Horizontal Popup Menù with Images
consigli e idee dalla rete news dalle Istituzioni aree protette energie in circolo
Visualizzazione post con etichetta ispra. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta ispra. Mostra tutti i post

giovedì 11 giugno 2020

Tevere, ancora ignota la causa della moria di pesci

Lo scorso 1 giugno, a seguito delle segnalazioni della Polizia di Stato e dalla Polizia di Roma Capitale per la presenza di molte carcasse di pesci, il personale dell’ARPA Lazio è intervenuto assieme al personale della ASL RM1 ed ha effettuato un campionamento di acque superficiali nei pressi di ponte Vittorio Emanuele sul fiume Tevere.

Nel corso del sopralluogo è stata riscontrata la presenza nel punto di campionamento di circa una settantina di carcasse tutte di taglia medio grande, dai 40 ai 130 cm circa e comprendenti le famiglie dei Ciprinidi, Mugilidi e Siluridi.

Le specie presenti riconosciute sono state in ordine di abbondanza:
  • Barbus barbus – Barbo europeo
  • Liza sp. – Presumibilmente Cefalo calamita
  • Squalius squalus – Cavedano
  • Silurus glanis - Siluro
  • Bramis brama – Abramide comune
  • Cyprinus carpio – Carpa
  • Carassius sp. – Carassio
Al momento del sopralluogo e del campionamento nell'alveo del Tevere erano presenti numerosi esemplari vivi di piccole dimensioni e le misure dei principali parametri chimico-fisici rilevabili in campo con sonda multiparametrica hanno mostrato una situazione normale.


Si è avuta notizia di un evento meteorico intenso che avrebbe interessato la zona di Roma Nord e, pertanto, come prima ipotesi del fenomeno si è ipotizzato che le acque piovane avessero potuto dilavare il materiale particolato, ricco di sostanza organica degradabile, accumulato nel letto di fossi e sulle superfici e convogliato in tempi piuttosto rapidi la massa degradabile nel fiume, che, subendo una rapida degradazione, avrebbe potuto consumare l’ossigeno disciolto nelle acque. In queste condizioni le morie di pesci possono avvenire sia per “anossia” che per l’ostruzione meccanica delle branchie dovuta alla presenza di sostanze colloidali provenienti dal repentino dilavamento dei terreni circostanti: un evento acuto e di breve durata i cui effetti potevano essere rapidamente rientrati.

Nella tabella seguente sono riportati i risultati delle analisi chimiche di base eseguite sul campione prelevato il 1° giugno e su quello prelevato successivamente l’8 giugno:


L’area di campionamento ricade all'interno della rete di monitoraggio delle acque superficiali che ARPA Lazio esegue ai sensi del D. Lgs. 152/06, che prevede nel tratto urbano del fiume Tevere due punti di campionamento e nello specifico l’F4.06 Ripetta (circa 1 Km a monte del punto campionato) e l’F4.62 Marina di Roma (circa 25 Km a valle del punto campionato). Pertanto, per una valutazione più significativa dei dati rilevati nei campionamenti effettuati è stato ritenuto utile effettuare un confronto con la serie di risultati ottenuti nel 2019 presso le stazioni anzidette: da tale confronto è emerso un modesto innalzamento dei principali indicatori microbiologici di contaminazione fecale e un lieve aumento di Fosforo Totale e Ortofosfato mentre per gli altri parametri di base non si evidenziano alterazioni significative.

Inoltre, sui campioni prelevati a seguito dell’evento, sono stati eseguiti, oltre alle analisi di base, esami approfonditi sulla possibile presenza residua di altre sostanze.

Per quanto riguarda la presenza di sostanze potenzialmente tossiche per la fauna ittica, le analisi hanno evidenziato la presenza di Cipermetrina, in concentrazioni maggiori (0.014 μg/l) rispetto a dati medi dei monitoraggi periodici che l’Agenzia svolge sul fiume Tevere, nonché la presenza di un altro fitofarmaco: il Clothianidin.

La CIPERMETRINA è un insetticida universale usata da alcuni Comuni per la profilassi antizanzara nelle caditoie stradali, ma anche nelle irrorazioni mediante atomizzazione, nonché contro numerosi insetti infestanti le coltivazioni. Ma la Cipermetrina è tossica per i pesci: in test di laboratorio LC50 96-h (concentrazione letale per il 50% degli organismi esposti dopo 96 h di esposizione) è generalmente nell'intervallo di 0,7-350 μg/l. La tossicità acuta su Trota iridea (LC50) è in media 0, 82 mg/l (dati ISPRA – Quaderni 10/2015).


