 siano aumentate di quasi il 10% rispetto al 2016 e direttamente, sempre ISPRA ha comunicato come il fattore di emissione attuale delle biomasse legnose sia 388 g di PM2,5 per ogni Gj di energia prodotto (312g/Gj le centrali a biomasse), a conferma del fatto, anch’esso scientificamente verificato, che le dimensioni delle polveri sottili emesse dal legno siano dell’ordine della nanoparticelle (diametro dell’elica del DNA), che nessun filtro è in grado di trattenere. Non è possibile che interessi economici debbano portare ad affermazioni false da parte di società partecipate dallo Stato, tacendo inammissibili rischi per la vita delle persone!

3) Senza incentivi, produrre energie da biomasse può essere antieconomico e l’energia utilizzata può addirittura superare l’energia prodotta! Lo dimostrano vari studi che riporto nel mio articolo allegato.

4) Le biomasse comportano rischi di incendi e di infiltrazioni mafiose. Secondo il Procuratore di Cosenza Mario Spagnuolo e il Capo della Protezione civile regionale calabrese Carlo Tansi (Avvenire.it del 9.8.2017), dietro gli incendi nel Parco della Sila ci sono aziende forestali, che riforniscono di legname le centrali elettriche a biomasse: gli alberi bruciati mantengono un 70% di potere calorico e vengono cippati e bruciati nelle centrali, mentre senza incendi, essendo in un Parco nazionale, nessuno avrebbe potuto toccarli.

5) Le biomasse sono responsabili del taglio generalizzato degli alberi. Stanno causando la distruzione delle nostre foreste e delle alberature delle nostre città. Il consumo italiano di biomasse forestali vergini, secondo GSE (2017), tra elettrico e termico è circa 52 Mton/anno mentre secondo ENEA (2017) disporremo “solo” di 26 Mton/anno di biomasse vergini: la metà! Per mantenere accese le centrali stiamo deforestando e tagliando alberi dappertutto con le più varie motivazioni, ovviamente surrettizie…

6) Cominciamo ad avere anche evidenze scientifiche dirette di danni alla salute: danni respiratori, neurotossici e aumento del rischio cancerogeno sono mostrati nei lavoratori e negli abitanti vicino alle centrali a biomasse da vari studi scientifici, che riporto nel mio articolo allegato.

martedì 26 novembre 2019

Magliano Romano, i GRE in audizione presso la Regione


Un momento dell'intervento di Tullio Carbonetti (GRE)
Convocata dal Presidente della X Commissione consiliare della Regione Lazio, Marco Cacciatore, si è tenuta questa mattina una partecipata audizione sulla Discarica di Magliano Romano. 

Oltre al Sindaco di Magliano Romano Francesco Mancini, i Gruppi Ricerca Ecologica Lazio e le altre associazioni ricorrenti al TAR, sono intervenuti i sindaci di Castelnuovo di Porto e Riano, oltre ad un comitato di Albano che da anni si batte contro l’inceneritore sito nel Comune.

Sia l’esaustiva prefazione del Presidente Cacciatore, che gli interventi del Sindaco di Magliano Romano, e di quelli di Riano e Castelnuovo hanno potuto evidenziare come i comuni vivano da anni nell’incertezza amministrativa di procedimenti autorizzativi infiniti, anche dove le condizioni sembrano evidenziare l’impossibilità di un esito positivo.

L’associazione Ecologica  Monti Sabatini ha riassunto, per voce del nuovo Presidente, l’Ingegner Amendolea quanto avvenuto fino ad oggi, mentre i Gruppi Ricerca Ecologica Lazio (rappresentati dal vicepresidente Tullio Carbonetti) ed il Comitato No discarica hanno sottolineato come la Regione Lazio sia stata sia commissariata dal Ministero dell’Ambiente, quanto costretta più volte al risarcimento delle spese di giudizio.

Una condizione che l’Assessorato si è impegnato a considerare con ulteriore attenzione, vista l’imminente chiusura della Conferenza dei Servizi in attesa degli ultimi 3 pareri.

Hanno chiuso la seduta gli interventi del Consigliere Daniele Giannini, che ha richiesto una moratoria sulle nuove autorizzazioni, e specialmente di quelle richieste da privati,  nelle more dell’approvazione del Piano Rifiuti regionale mentre il Consigliere Emiliano Minnucci ha comunicato l’imminente trattazione del Piano Rifiuti presso la competente commissione

mercoledì 20 novembre 2019

MinSalute: ancora una proroga per deltametrina ed altri veleni

Prendiamo atto che cambiano i Governi, cambiano i ministri, ma l'atteggiamento nei confronti dei pesticidi è sempre lo stesso.

Il Ministero della Salute ha infatti recepito la proroga dei prodotti contenenti le sostanze attive indicate nel regolamento di esecuzione (UE) n. 540/2011 della Commissione, ovvero le sostanze attive approvate o considerate approvate ai sensi del regolamento (CE) n.1107/2009 del Parlamento europeo e del Consiglio relativo all’immissione sul mercato dei prodotti fitosanitari, con l’indicazione del periodo di approvazione per ciascuna di esse.