L’altro fitofarmaco riscontrato a seguito del campionamento del 1° giugno è il CLOTHIANIDIN (0.67 μg/l). Appartiene al un gruppo dei neo-nicotinoidi, il cui utilizzo comprende la concia delle sementi di mais, del cotone, della colza, della bietola e del girasole, trattamenti fogliari di molti fruttiferi e di piante ornamentali e trattamenti granulari al terreno. Il prodotto è altamente tossico per le api. Pertanto ne è stato definitivamente vietato l’uso dalla fine del 2018.

Il Clothianidin non è facilmente biodegradabile. Può permanere legato ai sedimenti e quindi può essere considerato persistente nei sistemi acquatici, ove comunque mostrerebbe scarso potenziale di accumulo negli organismi; ha una tossicità verso i pesci più bassa della Cipermetrina (LC50 96h > 100 mg/L).

La concentrazione rilevata nel campionamento del 1° giugno, risultata pari a 0.67 μg/l, può essere confrontata con la seguente tabella (fonte Regulation (EU) No 528/2012 concerning the making available on the market and use of biocidal products):



La presenza di tali sostanze non consente di escludere cause tossiche dovute a fenomeni temporanei e localizzati di contaminazione. Per questo motivo Arpa Lazio ha avviato un approfondimento in collaborazione con l’Istituto Zooprofilattico Sperimentale del Lazio e della Toscana, al fine di incrociare i dati analitici riscontrati nelle acque con quelli che sono in corso di determinazione sugli esemplari delle carcasse dei pesci campionate nel fiume.

L’Agenzia ha inoltre effettuato ulteriori campionamenti delle acque fluviali al fine di seguire l’evoluzione del fenomeno. I dati fin qui analizzati tuttavia non forniscono ancora indicazioni chiare sulle possibili cause della moria di pesci rilevata e valutazioni più complete si potranno effettuare solo alla conclusione delle analisi ancora in corso, che prevedono i seguenti parametri: 
  • BOD5
  • Metalli
  • IPA
  • Solventi
  • Pesticidi
Vi terremo aggiornati!

sabato 2 maggio 2020

Acque di balneazione, i limiti dei controlli effettuati dall'ARPA Lazio

In attesa che partano i campionamenti pre-stagionali per il monitoraggio 2020 delle acque di balneazione (attività sospesa anche nel Lazio a seguito di una comunicazione del Ministero della Salute che ha subordinato l'inizio di tali attività all'evolversi della pandemia e alle disposizioni del governo riguardanti le attività ludiche e sportive da svolgere all'aperto), il report 2019 dell'ARPA fa il punto sulla situazione nel Lazio ma fa anche sorgere numerose perplessità sulla completezza degli indicatori che la normativa comunitaria richiede di misurare affinché venga valutata la qualità delle acque ai fini della loro balneabilità.

Le attività di sopralluogo, campionamento ed analisi ai fini del monitoraggio della balneazione vengono condotte ai sensi del Decreto legislativo 116/2008, del Decreto Attuativo Interministeriale del 30 marzo 2010 modificato dal Decreto del Ministero della Salute del 19 aprile 2018 e - nel nostro territorio per il 2019 - del Decreto del Presidente della Regione Lazio del 29 aprile 2019 n. T00105. Ma a monte di tutte queste norme c'è la Direttiva 2006/7/CE, la quale stabilisce disposizioni in materia di:
  • monitoraggio e classificazione della qualità delle acque di balneazione;
  • gestione della qualità delle acque di balneazione;
  • informazione al pubblico in merito alla qualità delle acque di balneazione.

Tale direttiva, recepita dall'Italia con il D.lgs n.116 del 30 maggio 2008, avrebbe dovuto essere finalizzata al raggiungimento, sulla base di standard comuni a tutti i Paesi, di una buona qualità delle acque di balneazione ed un livello di protezione elevato nella Comunità. Si applica a qualsiasi parte di acque superficiali nella quale l'autorità competente prevede che un congruo numero di persone pratichi la balneazione e non ha imposto un divieto permanente di balneazione, né emesso un avviso che sconsiglia permanentemente la balneazione. I controlli devono avvenire almeno ogni 4 settimane durante la stagione balneare, secondo un calendario prestabilito, per un numero minimo di 4 campioni all'anno per punto di prelievo.

Ai fini di sorvegliare e valutare la qualità delle acque di balneazione nonché della loro classificazione, mentre la precedente Direttiva 76/160/CEE dell'8 dicembre 1975 individuava ben 19 parametri di analisi (ma anche una maggiore frequenza di campionamento), la Direttiva 2006/7/CE fissa solo due parametri di analisi ritenuti più specifici come indicatori di contaminazione fecale: l'enterococchi intestinali e l'escherischia coli. Possono inoltre essere presi in considerazione altri parametri, come la presenza di cianobatteri o di microalghe.

Ma quali erano i 19 parametri di valutazione della qualità delle acque marine di balneazione previsti in precedenza? La Direttiva 76/160/CEE prevedeva parametri di analisi microbiologici, fisico - chimici nonché la ricerca di altre sostanze ritenute fonti di inquinamento:

Microbiologici:
  • Coliformi totali 
  • Coliformi fecali 
  • Streptococchi 
  • Salmonelle 
  • Enterovirus PFU / 10 l  

Fisico-chimici:
  • pH
  • Colorazione 
  • Oli minerali 
  • Sostanze tensioattive che reagiscono al blu di metilene 
  • Fenoli ( indici fenoli ) mg/l C2H2OH 
  • Trasparenza m  
  •  Ossigeno % disciolto saturazione O2 
  • Residui bituminosi e materiale galleggiante come legno, plastica, bottiglie, recipienti di vetro, plastica, gomma o di qualsiasi altra materia 
  • Ammoniaca mg/l NH2 
  • Azoto Kjeldahl mg/l N 

Altre sostanze considerate come indici di inquinamento:
  • Antiparassitari mg/l ( paration , HCH , dieldrina ) 
  • Metalli pesanti quali: Arsenico mg/l AS, Cadmio CD, Cromo IV Cr VI, Piombo Pb, Mercurio Hg
  • Cianuri mg/l CN
  • Nitrati e fosfati mg/l NO2 PO2 

Eppure quanta ipocrisia c'era nelle premesse della Direttiva 2006/7/CE: "(14) ... la qualità complessiva delle acque di balneazione è migliorata sensibilmente da quando è entrata in vigore la direttiva 76/160/CEE. Detta direttiva rispecchia, tuttavia, lo stato delle conoscenze e delle esperienze dei primi anni settanta. Da allora le modalità d'uso delle acque sono cambiate, così come sono evolute le conoscenze scientifiche e tecniche. Detta direttiva dovrebbe pertanto essere abrogata". Ma anche laddove si dice: "2. La presente direttiva è finalizzata a preservare, proteggere e migliorare la qualità dell'ambiente e a proteggere la salute umana integrando la direttiva 2000/60/CE" (mentre, invece, la Direttiva 2000/60/CE che istituisce un quadro per l'azione comunitaria in materia di acque persegue il raggiungimento del migliore stato ecologico e chimico possibile).

Mentre quindi in passato l'esame delle acque di balneazione era sicuramente più completo, attualmente oltre ai due parametri microbiologici (Escherichia coli ed Enterococchi intestinali) la normativa ne prevede altri, quali la proliferazione di cianobatteri, macro-alghe, fitoplancton, e la presenza di residui bituminosi, vetro, plastica, gomma o altri rifiuti, che non vengono considerati ai fini della classificazione, ma sono tenuti in considerazione in quanto, qualora giungano a rappresentare un rischio per la salute, fanno scattare misure di gestione atte a prevenirne l'esposizione, inclusa un´adeguata informazione ai cittadini.

A nostro avviso, limitare la valutazione della qualità delle acque di balneazione ai risultati di solo due parametri microbiologici e conseguentemente basare solo su di essi la classificazione delle acque (le categorie di qualità sono: scarsa, sufficiente, buona o eccellente) espone i bagnanti e la loro salute a potenziali rischi dovute all'esposizione con gli inquinanti non ricercati, falsa la percezione della qualità reale delle acque ed influisce negativamente sull'adozione di misure di mitigazione dell'inquinamento da parte degli amministratori.