Con il regolamento (UE) n. 2019/1589, il periodo di approvazione delle sostanze attive deltametrina, beta-ciflutrin, flufenacet, fostiazato, clorotoluron, cipermetrina, daminozide, tiofanato metile, MCPA, MCPB, indoxacarb, prosulfocarb, fludioxonil e clomazone è stato prorogato al 31 ottobre 2020.

Lo stesso regolamento prevede la proroga al 30 novembre 2020 del periodo di approvazione per la sostanza attiva tritosulfuron ed al 31 dicembre 2020 quello delle seguenti sostanze attive: amidosulfuron, nicosulfuron, clofentezina, dicamba, difenoconazolo, diflubenzurone, lenacil, icloram, piriprossifen, bifenox, diflufenican, fenoxaprop-P, fenpropidin e triflusulfuron.




* ISPRA - Monitoraggio nazionale dei pesticidi nelle acque, 2017
** Banca dati della Commissione Europea



Sostanza attiva
Nuova data di scadenza
Uso autorizzabile
Classificazione di pericolo*
Interferente  endocrino
Priorità acque*
Pericolosità
amidosulfuron
31/12/2020
erbicida
Pericoloso per l’ambiente acquatico, acuto 1
Pericoloso per l’ambiente acquatico, cronico 1

SI
5
beta-ciflutrin
31/10/2020
insetticida




bifenox
31/12/2020
erbicida
NC

NO
0
cipermetrina
31/10/2020
insetticida
Tossicità acuta 4
Tossicità specifica per organi bersaglio 3
Pericoloso per l’ambiente acquatico, acuto 1
Pericoloso per l’ambiente acquatico, cronico 1
Irritazione cutanea 2
Skin Sens. 1
Categoria 2
NO
MAX
clofentezina
31/12/2020
acaricida

Categoria 3b


clomazone
31/10/2020
erbicida
NC

SI
0
clorotoluron
31/10/2020
erbicida
Carcinogeno 2
Tossicità per la riproduzione 2
Pericoloso per l’ambiente acquatico, acuto 1
Pericoloso per l’ambiente acquatico, cronico 1

SI
4,8
daminozide
31/10/2020
regolatore di crescita nelle colture non commestibili
NC

SI
0
Deltametrina
31/10/2020
insetticida
Tossicità acuta 3
Pericoloso per l’ambiente acquatico, acuto 1
Pericoloso per l’ambiente acquatico, cronico 1
Categoria 1
NO
MAX
dicamba
31/12/2020
erbicida
Tossicità acuta 4
Dannosità oculare 1
Pericoloso per l’ambiente acquatico, cronico 3

SI
1
difenoconazolo
31/12/2020
fungicida
NC
Categoria 3b
SI
0
diflubenzurone
31/12/2020
insetticida
NC

SI
0
diflufenican
31/12/2020
erbicida
Pericoloso per l’ambiente acquatico, cronico 3

NO
1
fenoxaprop-P
31/12/2020
erbicida
Tossicità specifica per organi bersaglio 2
Sensibilizzazione cutanea 1
Pericoloso per l’ambiente acquatico, acuto 1
Pericoloso per l’ambiente acquatico, cronico 1

NO
4,2
fenpropidin
31/12/2020
fungicida
NC

SI
0
Fludioxonil
31/10/2020
fungicida
NC

SI
0
flufenacet
31/10/2020
erbicida
Tossicità acuta 4
Tossicità specifica per organi bersaglio 2
Sensibilizzazione cutanea 1
Pericoloso per l’ambiente acquatico, acuto 1
Pericoloso per l’ambiente acquatico, cronico 1

SI
6,2
fostiazato
31/10/2020
insetticida o nematocida
Tossicità acuta 3 – 4
Sensibilizzazione cutanea 1
Pericoloso per l’ambiente acquatico, acuto 1
Pericoloso per l’ambiente acquatico, cronico 1

SI
3
Indoxacarb
31/10/2020
insetticida
NC

NO
0
lenacil
31/12/2020
erbicida
NC

SI
0
MCPA
31/10/2020
erbicida
Tossicità acuta 4
Irritazione cutanea 2
Dannosità ocualre 1
Pericoloso per l’ambiente acquatico, acuto 1
Pericoloso per l’ambiente acquatico, cronico 1

SI
3
MCPB
31/10/2020
erbicida
NC



nicosulfuron
31/12/2020
erbicida
NC

SI
0
picloram
31/12/2020
erbicida
NC
Categoria 1
SI
MAX
piriprossifen
31/12/2020
insetticida
NC



Prosulfocarb
31/10/2020
erbicida
NC



tiofanato metile
31/10/2020
fungicida
Mutageno 2
Tossicità acuta 4
Sensibilizzazione cutanea 1
Pericoloso per l’ambiente acquatico, acuto 1
Pericoloso per l’ambiente acquatico, cronico 1

SI
4,8
triflusulfuron
31/12/2020
erbicida
Pericoloso per l’ambiente acquatico, acuto 1
Pericoloso per l’ambiente acquatico, cronico 1

SI
0
tritosulfuron
30/11/2020
erbicida
Sensibilizzazione cutanea 1
Pericoloso per l’ambiente acquatico, acuto 1
Pericoloso per l’ambiente acquatico, cronico 1

SI
4