L'Escherichia coli e gli Enterococchi intestinali sono comunque due indicatori di contaminazione fecale di provata rilevanza sanitaria: in genere non causano direttamente disturbi (specificamente di tipo gastro-intestinale), ma sono buoni indicatori della presenza di patogeni (virus, protozoi, batteri) nelle acque. Si tende a ricercare i batteri indicatori anziché i singoli agenti patogeni potenzialmente presenti nell'ambiente a causa del rilevante numero di quest´ultimi, la loro diversa natura e metodi di ricerca più impegnativi che renderebbero molto più lunga e laboriosa la diagnosi di laboratorio. Il loro ritrovamento segnala la presenza di inquinamento fecale di provenienza da reflui umani (scarichi fognari) o da allevamenti di animali riversati direttamente nei fiumi, nei laghi o nelle falde acquifere, o dalle acque di dilavamento del territorio in occasione delle piogge.

Nel Lazio, dal punto di vista microbiologico lo stato di qualità delle aree di balneazione per la stagione 2019 non ha mostrato criticità eccetto alcuni superamenti riconducibili principalmente ad eventi di inquinamento di breve durata (Relazione annuale 2019 dell'ARPA). 

La fioritura di alghe potenzialmente tossiche (ed in particolare di Ostreopsis cf. ovata, dovuta alla presenza in acqua di azoto e fosforo apportati al mare dai fiumi, al ristagno di acqua, o alla mancanza di correnti, o per la costruzioni di pennelli a difesa della costa, o all'aumento di temperatura già da 22-23 °C) è invece stata rilevata, come negli anni precedenti, in tutte le stazioni monitorate lungo la costa laziale, con concentrazioni elevate a Civitavecchia, Santa Marinella e Formia: l'intossicazione di tale alga genera "sindrome influenzali", con irritazione aspecifica sulle mucose respiratorie e congiuntivali e conseguente irritazione congiuntivale, rinorrea (raffreddore), difficoltà respiratorie (tosse, respiro sibilante, broncospasmo con moderata dispnea) e febbre. 

La proliferazione di cianobatteri potenzialmente produttori di tossine è particolarmente elevata e dominante nel lago di Vico (P.. rubescens; L. redekei; Aphanizomenon sp.) e nel lago Albano (P. rubescens; Aphanizomenon sp.; Anabaena sp.), confermata anche dalla presenza periodica di schiume e addensati algali rilevabile anche visivamente, al punto che è stato necessario vietare la balneazione: anche i cianobatteri sono dovuti alla forte presenza nei bacini di azoto e fosforo causati dallo sversamento di detergenti e pesticidi. L'esposizione - in primis per via orale, ma anche cutanea o inalatoria - alle tossine che possono generare (raggruppabili a seconda degli effetti che producono in: epatotossine, citotossine, neurotossine e tossine irratitive) è particolarmente pericolosa per l'uomo e potrebbe dar luogo ad effetti acuti.



mercoledì 29 aprile 2020

Cinghiali, cosa sta succedendo senza l'uomo in giro

Parco di Veio
Dovunque, nel Lazio, si segnala la presenza di ungulati, e soprattutto cinghiali, in zone dove solo molto raramente erano stati avvistati: le misure contenitive dell'epidemia da Covid-19 hanno reso sporadica la presenza nell'uomo anche in aree rurali, e così la natura si sta riprendendo i propri spazi a dispetto dei cambiamenti di copertura ed uso del suolo (che sono le alterazioni uomo mediate più importanti della superficie terrestre).

Nella foto qui a sinistra, ad esempio, ci troviamo in zona Sorbo, a Formello: in pieno giorno una nutrita famiglia di cinghiali "si mostra" relativamente vicino alla strada. Sebbene nel territorio del Parco di Veio i cinghiali siano tutt'altro che rari, un avvistamento di questo tipo è stato ritenuto estremamente rilevatorio della sicurezza acquisita anche da questi ungulati che solitamente durante il giorno sono soliti tenersi ben a distanza dalle radure.

Il video qui sotto, invece, ci giunge da una zona dei Monti Tiburtini immediatamente a ridosso dell'abitato di Tivoli: qui gli avvistamenti di cinghiali anche nell'abitato periferico non sono rari, però da marzo si segnala una presenza significativamente maggiore.


In Italia il cinghiale (Sus scrofa L.) è l'ungulato selvatico più consistente ed ampiamente distribuito (con circa 700.000 unità), presente su oltre il 65% del territorio nazionale: proprio in virtù della sua presenza diffusa e consistente, della sua plasticità ecologica e dell'opportunismo alimentare (al punto che si parla di "inurbimento" [1] ) è ritenuto la specie maggiormente responsabile del danno economico al comparto produttivo agro-zootecnico-forestale, per non parlare degli incidenti stradali e delle predazioni. Secondo l'Arsial, nel Lazio l'areale di distribuzione si è quintuplicato rispetto agli
anni '50 e risulta presente in oltre il 62% del territorio regionale: la presenza non è stata ovviamente accertata ai laghi ed alle aree fortemente antropizzate (sia in termini di edificato che di agricoltura intensiva).

Ma quali sono i motivi di quello che appare a tutti gli effetti uno squilibrio? Sicuramente una serie di concause: 
  • i processi di riforestazione delle aree marginali con un incremento di superfici che rientrano nell'optimum ecologico [2];
  • i cambiamenti nelle pratiche di gestione forestale [3] e territoriale [4]; 
  • i cambiamenti climatici [5]; 
  • i limiti spaziali e temporali all'attività venatoria [6]; 
  • l'assenza di gestione attiva all'interno delle aree protette di cui alla L.394/91 e nel Lazio L.R. 29/97;
  • l'immissione illegale di soggetti provenienti dall'Europa centro-orientale [7] che si sono incrociati con il maiale domestico [8];
  • il foraggiamento artificiale (operato illegittimamente dalle squadre di caccia per limitare l'erratismo dei cinghiali e legarli alle zone di caccia assegnate) e dissuasivo (per prevenire i danni all'agricoltura;
  • la formazione di cosiddette zone di rifugio, come aree protette o comunque non gestite [9];
  • la mancanza di predatori naturali.
Tale esplosione della diffusione comporta un rilevante rischio ecologico rispetto a diverse specie segnalate nei SIC-ZPS del Lazio: anfibi e rettili (All. 2 Dir Habitat); invertebrati (All. 2 Dir Habitat); uccelli nidificanti a terra o in sua prossimità (All. I Dir Uccelli); lepre italica; e finanche orso bruno marsicano.

A tali criticità di aggiungono l'incombente peste suina africana (una malattia virale che colpisce suini e cinghiali: altamente contagiosa e spesso letale per gli animali, non è, invece, trasmissibile agli esseri umani) e già due casi di ritrovamento di larve di Trichinella in cinghiali abbattuti a caccia ad Atina (in provincia di Frosinone) e Monte San Biagio (in provincia di Latina), segnalate dall'Istituto Zooprofilattico Sperimentale del Lazio e della Toscana (la Trichinellosi è una zoonosi parassitaria del genere Trichinella che può essere trasmessa sia ad altri esemplari che all'uomo il quale, poco dopo l’ingerimento del pezzo di carne contaminata, sviluppa sintomi quali diarrea, febbre, cefalea e malessere).


[1] Podgórski, T., Baś, G., Jȩdrzejewska, B., Sönnichsen, L., Śniezko, S., Jȩdrzejewski, W., Okarma, H., (2013). Spatiotemporal behavioral plasticity of wild boar (Sus scrofa) under contrasting conditions of human pressure: Primeval forest and metropolitan area. Journal of Mammalogy, 94 (1), pp. 109‐119. 
Cahill, S., Llimona, F., Cabañeros, L., Calomardo, F., (2012). Characteristics of wild boar (Sus scrofa) habituation to urban areas in the collserola natural park (Barcelona) and comparison with other locations. Animal Biodiversity and Conservation, 35 (2), pp. 221‐233. 
Kotulski, Y., König, A., (2008). Conflicts, crises and challenges: Wild boar in the Berlin City ‐ A social empirical and statistical survey. Natura Croatica, 17 (4), pp. 233‐246.
[2] Delibes‐Mateos M., Farfán MÁ., Olivero J., Márquez AL., Vargas JM., (2009) Long‐term changes in game species over a long period of transformation in the iberian Mediterranean landscape. Environ Manage 43 (6).
[3] Bobek B., Boyce MS., Kosobucka M. (1984) Factors affecting Red Deer (Cervus elaphus) population density in south‐eastern Poland. J Appl Ecol. 
[4] Milner JM., Bonenfant C., Mysterud A., Gaillard JM., Csanyi S., Stenseth NC., (2006) Temporal and spatial development of red deer harvesting in Europe: biological and cultural factors. J Appl Ecol. 
[5] Mysterud A., Stenseth NC., Yoccoz NG., Langvatn R., Steinheim G., (2001). Nonlinear effects of large‐scale climatic variability on wild and domestic herbivores. Nature.
[6] Servanty S., Gaillard JM., Toïgo C., Brandt S., Baubet E., (2009) Pulsed resources and climate‐induced variation in the reproductive traits of wild boar under high hunting pressure. J Appl Ecol.
[7] Saez‐Royuela C., Telleriia JL., (1986) The increased population of the wild boar (Sus scrofa L.) in Europe. Mammal Rev 16:97‐101. 
Apollonio M., Randi E., Toso S., (1988). The systematic of the wild boar (Sus scrofa L.) in Italy. B Zool.
[8] Herrero J., Fernández De Luco D. (2002). Wild boars (Sus scrofa L.) in Uruguay: scavengers or predators? Mammalia 67 (4).
[9] Amici A., Serrani F., Rossi C.M., Primi R. (2012). Increase in crop damage caused by wild boar (Sus scrofa L.): the "refuge effect". Agron. Sustain. Dev..

domenica 15 marzo 2020

Covid-19 e il falso pericolo

Probabilmente nulla sarà più come prima: l'epidemia da Covid-19 sta segnando profondamente la nostra società e soprattutto - eliminando ogni forma di socializzazione reale - ci sta privando del bisogno di socialità, soddisfatto esclusivamente in maniera virtuale. 

Ma mentre il disastro socio-economico che la situazione attuale genererà sarà oggetto di approfondimenti e ricerca di soluzioni per i futuri decenni, c'è chi ha provato a ricostruire scientificamente quanto accaduto negli ultimi tre mesi: Giorgio Iachella (educatore e ricercatore indipendente) e Pietro Massimiliano Bianco (ecologo e ricercatore presso l'Ispra del Ministero dell'Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare) hanno pubblicato un rigoroso lavoro che prova a evidenziare quanto, del coronavirus, sia vero o meno rispetto alle confuse informazioni che ci stanno giungendo dal mainstream. Al contempo tenendosi ben alla larga da allarmismi, da complottismi o dalle fake news.

Lo studio, condotto secondo un approccio multidisciplinare ed aggiornato al 12 marzo 2020, parte da numerosi interrogativi che a livello globale la comunità scientifica si sta ponendo, provando a dare una chiave di lettura coerente e a fornire delle indicazioni operative a chi da questa epidemia sta provando a difendersi.

Ringraziamo Giorgio Iachella e Pietro Massimiliano Bianco sia per il loro sforzo scientifico sia per averlo voluto mettere a disposizione dei Gruppi Ricerca Ecologica per la divulgazione.

Se volete leggere lo studio direttamente online, cliccate su questo link da Academia.edu

Per scaricarlo, così da poterlo leggere off-line o stampare, cliccate sul seguente link

mercoledì 12 febbraio 2020

Erosione costiera, la Regione non è sulla strada giusta


La XII Commissione consiliare permanente della Regione Lazio si è riunita in pubblica audizione, il 10 febbraio scorso, sul tema dell'erosione costiare.

In quella sede i nostri rappresentanti hanno avuto modo di evidenziare le criticità, non tanto del fenomeno che sono purtroppo ormai cronache da decenni, ma dell'approccio.

L’erosione costiera, infatti, deriva dall’alterazione dei sedimenti per cause naturali o antropiche. Tali cause possono essenzialmente essere le seguenti:
  • un ridotto apporto dei sedimenti al mare da parte dei fiumi (sbarramenti fluviali, regimazioni idrauliche, estrazioni di materiali alluvionali)
  • l'irrigidimento dei litorali (urbanizzazione della costa, opere portuali e di difesa)
  • la scomparsa delle difese naturali costiere (sistemi dunali costieri: ambienti di grande interesse naturalistico ed ecologico specialmente in presenza della macchia mediterranea)
  • fenomenio di subsidenza naturale o indotta da estrazioni di fluidi dal sottosuolo (come ad esempio succede in Emilia Romagna).
Soprattutto in occasione di mareggiate, emerge la maggiore vulnerabilità degli arenili dovuta, nel Lazio, principalmente alle prime tre cause.

Si pensi, ad esempio, che la l'apporto di sedime da parte del Fiume Tevere è circa 1/10 di quanto avveniva un secolo fa, e ciò in conseguenza della realizzazione dei muraglioni (eseguiti in seguito alla piena alta 17 metri che inondò Roma il 28 dicembre 1870) nonchè della diga di Castel Giubileo realizzata nel 1951: tra l'altro l'apporto odierno non è tanto costituito tanto da sabbia quanto da limo, che poco contribuisce al contenimento dell'erosione piuttosto creando problemi di batimetria alla foci.

Parimenti, il litorale laziale è ormai fortemente urbanizzato e cementificato. Attualmente i GRE LAZIO stanno operando una mappatura delle opere rigide di difesa costiera realizzate, ma se si guarda ad esempio al numero di porti, ecco schematizzata la situazione:


Porti medio – grandi
Porti medio - piccoli
Totale
2012[1]
1
22
23
2018[2]
1
37
38

Ogni porto significa moli in cemento che modificano le correnti e pertanto impattano anche sui sedimenti. Anche le dune costiere sono ormai ridotte a pochi tratti da proteggere (ad esempio, Palidoro, Passoscuro, Sabaudia, Capocotta, Montalto di Castro), nè è possibile pensare di poter effettuare inutili ripascimenti utilizzando le spiagge in accrescimento site all'interno delle aree protette (come invece qualcuno aveva ipotizzato di fare dopo la realizzazione del molo alla foce del Tevere). 

Eppure per anni si è provato a contenere gli effetti dell'erosione ricorrendo ai tradizionali interventi di ingegneria marittima, distinguibili in funzione del loro impatto sull’ambiente in:
1)    interventi di forte impatto ambientale (che possono apportare una stabilizzazione del litorale protetto ma provocano lo spostamento dell’azione erosiva sui litorali adiacenti, oltre al forte impatto visivo sul territorio, al favorire l’eutrofizzazione e alla maggiore pericolosità della balneazione):
  • barriere e pennelli frangiflutti a protezione della costa;
  • costruzione di moli di diffrazione del moto ondoso;
2)   interventi di medio impatto ambientale (effetti localizzati e di breve durata):
  • ripascimento dei tratti costieri in erosione attraverso distribuzione di sedimenti prelevati altrove;
  • scarico di inerti granulometricamente compatibili lungo le aste fluviali di alimentazione a mare;
3)         interventi di debole impatto ambientale:
  • costruzione di moli frangiflutti sommersi;
  • ripristino di vegetazione tipica lungo la linea di battigia agente come “trappola” per i sedimenti.

A causa della limitata conoscenza dei processi di trasporto sedimentario costiero, tuttavia, gli interventi tradizionali attuati per combattere l’erosione hanno avuto effetti inutili se non addirittura controproducenti[3]. Ad un certo punto, nel Lazio, abbandonati gli interventi a forte impatto ambientale, si è ritenuto preferibile far ricorso a ripascimenti: nonostante il significativo volume di ripascimento effettuato a intervalli temporali dal 2011, stimato in 6,8 milioni di metri cubi, il problema dell’erosione costiera continua ad interessare ancora il 24,3% dei 308,8 km di coste. Ed inoltre i tratti a potenziale rischio di erosione sono il 12,7% della costa laziale, con una media nazionale del 9,9%.

Variazione della linea di costa del Lazio

Superfici (kmq)
Tratti costieri (km e %)
Bilancio delle superfici (kmq)

arretramento
avanzamento
arretramento
avanzamento
Da 1960 al 1994
2,5
4,2
73,6 (23,8%)
109,3 (35,4%)
1,7
Dal 1994 al 2012
0,9
1,7
74,9 (24,3%)
101,4 (32,8%)
0,8
Dal 1960 al 2012
2,4
4,9
77,3
131,4
2,5


In alcuni tratti la situazione è drammatica: nella zona di Punta Borghese a Nettuno, ad esempio, ci sono tratti dove la spiaggia è totalmente scomparsa e la stessa retrostante falesia è interessata a fenomeni franosi dovuti all'erosione generata dal moto ondoso che stanno compromettendo la via Ardeatina, mentre nel poligono militare è a rischio la stessa polveriera a mara. Come anche, lungo tutto il tratto di costa tra Capo d'Anzio e Tor Caldara. O a Fiumicinno ed Ostia, dove però gli operatori balneari e gli amministratori locali continuano a intravedere la soluzione nella realizzazione delle soffolte, strutture modulari in cemento armato posate e accostate sul fondale marino parallelamente al litorale e a distanza di almeno cento metri da esso allo scopo di dissipare l’energia del moto ondoso, favorire lo scorrimento della sabbia verso la riva e contrastarne il ritorno, in modo da limitare l'erosione delle coste: una soluzione costosa ed effimera, tuttavia, dal momento che l'effetto dissipativo è pressochè nullo quando ci sono le grandi mareggiate che le scavalcano senza alcuna difficoltà, con l'aggravante che l'interruzione del naturale scambio tra il mare e la costa può provocare un grave fenomeno di ristagno dell’acqua e relativo rischio di diffusione di alghe tossiche.

La soluzione innovativa che si sta sperimentando, al momento con risultati soddisfacenti, è il drenaggio delle spiagge con il sistema brevettato danese BMS (beach dewatering system)[4]. In Italia il primo BMS è stato realizzato nel 2000, su commissione della Regione Lazio, ad Ostia, litorale interessato da fenomeni di forte erosione (ca. 5m/anno) dovuta a passati interventi antropici (opere di difesa costiere ovvero pennelli ortogonali, e sistemazione dell’alveo del fiume Tevere con conseguente deficit di trasporto solido). Prima di eseguire i lavori sono state fatte indagini per approfondire le caratteristiche fisiche del luogo. La sperimentazione è stato un vero successo, confermato dall’avanzamento medio della spiaggia emersa di circa 10 m in meno di un anno.

In alcune virtuose realtà locali, invece, si sta implementando un approccio integrato che contempli sia le esigenze degli operatori che la tutela dell'ambiente: oltre a Sabaudia e Terracina, a Ladispoli, ad esempio, per annullare il rischio di infiltrazione di acqua marina nella palude di Torre Flavia si sta intervenedo ricorrendo alla realizzazione di un sabbiodotto indispensabile per il ripascimento morbido che, seppur comporta costi di intervento annuali e non straordinari, consentirebbe un intervento programmato e sostenibile effuato con le tradizionali sabbie ferrose provenienti dai bacini del Sanguinara e del Vaccina e non condivisibili per il ripascimento di altre spiagge.

La Regione, tuttavia, sembrerebbe voler ripartire dal Piano Coste, la cui progettazione dovrebbe essere affidata al prof. Leopoldo Franco della facoltà di Ingegneria per le Tecnologie del Mare dell'Università Roma Tre: da quanto dichiarato dal consulente dell'assessorato, l'arch. Sergio Celestino, il piano dovrebbe procedere all'attualizzazione della linea di costa e la sua scomposizione in unità fisiografiche, necessarie per comprendere i nessi di causa ed effetto degli interventi. Tuttavia non si può non registrare un approccio inspiegabilmente orientato verso l'adozione di soluzioni tradizionali e superate, presumibilmente non adeguatamente attento anche alle istante ambientali per la tutela delle quali sarebbe auspicabile un coinvolgemento dell'ISPRA.
Per questi motivi, pertanto, i Gruppi Ricerca Ecologica hanno fornito alla XII Commissione ed all'Assessorato competente le seguenti indicazioni:
  • piena applicazione delle Linee Guida Nazionali per la difesa della costa dai fenomeni di erosione e dagli effetti dei cambiamenti climatici elaborate nel 2016 dal MATTM con Regioni e Ispra, in particolare studiando e monitorando le forzanti che contribuiscono al fenomeno dell’erosione costiera nel Lazio e migliorando la resilienza costiera per promuovere la sostenibilità
  • sperimentazione in siti a forte erosione del BMS e di altri sistemi innovativi (attenuatori d’onda, barriere in geosacchi), anche coinvolgendo – ove presenti – gli operatori balneari;
  • salvaguardia dei litorali liberi da strutture e opere di difesa e conservazione ambienti dunali costieri del Lazio riducendo ulteriormente la pressione antropica;
  • estensione ZPS marine per ridurre la pressione sull'habitat marino (i GRE hanno proposto osservazioni in tal senso in occasione della revisione delle perimetrazioni di 16 Z.S.C. marine di cui all’avviso della Direzione Ambiente della Regione Lazio pubblicato il 29/10/2019);
  • laddove interventi a forte impatto ambientale non hanno sortito risultati (barriere, pennelli), bisogna valutarne la bonifica ripristinando il flusso di sedimenti che alimenterebbe le spiagge e riducendo al minimo il loro impatto ambientale.



[1] L’EROSIONE COSTIERA IN ITALIA: LE VARIAZIONI DELLA LINEA DI COSTA DAL 1960 AL 2012, Direzione generale per la salvaguardia del territorio e delle acque del MATTM. Agg. marzo 2017
[2] https://www.pagineazzurre.com/elenco-porti-del-lazio-2/